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      Mensaje por Maria Lua Miér 16 Ago 2023, 19:25

      CANTO VII




      [Canto VII, dove si purga la quarta qualitade di coloro che, per
      propria negligenza, di die in die di qui all'ultimo giorno di loro
      vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in
      uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti
      altri.]





      Poscia che l'accoglienze oneste e liete
      furo iterate tre e quattro volte,
      Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
      «Anzi che a questo monte fosser volte
      l'anime degne di salire a Dio,
      fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
      Io son Virgilio; e per null' altro rio
      lo ciel perdei che per non aver fé».
      Così rispuose allora il duca mio.
      Qual è colui che cosa innanzi sé
      sùbita vede ond' e' si maraviglia,
      che crede e non, dicendo «Ella è… non è…»,
      tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
      e umilmente ritornò ver' lui,
      e abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia.
      «O gloria di Latin», disse, «per cui
      mostrò ciò che potea la lingua nostra,
      o pregio etterno del loco ond' io fui,
      qual merito o qual grazia mi ti mostra?
      S'io son d'udir le tue parole degno,
      dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra».
      «Per tutt' i cerchi del dolente regno»,
      rispuose lui, «son io di qua venuto;
      virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
      Non per far, ma per non fare ho perduto
      a veder l'alto Sol che tu disiri
      e che fu tardi per me conosciuto.
      Luogo è là giù non tristo di martìri,
      ma di tenebre solo, ove i lamenti
      non suonan come guai, ma son sospiri.
      Quivi sto io coi pargoli innocenti
      dai denti morsi de la morte avante
      che fosser da l'umana colpa essenti;
      quivi sto io con quei che le tre sante
      virtù non si vestiro, e sanza vizio
      conobber l'altre e seguir tutte quante.
      Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
      dà noi per che venir possiam più tosto
      là dove purgatorio ha dritto inizio».
      Rispuose: «Loco certo non c'è posto;
      licito m'è andar suso e intorno;
      per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
      Ma vedi già come dichina il giorno,
      e andar sù di notte non si puote;
      però è buon pensar di bel soggiorno.
      Anime sono a destra qua remote;
      se mi consenti, io ti merrò ad esse,
      e non sanza diletto ti fier note».
      «Com' è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
      salir di notte, fora elli impedito
      d'altrui, o non sarria ché non potesse?».
      E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito,
      dicendo: «Vedi? sola questa riga
      non varcheresti dopo 'l sol partito:
      non però ch'altra cosa desse briga,
      che la notturna tenebra, ad ir suso;
      quella col nonpoder la voglia intriga.
      Ben si poria con lei tornare in giuso
      e passeggiar la costa intorno errando,
      mentre che l'orizzonte il dì tien chiuso».
      Allora il mio segnor, quasi ammirando,
      «Menane», disse, «dunque là 've dici
      ch'aver si può diletto dimorando».
      Poco allungati c'eravam di lici,
      quand' io m'accorsi che 'l monte era scemo,
      a guisa che i vallon li sceman quici.
      «Colà», disse quell' ombra, «n'anderemo
      dove la costa face di sé grembo;
      e là il novo giorno attenderemo».
      Tra erto e piano era un sentiero schembo,
      che ne condusse in fianco de la lacca,
      là dove più ch'a mezzo muore il lembo.
      Oro e argento fine, cocco e biacca,
      indaco, legno lucido e sereno,
      fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
      da l'erba e da li fior, dentr' a quel seno
      posti, ciascun saria di color vinto,
      come dal suo maggiore è vinto il meno.
      Non avea pur natura ivi dipinto,
      ma di soavità di mille odori
      vi facea uno incognito e indistinto.
      'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
      quindi seder cantando anime vidi,
      che per la valle non parean di fuori.
      «Prima che 'l poco sole omai s'annidi»,
      cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,
      «tra color non vogliate ch'io vi guidi.
      Di questo balzo meglio li atti e ' volti
      conoscerete voi di tutti quanti,
      che ne la lama giù tra essi accolti.
      Colui che più siede alto e fa sembianti
      d'aver negletto ciò che far dovea,
      e che non move bocca a li altrui canti,
      Rodolfo imperador fu, che potea
      sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
      sì che tardi per altri si ricrea.
      L'altro che ne la vista lui conforta,
      resse la terra dove l'acqua nasce
      che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
      Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
      fu meglio assai che Vincislao suo figlio
      barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
      E quel nasetto che stretto a consiglio
      par con colui c'ha sì benigno aspetto,
      morì fuggendo e disfiorando il giglio:
      guardate là come si batte il petto!
      L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
      de la sua palma, sospirando, letto.
      Padre e suocero son del mal di Francia:
      sanno la vita sua viziata e lorda,
      e quindi viene il duol che sì li lancia.
      Quel che par sì membruto e che s'accorda,
      cantando, con colui dal maschio naso,
      d'ogne valor portò cinta la corda;
      e se re dopo lui fosse rimaso
      lo giovanetto che retro a lui siede,
      ben andava il valor di vaso in vaso,
      che non si puote dir de l'altre rede;
      Iacomo e Federigo hanno i reami;
      del retaggio miglior nessun possiede.
      Rade volte risurge per li rami
      l'umana probitate; e questo vole
      quei che la dà, perché da lui si chiami.
      Anche al nasuto vanno mie parole
      non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
      onde Puglia e Proenza già si dole.
      Tant' è del seme suo minor la pianta,
      quanto, più che Beatrice e Margherita,
      Costanza di marito ancor si vanta.
      Vedete il re de la semplice vita
      seder là solo, Arrigo d'Inghilterra:
      questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
      Quel che più basso tra costor s'atterra,
      guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
      per cui e Alessandria e la sua guerra
      fa pianger Monferrato e Canavese».





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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 4 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Sáb 19 Ago 2023, 15:25

      CANTO SÉTIMO


      ANTEPÜRGATORIO: EL VALLE AMENO


      PRINCIPES PREOCUPADOS DE GLORIA TERRENA
      RODOLFO. OTTOCARO II. FELIPE III. ENRIQUE I. PEDRO III.
      ALFONSO III. CARLOS I. ENRIQUE III. GUILLERMO VII.
      Virgilio se da a conocer a Sordelo relatando su vida y su muerte y su
      gira por el infierno, y Sordelo le tributa su homenaje. Sordelo da
      noticiáis a los poetas de la parte del purgatorio que habita y se
      ofrece como guía. Sordelo conduce a los poetas a un valle, donde
      encuentran a los monarcas que cantan a la virgen en la) cuarta
      estación de espera. Emperadores, reyes y príncipes que purgan su
      ambición. Degeneración de las casas reale? de Bohemia, de Francia, de Sicilia, de Aragón, de la Palla y de Provenza. Elogio de
      Enrique III de Inglaterra, de su hijo Eduardo y de otros príncipes buenos.


      Después de la acogida placentera,
      que renovaron ambos con dulzura,
      Sordello al guía preguntó quién era. 3
      «Antes de que viniesen a esta altura
      las almas que la gracia ha señalado,
      Octavio dio a mis huesos sepultura. „
      «Virgilio soy: no por mayor pecado,
      de fe sólo por falta, perdí el cielo.»
      Así repuso el maestro interrogado. ¡¡
      Cual quien mira de pronto con anhelo,
      maravillado, lo que está esperando,
      y exclama: jes o no es? en su desvelo,
      tal So'rdello, los párpados bajando
      humildemente, de respeto en signo
      de Virgilio las plantas abrazando,
      así exclamó: «¡ Oh, gloria del Latino,
      que el poder de su lengua ha revelado!
      ¡ De dónde yo nací, renombre digno!
      «¿Por qué gracia especial me eres mostrado!
      Si digno soy de oírte humildemente,
      ¿Di si vienes del mundo condenado?»
      «Por los cercos del ámbito doliente,»
      respondió, «de muy lejos he venido
      por virtud que me mueve providente.
      «No por hacer, más por no hacer, perdido
      tengo el cielo, por tí tan anhelado,
      y que tarde me fuera conocido.
      «Hay abajo un lugar entenebrado
      en donde no hay ahullidos ni tormentes,
      donde sólo el suspiro ha resonado;
      «Allí estoy con los párvulos, no exentos
      de la culpa que a tiempo no lavaron,
      y la muerte mordió sin sacramentos;
      «allí conmigo les que no alcanzaron
      las tres santas virtudes a vestirse,
      aunque todas las otras practicaron.
      «Mas si sabes, y bien puede decirse,
      indícanos cual es mejor sendero
      por donde al purgatorio pueda irse.»
      La sombra: «Aunque mi puesto no es certero,
      hasta lo alto subir no me es vedado,
      por lo que puedo ser tu compañero.
      «Pero al ocaso el sol está inclinado;
      de noche no es posible la subida,
      y es forzoso buscar sitio abrigado.
      «Hacia el lado derecho, está reunida
      una legión de sombras: si te place
      a conocerlas la ocasión convida.»
      «¿Cómo?» dijo Virg'lio «¿y qué más hace
      de noche caminar? nada recelo. .
      ¡Habrá quién del camino me rechace?»
      Rayó Sordello con el dedo el suelo,
      diciendo: «Cuando el sol se haya ocultado,
      no ir más allá, es voluntad del cielo.
      «No es que te sea el paso contrastado
      por otra cosa que la noche umbría;
      y lo que no se puede, está vedado.
      «Empero, descender bien se podría,
      y recorrer la costa, en torno errando,
      mientras que nos alumbre luz del día.»
      Virgilio, poco menos que admirando,
      «Llévanos», dijo, «donde placentera
      pueda sernos la noche, demorando.»
      No lejos, continuando la carrera,
      vi un barranco cavado a los extremos,
      que como un valle de los nuestros era.
      Dijo la sombra: «Luego llegaremos
      donde el monte un recodo manifiesta,
      y allí, que venga el día esperaremos.»
      Entre el llano y la escarpa va una cuesta
      que por tortuosa senda que se inclina
      nos lleva donde el monte más se acuesta.
      Grana, plata con oro, leche albina,
      esmeralda brillante en su fractura,
      índico palo que el pulido afina,
      al lado de las flores y verdura
      de este seno su brillo apagaría,
      como en gran luz es la menor oscura.
      Mas no sólo colores esplendía:
      suavísimos olores lo impregnaban,
      que misteriosa esencia difundía.
      ¡Salve Regina! a unísono entonaban
      almas sentadas en florido prado,
      que en aquel verde valle se ocultaban.
      Dijo el que nos había acompañado:
      «No pidáis que os conduzca a la llanura
      antes que el sol su luz haya anidado.
      «Mejor contemplaréis desde la altura
      de esas sombras los rostros y el talante,
      que bajando del valle en su procura.
      «El que está más arriba, con semblante
      de haber grandes deberes descuidado,
      y que enmudece entre la grey cantante,
      «fué Rodolfo, que pudo en su reinado
      curar las llagas de la Italia muerta.
      ¡ Vendrá muy tarde quien lo intente osado!
      «Quien lo conforta con mirada cierta,
      rigió la tierra, que agua en abundancia
      da Molda al Elba, y Elba a mar abierta:
      «Otocar fué, que gobernó en su infancia
      mejor que su hijo Wenceslao barbado,
      que yace en lujuriosa intemperancia.
      «Ese romo que se halla junto al lado
      de ese de noble aspecto, tan derecho,
      murió huyendo, y el lis ha desflorado:
      «Mírale allá cual se golpea el pecho;
      y al otro, que suspira, y que convierte
      crispada mano, de mejilla en lecho.
      «Padre y suegro del rey que en mala suerte
      tocó a la Francia, por la torpe vida
      de su hijo y rey, se duelen en la muerte.
      «Y el que ostenta estatura tan fornida,
      y voz aduna al de nariz no escaso,
      la cuerda del valor llevó ceñida.
      «Si rey no hubiera sido tan de paso,
      el joven que detrás está sentado,
      bien pasara el valor de vaso en vaso.
      «De otros hijos decir tanto no es dado;
      Santiago y Federico reinan ora,
      pero el reino mejor no han heredado.
      «Porque no siempre de raíz creadora
      la probidad humana ha retoñado;
      que quien la da, concede al que la implora.
      «De ese nasón el hijo bastardeado,
      cual los del otro que a su lado canta,
      a la Apulia y Provenza ha desolado.
      «Tanto ha degenerado aquella planta,
      cuanto más a Beatriz y a Margarita
      y a Constanza, su muerto esposo encanta.
      «Ved al rey que vivió vida bendita,
      que solo está: Enrique es de Inglaterra:
      a éste su prole en la virtud imita.
      «Quien más abajo está tendido en tierra
      mirando arriba, fué el marqués Guillermo,
      por quien Alejandría hace en su guerra,
      «de Canavese y Monferrato un yermo.»





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      y tren de tus ilusiones."
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      Mensaje por Maria Lua Sáb 19 Ago 2023, 15:39

      CANTO SÉTIMO


      ANTEPÜRGATORIO: EL VALLE AMENO


      PRINCIPES PREOCUPADOS DE GLORIA TERRENA
      RODOLFO. OTTOCARO II. FELIPE III. ENRIQUE I. PEDRO III.
      ALFONSO III. CARLOS I. ENRIQUE III. GUILLERMO VII.
      Virgilio se da a conocer a Sordelo relatando su vida y su muerte y su
      gira por el infierno, y Sordelo le tributa su homenaje. Sordelo da
      noticiáis a los poetas de la parte del purgatorio que habita y se
      ofrece como guía. Sordelo conduce a los poetas a un valle, donde
      encuentran a los monarcas que cantan a la virgen en la) cuarta
      estación de espera. Emperadores, reyes y príncipes que purgan su
      ambición. Degeneración de las casas reale? de Bohemia, de Francia, de Sicilia, de Aragón, de la Palla y de Provenza. Elogio de
      Enrique III de Inglaterra, de su hijo Eduardo y de otros príncipes buenos.


      Después de la acogida placentera,
      que renovaron ambos con dulzura,
      Sordello al guía preguntó quién era. 3
      «Antes de que viniesen a esta altura
      las almas que la gracia ha señalado,
      Octavio dio a mis huesos sepultura. „
      «Virgilio soy: no por mayor pecado,
      de fe sólo por falta, perdí el cielo.»
      Así repuso el maestro interrogado. ¡¡
      Cual quien mira de pronto con anhelo,
      maravillado, lo que está esperando,
      y exclama: jes o no es? en su desvelo,
      tal So'rdello, los párpados bajando
      humildemente, de respeto en signo
      de Virgilio las plantas abrazando,
      así exclamó: «¡ Oh, gloria del Latino,
      que el poder de su lengua ha revelado!
      ¡ De dónde yo nací, renombre digno!
      «¿Por qué gracia especial me eres mostrado!
      Si digno soy de oírte humildemente,
      ¿Di si vienes del mundo condenado?»
      «Por los cercos del ámbito doliente,»
      respondió, «de muy lejos he venido
      por virtud que me mueve providente.
      «No por hacer, más por no hacer, perdido
      tengo el cielo, por tí tan anhelado,
      y que tarde me fuera conocido.
      «Hay abajo un lugar entenebrado
      en donde no hay ahullidos ni tormentes,
      donde sólo el suspiro ha resonado;
      «Allí estoy con los párvulos, no exentos
      de la culpa que a tiempo no lavaron,
      y la muerte mordió sin sacramentos;
      «allí conmigo les que no alcanzaron
      las tres santas virtudes a vestirse,
      aunque todas las otras practicaron.
      «Mas si sabes, y bien puede decirse,
      indícanos cual es mejor sendero
      por donde al purgatorio pueda irse.»
      La sombra: «Aunque mi puesto no es certero,
      hasta lo alto subir no me es vedado,
      por lo que puedo ser tu compañero.
      «Pero al ocaso el sol está inclinado;
      de noche no es posible la subida,
      y es forzoso buscar sitio abrigado.
      «Hacia el lado derecho, está reunida
      una legión de sombras: si te place
      a conocerlas la ocasión convida.»
      «¿Cómo?» dijo Virg'lio «¿y qué más hace
      de noche caminar? nada recelo. .
      ¡Habrá quién del camino me rechace?»
      Rayó Sordello con el dedo el suelo,
      diciendo: «Cuando el sol se haya ocultado,
      no ir más allá, es voluntad del cielo.
      «No es que te sea el paso contrastado
      por otra cosa que la noche umbría;
      y lo que no se puede, está vedado.
      «Empero, descender bien se podría,
      y recorrer la costa, en torno errando,
      mientras que nos alumbre luz del día.»
      Virgilio, poco menos que admirando,
      «Llévanos», dijo, «donde placentera
      pueda sernos la noche, demorando.»
      No lejos, continuando la carrera,
      vi un barranco cavado a los extremos,
      que como un valle de los nuestros era.
      Dijo la sombra: «Luego llegaremos
      donde el monte un recodo manifiesta,
      y allí, que venga el día esperaremos.»
      Entre el llano y la escarpa va una cuesta
      que por tortuosa senda que se inclina
      nos lleva donde el monte más se acuesta.
      Grana, plata con oro, leche albina,
      esmeralda brillante en su fractura,
      índico palo que el pulido afina,
      al lado de las flores y verdura
      de este seno su brillo apagaría,
      como en gran luz es la menor oscura.
      Mas no sólo colores esplendía:
      suavísimos olores lo impregnaban,
      que misteriosa esencia difundía.
      ¡Salve Regina! a unísono entonaban
      almas sentadas en florido prado,
      que en aquel verde valle se ocultaban.
      Dijo el que nos había acompañado:
      «No pidáis que os conduzca a la llanura
      antes que el sol su luz haya anidado.
      «Mejor contemplaréis desde la altura
      de esas sombras los rostros y el talante,
      que bajando del valle en su procura.
      «El que está más arriba, con semblante
      de haber grandes deberes descuidado,
      y que enmudece entre la grey cantante,
      «fué Rodolfo, que pudo en su reinado
      curar las llagas de la Italia muerta.
      ¡ Vendrá muy tarde quien lo intente osado!
      «Quien lo conforta con mirada cierta,
      rigió la tierra, que agua en abundancia
      da Molda al Elba, y Elba a mar abierta:
      «Otocar fué, que gobernó en su infancia
      mejor que su hijo Wenceslao barbado,
      que yace en lujuriosa intemperancia.
      «Ese romo que se halla junto al lado
      de ese de noble aspecto, tan derecho,
      murió huyendo, y el lis ha desflorado:
      «Mírale allá cual se golpea el pecho;
      y al otro, que suspira, y que convierte
      crispada mano, de mejilla en lecho.
      «Padre y suegro del rey que en mala suerte
      tocó a la Francia, por la torpe vida
      de su hijo y rey, se duelen en la muerte.
      «Y el que ostenta estatura tan fornida,
      y voz aduna al de nariz no escaso,
      la cuerda del valor llevó ceñida.
      «Si rey no hubiera sido tan de paso,
      el joven que detrás está sentado,
      bien pasara el valor de vaso en vaso.
      «De otros hijos decir tanto no es dado;
      Santiago y Federico reinan ora,
      pero el reino mejor no han heredado.
      «Porque no siempre de raíz creadora
      la probidad humana ha retoñado;
      que quien la da, concede al que la implora.
      «De ese nasón el hijo bastardeado,
      cual los del otro que a su lado canta,
      a la Apulia y Provenza ha desolado.
      «Tanto ha degenerado aquella planta,
      cuanto más a Beatriz y a Margarita
      y a Constanza, su muerto esposo encanta.
      «Ved al rey que vivió vida bendita,
      que solo está: Enrique es de Inglaterra:
      a éste su prole en la virtud imita.
      «Quien más abajo está tendido en tierra
      mirando arriba, fué el marqués Guillermo,
      por quien Alejandría hace en su guerra,
      «de Canavese y Monferrato un yermo.»





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      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
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      Mensaje por Maria Lua Miér 23 Ago 2023, 09:05


      CANTO VIII



      [Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro
      che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e
      massimalmente per non ritrarre le mani da l'utilità de la pecunia,
      si tardaro a confessare di qui a l'ultima ora di loro vita e non
      facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e
      Currado marchese Malespini.]



      Era già l'ora che volge il disio
      ai navicanti e 'ntenerisce il core
      lo dì c'han detto ai dolci amici addio;
      e che lo novo peregrin d'amore
      punge, se ode squilla di lontano
      che paia il giorno pianger che si more;
      quand' io incominciai a render vano
      l'udire e a mirare una de l'alme
      surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
      Ella giunse e levò ambo le palme,
      ficcando li occhi verso l'orïente,
      come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
      'Te lucis ante' sì devotamente
      le uscìo di bocca e con sì dolci note,
      che fece me a me uscir di mente;
      e l'altre poi dolcemente e devote
      seguitar lei per tutto l'inno intero,
      avendo li occhi a le superne rote.
      Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
      ché 'l velo è ora ben tanto sottile,
      certo che 'l trapassar dentro è leggero.
      Io vidi quello essercito gentile
      tacito poscia riguardare in sùe,
      quasi aspettando, palido e umìle;
      e vidi uscir de l'alto e scender giùe
      due angeli con due spade affocate,
      tronche e private de le punte sue.
      Verdi come fogliette pur mo nate
      erano in veste, che da verdi penne
      percosse traean dietro e ventilate.
      L'un poco sovra noi a star si venne,
      e l'altro scese in l'opposita sponda,
      sì che la gente in mezzo si contenne.
      Ben discernëa in lor la testa bionda;
      ma ne la faccia l'occhio si smarria,
      come virtù ch'a troppo si confonda.
      «Ambo vegnon del grembo di Maria»,
      disse Sordello, «a guardia de la valle,
      per lo serpente che verrà vie via».
      Ond' io, che non sapeva per qual calle,
      mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
      tutto gelato, a le fidate spalle.
      E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
      tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
      grazïoso fia lor vedervi assai».
      Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
      e fui di sotto, e vidi un che mirava
      pur me, come conoscer mi volesse.
      Temp' era già che l'aere s'annerava,
      ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei
      non dichiarisse ciò che pria serrava.
      Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
      giudice Nin gentil, quanto mi piacque
      quando ti vidi non esser tra ' rei!
      Nullo bel salutar tra noi si tacque;
      poi dimandò: «Quant' è che tu venisti
      a piè del monte per le lontane acque?».
      «Oh!», diss' io lui, «per entro i luoghi tristi
      venni stamane, e sono in prima vita,
      ancor che l'altra, sì andando, acquisti».
      E come fu la mia risposta udita,
      Sordello ed elli in dietro si raccolse
      come gente di sùbito smarrita.
      L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
      che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
      vieni a veder che Dio per grazia volse».
      Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
      che tu dei a colui che sì nasconde
      lo suo primo perché, che non lì è guado,
      quando sarai di là da le larghe onde,
      dì a Giovanna mia che per me chiami
      là dove a li 'nnocenti si risponde.
      Non credo che la sua madre più m'ami,
      poscia che trasmutò le bianche bende,
      le quai convien che, misera!, ancor brami.
      Per lei assai di lieve si comprende
      quanto in femmina foco d'amor dura,
      se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
      Non le farà sì bella sepultura
      la vipera che Melanesi accampa,
      com' avria fatto il gallo di Gallura».
      Così dicea, segnato de la stampa,
      nel suo aspetto, di quel dritto zelo
      che misuratamente in core avvampa.
      Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
      pur là dove le stelle son più tarde,
      sì come rota più presso a lo stelo.
      E 'l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
      E io a lui: «A quelle tre facelle
      di che 'l polo di qua tutto quanto arde».
      Ond' elli a me: «Le quattro chiare stelle
      che vedevi staman, son di là basse,
      e queste son salite ov' eran quelle».
      Com' ei parlava, e Sordello a sé il trasse
      dicendo: «Vedi là 'l nostro avversaro»;
      e drizzò il dito perché 'n là guardasse.
      Da quella parte onde non ha riparo
      la picciola vallea, era una biscia,
      forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
      Tra l'erba e ' fior venìa la mala striscia,
      volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
      leccando come bestia che si liscia.
      Io non vidi, e però dicer non posso,
      come mosser li astor celestïali;
      ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
      Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
      fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,
      suso a le poste rivolando iguali.
      L'ombra che s'era al giudice raccolta
      quando chiamò, per tutto quello assalto
      punto non fu da me guardare sciolta.
      «Se la lucerna che ti mena in alto
      truovi nel tuo arbitrio tanta cera
      quant' è mestiere infino al sommo smalto»,
      cominciò ella, «se novella vera
      di Val di Magra o di parte vicina
      sai, dillo a me, che già grande là era.
      Fui chiamato Currado Malaspina;
      non son l'antico, ma di lui discesi;
      a' miei portai l'amor che qui raffina».
      «Oh!», diss' io lui, «per li vostri paesi
      già mai non fui; ma dove si dimora
      per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
      La fama che la vostra casa onora,
      grida i segnori e grida la contrada,
      sì che ne sa chi non vi fu ancora;
      e io vi giuro, s'io di sopra vada,
      che vostra gente onrata non si sfregia
      del pregio de la borsa e de la spada.
      Uso e natura sì la privilegia,
      che, perché il capo reo il mondo torca,
      sola va dritta e 'l mal cammin dispregia».
      Ed elli: «Or va; che 'l sol non si ricorca
      sette volte nel letto che 'l Montone
      con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
      che cotesta cortese oppinïone
      ti fia chiavata in mezzo de la testa
      con maggior chiovi che d'altrui sermone,
      se corso di giudicio non s'arresta».







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      Mensaje por Maria Lua Jue 24 Ago 2023, 18:37

      CANTO OCTAVO


      ANTEPÜRGATOEIO. EL VALLE AMENO


      PRINCIPES PREOCUPADOS DE GLORIA TERRENA
      PLEGABIA DE LA NOCHE. DOS ANGELES GUARDIANES.
      VISCONTI. LA SERPIENTE. MALASPIXA
      El crespúsculo. El himno de las almas. Bajada de dos angeles, para
      custodiar el valle. Los poetas bajan para hablar con las grandes
      almas. Encuentro del Dante con el juez Niño. Niño recuerda su
      vida, y recomienda su alma a su hija. Virgilio explica al Dante el
      movimiento de los astros en el hemisferio austral. Aparición y
      huida de la serpiente maligna. Dialogo entre el Dante y Conrado
      Maiaspina, en que el segundo hace el elogio del primero y de su
      familia. Predicción de Maiaspina a l Dante .




      Era la hora, en que sentir consigo,
      el navegante enternecido quiere,
      el día del adiós al dulce amigo; ¡¡
      y al novel peregrino, amor le hiere,
      si una campana suena en lo lejano,
      como llorando el día que se muere; 8
      cuando sentí el oido como en vano,
      mirando solo una de aquellas almas,
      que atención les pedía con la mano: 8
      uniendo y levantando sus dos palmas,
      volvió sus ojos fijos al oriente,
      como diciendo a Dios: ¡Sólo tú calmas!
      Te lucís ante, tan devotamente
      de su boca brotó, con dulces notas,
      que enajenaban corazón y mente;
      y dulcemente las demás, devotas,
      siguieron entonando el himno entero,
      con su ojo a las esferas más remotas.
      Busca, lector, sentido verdadero
      a esta visión de velo transparente,
      que es fácil traspasar por lo ligero.
      Vi ejército gentil, que penitente
      después del himno, contemplaba el cielo,
      pálido, y esperando humildemente;
      y de lo alto bajar en raudo vuelo,
      dos ángeles con fúlgidas espadas,
      sin punta, como en signo de consuelo:
      verdes, como las hojas renovadas,
      sus vestes, se agitaban levemente,
      verdes alas, a espalda ventiladas.
      Uno de ellos bajó por nuestro frente,
      y el otro descendió por parte opuesta,
      quedando en medio la piadosa gente.
      Vi que era blonda la cabeza, enhiesta,
      mas contemplar sus rostros no podía,
      a su esplendor mi vista contrapuesta.
      Dijo Sordello: «Mándalos María
      a custodiar el valle amenazado,
      porque se acerca la serpiente impía.»
      Y yo, que no sabía de que lado,
      interrogué del valle los extremos,
      y me acogí a mi guía, todo helado.
      «Ora», agregó Sordello, «bajaremos;
      que seréis recibidos con agrado,
      y con las grandes sombras hablaremos.»
      Creo que ni tres pasos hube andado,
      y a un espíritu vi que parecía
      querer reconocerme con cuidado.
      El aire ya la noche ennegrecía,
      pero no tanto, que no fuese dado
      discernir lo que el ojo percibía.
      Él vino a mí; yo me acerqué a su lado:
      ¡Oh, Niño, noble juez, cual fué mi gozo
      al no hallarte en el mundo condenado!
      Y después de un saludo cariñoso,
      Niño me preguntó: «¿ Cuándo has venido
      al pie del monte, por el mar undoso?»
      «¡ Oh!», respondí: «Por sitio entristecido,
      esta mañana vine, en primer vida,
      para la otra alcanzar arrepentido.»
      Niño y Sordello, mi respuesta oída,
      hacia atrás se volvieron de improviso,
      como acontece a gente desmarrida.
      Uno mira a Virgilio; otro remiso
      se dirije a un sedente: «¡Sus! ¡Conrado!
      ven a ver lo que; Dios por gracia quiso.»
      Y vuelto a mí: «Por el favor preciado,
      que a Aquél le debes, que profundo esconde
      su alto porqué; cuando hayas traspasado
      «el ancho mar, y que te encuentres dónde
      mi Juana está, dirás que por mí clame
      allá donde a inocentes se responde; 72
      «Pienso que ya su madre no me ame,
      pues por otra trocó su blanca venda,
      que mísera tal vez tarde reclame. 75
      «Y por ella es muy fácil se comprenda,
      lo que en mujeres, fuego de amor dura,
      cuando el ojo y el tacto no lo encienda. 78
      «No le dará tan bella sepultura
      el Milasés, que en Víbora se acampa,
      cual se la diera el Gallo de Gallura.» 8i
      Así dijo, marcándose en la estampa
      de su aspecto, su noble y recto celo,
      que al corazón en su medida alampa. s4
      Mi vista ansiosa se tornaba al cielo,
      donde los astros, de amplitud decrecen,
      cual rueda junto al eje acorta el vuelo. 8 r
      Y el guía: «¿A qué tus ojos obedecen?»
      Y yo a él: «Miro esas tres estrellas
      que más acá del polo resplandecen.» 9o
      Y de él a mí: «Las cuatro luces bellas
      que viste esta mañana, están abajo,
      y ascienden éstas donde estaban ellas.» 93
      Mientras tanto, Sordello a sí le trajo,
      diciendo: «Mira allá nuestro adversario.»
      Y apuntó con el dedo hacia lo bajo. 96
      A la parte del valle solitario,
      que es sin reparo, una serpiente estaba,
      (que a Eva tal vez le dio cebo nefario). 99
      Entre yerbas y flores se arrastraba
      el mal reptil, torciendo la cabeza,
      y lamiéndose el lomo se lavaba.
      No vi, decir no puedo con certeza,
      moverse a los aleones celestiales,
      pero les vi volar con ligereza,
      y de sus alas verdes las señales
      sentí en el aire, huyendo la serpiente,
      y tornar a la vez;, volando iguales
      La sombra que acudiera prontamente
      al llamado del juez, en el asalto
      no dejó de mirarme fijamente.
      «¡ Que en la luz que te guía a lo más alto,»
      me dijo, «encuentres suficiente cera
      para que subas hasta el gran resalto!
      «Y si quieres noticia verdadera
      de Valdemagra y la región vecina,
      dilo, que allí en un tiempo grande fuera.
      «Me llamaba Conrado Malaspina;
      no el antiguo, mas fui su descendiente,
      y el amor a mi prole, aquí se afina.»
      Y yo: «Vuestro país no vi presente;
      ¿Mas cuál es en Europa la demora
      que no repita el nombre reverente?
      «La fama vuestra, vuestra raza honora,
      por el pueblo y los nobles aclamada,
      que hasta os conoce quien allí no mora.
      «Y os juro, ¡que así suba en mi jornada!
      que no ha perdido vuestra honrada gente,
      el honor de la bolsa y de la espada.
      «Su natura y su genio providente,
      hace que el genio malo no la aparte
      de la senda que sigue rectamente.» 1S2
      Y respondióme: «Antes que el sol se aparte,
      siete veces girando en su trascurso,
      que Aries con cuatro pies monta y comparte, 1S5
      «será loado tu cortés discurso,
      y quedará clavado en tu cabeza,
      si el juicio divinal no cambia curso, 1S8
      «con más seguros clavos, con largueza.»






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      Mensaje por Maria Lua Vie 25 Ago 2023, 09:22

      CANTO IX


      [Canto IX, nel quale pone l'auttore uno suo significativo sogno; e
      poi come pervennero a l'entrata del purgatorio proprio,
      descrivendo come ne l'entrata di purgatorio trovoe uno angelo
      che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la
      fronte di Dante sette P.]


      La concubina di Titone antico
      già s'imbiancava al balco d'orïente,
      fuor de le braccia del suo dolce amico;
      di gemme la sua fronte era lucente,
      poste in figura del freddo animale
      che con la coda percuote la gente;
      e la notte, de' passi con che sale,
      fatti avea due nel loco ov' eravamo,
      e 'l terzo già chinava in giuso l'ale;
      quand' io, che meco avea di quel d'Adamo,
      vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
      là 've già tutti e cinque sedavamo.
      Ne l'ora che comincia i tristi lai
      la rondinella presso a la mattina,
      forse a memoria de' suo' primi guai,
      e che la mente nostra, peregrina
      più da la carne e men da' pensier presa,
      a le sue visïon quasi è divina,
      in sogno mi parea veder sospesa
      un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
      con l'ali aperte e a calare intesa;
      ed esser mi parea là dove fuoro
      abbandonati i suoi da Ganimede,
      quando fu ratto al sommo consistoro.
      Fra me pensava: 'Forse questa fiede
      pur qui per uso, e forse d'altro loco
      disdegna di portarne suso in piede'.
      Poi mi parea che, poi rotata un poco,
      terribil come folgor discendesse,
      e me rapisse suso infino al foco.
      Ivi parea che ella e io ardesse;
      e sì lo 'ncendio imaginato cosse,
      che convenne che 'l sonno si rompesse.
      Non altrimenti Achille si riscosse,
      li occhi svegliati rivolgendo in giro
      e non sappiendo là dove si fosse,
      quando la madre da Chirón a Schiro
      trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
      là onde poi li Greci il dipartiro;
      che mi scoss' io, sì come da la faccia
      mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,
      come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
      Dallato m'era solo il mio conforto,
      e 'l sole er' alto già più che due ore,
      e 'l viso m'era a la marina torto.
      «Non aver tema», disse il mio segnore;
      «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
      non stringer, ma rallarga ogne vigore.
      Tu se' omai al purgatorio giunto:
      vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;
      vedi l'entrata là 've par digiunto.
      Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
      quando l'anima tua dentro dormia,
      sovra li fiori ond' è là giù addorno
      venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
      lasciatemi pigliar costui che dorme;
      sì l'agevolerò per la sua via".
      Sordel rimase e l'altre genti forme;
      ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro,
      sen venne suso; e io per le sue orme.
      Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
      li occhi suoi belli quella intrata aperta;
      poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro».
      A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
      e che muta in conforto sua paura,
      poi che la verità li è discoperta,
      mi cambia' io; e come sanza cura
      vide me 'l duca mio, su per lo balzo
      si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
      Lettor, tu vedi ben com' io innalzo
      la mia matera, e però con più arte
      non ti maravigliar s'io la rincalzo.
      Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
      che là dove pareami prima rotto,
      pur come un fesso che muro diparte,
      vidi una porta, e tre gradi di sotto
      per gire ad essa, di color diversi,
      e un portier ch'ancor non facea motto.
      E come l'occhio più e più v'apersi,
      vidil seder sovra 'l grado sovrano,
      tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
      e una spada nuda avëa in mano,
      che reflettëa i raggi sì ver' noi,
      ch'io dirizzava spesso il viso in vano.
      «Dite costinci: che volete voi?»,
      cominciò elli a dire, «ov' è la scorta?
      Guardate che 'l venir sù non vi nòi».
      «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
      rispuose 'l mio maestro a lui, «pur dianzi
      ne disse: "Andate là: quivi è la porta"».
      «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
      ricominciò il cortese portinaio:
      «Venite dunque a' nostri gradi innanzi».
      Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
      bianco marmo era sì pulito e terso,
      ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
      Era il secondo tinto più che perso,
      d'una petrina ruvida e arsiccia,
      crepata per lo lungo e per traverso.
      Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
      porfido mi parea, sì fiammeggiante
      come sangue che fuor di vena spiccia.
      Sovra questo tenëa ambo le piante
      l'angel di Dio sedendo in su la soglia
      che mi sembiava pietra di diamante.
      Per li tre gradi sù di buona voglia
      mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
      umilemente che 'l serrame scioglia».
      Divoto mi gittai a' santi piedi;
      misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
      ma tre volte nel petto pria mi diedi.
      Sette P ne la fronte mi descrisse
      col punton de la spada, e «Fa che lavi,
      quando se' dentro, queste piaghe» disse.
      Cenere, o terra che secca si cavi,
      d'un color fora col suo vestimento;
      e di sotto da quel trasse due chiavi.
      L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
      pria con la bianca e poscia con la gialla
      fece a la porta sì, ch'i' fu' contento.
      «Quandunque l'una d'este chiavi falla,
      che non si volga dritta per la toppa»,
      diss' elli a noi, «non s'apre questa calla.
      Più cara è l'una; ma l'altra vuol troppa
      d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
      perch' ella è quella che 'l nodo digroppa.
      Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
      anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
      pur che la gente a' piedi mi s'atterri».
      Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
      dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
      che di fuor torna chi 'n dietro si guata».
      E quando fuor ne' cardini distorti
      li spigoli di quella regge sacra,
      che di metallo son sonanti e forti,
      non rugghiò sì né si mostrò sì acra
      Tarpëa, come tolto le fu il buono
      Metello, per che poi rimase macra.
      Io mi rivolsi attento al primo tuono,
      e 'Te Deum laudamus' mi parea
      udire in voce mista al dolce suono.
      Tale imagine a punto mi rendea
      ciò ch'io udiva, qual prender si suole
      quando a cantar con organi si stea;
      ch'or sì or no s'intendon le parole.






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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Mensaje por Maria Lua Dom 27 Ago 2023, 13:14

      CANTO NOVENO


      ANTEPURGATORIO: LA NOCHE DEL VALLE


      SUEÑO DE DANTE. EL ÁGUILA Y LUCIA
      PUERTA DEL PURGATORIO: ÁNGEL GUARDIAN
      Al venir el día, el poeta se adormece y sueña, que un águila lo levanta. Durante el sueño, Lucía lo trasporta dormido. Virgilio le muestra la puerta del purgatorio. El portero celestial permite la entrada
      a los poetas y graba en la frente del Dante siete P, símbolo de
      los siete pecados, que deben borrarse al ascender- los círculos del
      purgatorio. El ángel abre las puertas del purgatorio con las llaves
      místicas, y deja penetrar a los poetas, con prohibición de mirar
      hacia atrás.


      Del anciano Thyton, lo concubina
      ya asomaba al extremo del oriente,
      al salir de sus brazos, blanquecina, 3
      con gemas que lucían en su frente,
      de aquel frío animal en la figura
      que con la cola hiere humana gente. 6
      Dos pasos daba allí la noche oscura,
      replegando al tercero lentamente
      sus alas, inclinadas de la altura; 9
      y yo, de Adán humano descendiente,
      me recliné con sueño y con quebranto,
      sentándonos los cinco juntamente.
      Era la hora del quejoso canto
      que en la mañana da la golondrina,
      quizá en memoria del pristino llanto;
      en que libre la mente peregrina,
      su carne olvida y con el alma piensa,
      contemplando visión cuasi divina;
      y en sueños, parecióme ver suspensa
      con plumas de oro, un águila en el cielo,
      con ala abierta y de mirada intensa.
      Soñaba estar sobre aquel mismo suelo,
      do Ganimedes fuera arrebatado
      y levantado al sumo en raudo vuelo.
      Yo pensaba, que sitio acostumbrado
      del águila sería, en su despego
      de ejercitar sus garras de otro lado.
      Después me pareció, que en insosiego
      terrible cual relámpago venía,
      y me llevaba a la región del fuego.
      Y que con ella arder, me parecía;
      y entonces, el incendio imaginado,
      el agitado sueño al fin rompía.
      No de otro modo, Aquiles despertado,
      volvió sus ojos con inquieto giro
      al verse a extraño sitio trasportado,
      cuando del lado de Qiiirón, a Soyro
      su madre le llevó, en donde fuera
      por los griegos sacado del retiro.A
      Así también mi ser se estremeciera,
      huyendo el sueño, y pálido cual muerto,
      por el espanto helado me sintiera.
      Al ¡ado estaba mi guardián experto:
      ya dos horas el sol, subido había,
      y mi rostro miraba el mar abierto.
      «No temas nada», dijo mi buen guía,
      «hemos venido el punto deseado:
      no restrinjas, dilata tu energía.
      «Al fin, al púrgate rio has alcanzado:
      míralo de altas rocas defendido,
      y ve la brecha de su entrada al lado,
      «El alba había el cielo aclarecido,
      y el alma tuya, dentro tí dormía,
      con tu cuerpo entre flores extendido;
      «Cuando dijo una santa: Soy Lucia:
      déjame levantar a ese dormido,
      y así lo alivia, é por su alta vía.
      «Las otras bellas sombras no han venido.
      Ella te trajo al despuntar el día,
      y subiendo, sus huellas he seguido.
      «Sus bellcs ojos en que amor lucía,
      me sentaron esa brecha abierta,
      y tu sueño se fué, cuando partía.»
      Cerno quien en sí mismo a. ver no acierta,
      y que ca nbia en confianza su pavura
      cuando al fin la verdad ve descubierta;
      tal cambié yo, pasando la amargui-a.
      Mi guía entonces traspasó el cercado
      y yo seguí tras él hacia la altura.
      Lector, bien ves que el tono he levantado
      de mi asunto, y así, con mayor arte,
      no extrañes lo mantenga reforzado.
      Presurosos, llegamos a la parte
      do el recinto mostraba una abertura,
      como la brecha que muralla parte.
      Vi una puerta y tres gradas en bajura,
      que de vario color cada una era,
      y un inmóvil guardián, sobre la altura.
      Y como mi ojo, más y más se abriera,
      le vi sentado en grado soberano
      con rostro que mi vista encegueciera.
      Empuñaba una espada en una mano,
      que en nosotros sus rayos reflejara,
      de modo, que mirarla quise en vano.
      «¿A qué venís aquí»?, nos preguntara.
      «¿Quién encamina vuestra marcha incierta!
      ¡ Guai! ¡ que no os cueste la venida cara!»
      «Mujer del cielo que nos guarda alerta»,
      repuso el guía, «aquí nos ha enviado,
      diciendo: Id a donde está la puerta».
      «Que vuestro paso sea afortunado».
      Cortés nos dijo el celestial portero:
      «Podéis subir hasta el más alto grado».
      Más cerca, vi que el escalón primero
      era de mármol blanco, y su tersura
      tal, que era espejo de mi cuerpo entero;
      y el segundo, de piedra más oscura,
      en ancho y largo de hendiduras plena,
      y de color rojizo en su tintura;
      y que el tercero, que la cima llena,
      pórfido parecía, tan flamante
      como sangre que brota de la vena.
      Con sus plantas sobre éste, dominante
      estaba el ángel, al umbral sentado,
      que parecióme piedra de diamante.
      Con buena voluntad, de grado en grado
      llevóme el guía, y dijo: «Solicita
      con humildad, corra el cerrojo echado».
      Me prosterné ante su faz bendita,
      pedí misericordia y que me abriera,
      golpeando el pecho, con la faz contrita.
      Siete P en mi frente describiera
      la punta de su espada, y luego: «Lave
      estas llagas, adentro», me dijera.
      Ceniza o tierra seca que se cave,
      mostraba en el color de su indumento,
      y de él extrajo entonces doble llave.
      Una era de oro, la otra era de argento:
      con la blanca, después con la dorada,
      tocó la puerta con mi gran contento.
      «Cuando una llave está desarreglada,
      no puede hacer girar la cerradura»;
      dijo, «y la puerta queda bien cerrada.
      «Es más precisa la una y más segura,
      pero la otra requiere más prudencia,
      porque desata el nudo con blandura.
      «Pedro me dijo al darlas: Ten conciencia,
      que es mejor puerta abierta que cerrada,
      si el pecador se postra en penitencia.-»
      Abrió luego la puerta consagrada,
      diciéndonos: «Tened bien entendido,
      que vuelve atrás, quien vuelve la mirada».
      Crujió la puerta con terrible ruido
      sobre los quicios del dintel sagrado,
      produciendo metálico sonido,
      cual no crujió el portón nunca violado,
      que en Tarpeya guardaba el gran tesoro
      de que fué el buen Mételo despojado.
      Pensé escuchar después canto sonoro,
      y música que al canto se mezclaba,
      y del Te deum laudamus dulce coro;
      y evocando el recuerdo, imaginaba,
      oir como en la tierra, vagamente,
      el órgano que al canto acompañaba
      sin percibir las voces claramente.




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      "Ser como un verso volando
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      Mensaje por Maria Lua Mar 29 Ago 2023, 21:01

      CANTO X



      [Canto X, dove si tratta del primo girone del proprio purgatorio,
      il quale luogo discrive l'auttore sotto certi intagli d'antiche
      imagini; e qui si purga la colpa de la superbia.]



      Poi fummo dentro al soglio de la porta
      che 'l mal amor de l'anime disusa,
      perché fa parer dritta la via torta,
      sonando la senti' esser richiusa;
      e s'io avesse li occhi vòlti ad essa,
      qual fora stata al fallo degna scusa?
      Noi salavam per una pietra fessa,
      che si moveva e d'una e d'altra parte,
      sì come l'onda che fugge e s'appressa.
      «Qui si conviene usare un poco d'arte»,
      cominciò 'l duca mio, «in accostarsi
      or quinci, or quindi al lato che si parte».
      E questo fece i nostri passi scarsi,
      tanto che pria lo scemo de la luna
      rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
      che noi fossimo fuor di quella cruna;
      ma quando fummo liberi e aperti
      sù dove il monte in dietro si rauna,
      ïo stancato e amendue incerti
      di nostra via, restammo in su un piano
      solingo più che strade per diserti.
      Da la sua sponda, ove confina il vano,
      al piè de l'alta ripa che pur sale,
      misurrebbe in tre volte un corpo umano;
      e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
      or dal sinistro e or dal destro fianco,
      questa cornice mi parea cotale.
      Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
      quand' io conobbi quella ripa intorno
      che dritto di salita aveva manco,
      esser di marmo candido e addorno
      d'intagli sì, che non pur Policleto,
      ma la natura lì avrebbe scorno.
      L'angel che venne in terra col decreto
      de la molt' anni lagrimata pace,
      ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
      dinanzi a noi pareva sì verace
      quivi intagliato in un atto soave,
      che non sembiava imagine che tace.
      Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
      perché iv' era imaginata quella
      ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
      e avea in atto impressa esta favella
      'Ecce ancilla Deï', propriamente
      come figura in cera si suggella.
      «Non tener pur ad un loco la mente»,
      disse 'l dolce maestro, che m'avea
      da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
      Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
      di retro da Maria, da quella costa
      onde m'era colui che mi movea,
      un'altra storia ne la roccia imposta;
      per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
      acciò che fosse a li occhi miei disposta.
      Era intagliato lì nel marmo stesso
      lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
      per che si teme officio non commesso.
      Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
      partita in sette cori, a' due mie' sensi
      faceva dir l'un 'No', l'altro 'Sì, canta'.
      Similemente al fummo de li 'ncensi
      che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
      e al sì e al no discordi fensi.
      Lì precedeva al benedetto vaso,
      trescando alzato, l'umile salmista,
      e più e men che re era in quel caso.
      Di contra, effigïata ad una vista
      d'un gran palazzo, Micòl ammirava
      sì come donna dispettosa e trista.
      I' mossi i piè del loco dov' io stava,
      per avvisar da presso un'altra istoria,
      che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
      Quiv' era storïata l'alta gloria
      del roman principato, il cui valore
      mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
      i' dico di Traiano imperadore;
      e una vedovella li era al freno,
      di lagrime atteggiata e di dolore.
      Intorno a lui parea calcato e pieno
      di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
      sovr' essi in vista al vento si movieno.
      La miserella intra tutti costoro
      pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
      di mio figliuol ch'è morto, ond' io m'accoro»;
      ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
      tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio»,
      come persona in cui dolor s'affretta,
      «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov' io,
      la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene
      a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?»;
      ond' elli: «Or ti conforta; ch'ei convene
      ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
      giustizia vuole e pietà mi ritene».
      Colui che mai non vide cosa nova
      produsse esto visibile parlare,
      novello a noi perché qui non si trova.
      Mentr' io mi dilettava di guardare
      l'imagini di tante umilitadi,
      e per lo fabbro loro a veder care,
      «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
      mormorava il poeta, «molte genti:
      questi ne 'nvïeranno a li alti gradi».
      Li occhi miei, ch'a mirare eran contenti
      per veder novitadi ond' e' son vaghi,
      volgendosi ver' lui non furon lenti.
      Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi
      di buon proponimento per udire
      come Dio vuol che 'l debito si paghi.
      Non attender la forma del martìre:
      pensa la succession; pensa ch'al peggio
      oltre la gran sentenza non può ire.
      Io cominciai: «Maestro, quel ch'io veggio
      muovere a noi, non mi sembian persone,
      e non so che, sì nel veder vaneggio».
      Ed elli a me: «La grave condizione
      di lor tormento a terra li rannicchia,
      sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
      Ma guarda fiso là, e disviticchia
      col viso quel che vien sotto a quei sassi:
      già scorger puoi come ciascun si picchia».
      O superbi cristian, miseri lassi,
      che, de la vista de la mente infermi,
      fidanza avete ne' retrosi passi,
      non v'accorgete voi che noi siam vermi
      nati a formar l'angelica farfalla,
      che vola a la giustizia sanza schermi?
      Di che l'animo vostro in alto galla,
      poi siete quasi antomata in difetto,
      sì come vermo in cui formazion falla?
      Come per sostentar solaio o tetto,
      per mensola talvolta una figura
      si vede giugner le ginocchia al petto,
      la qual fa del non ver vera rancura
      nascere 'n chi la vede; così fatti
      vid' io color, quando puosi ben cura.
      Vero è che più e meno eran contratti
      secondo ch'avien più e meno a dosso;
      e qual più pazïenza avea ne li atti,
      piangendo parea dicer: 'Più non posso'





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      204


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      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 4 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Miér 30 Ago 2023, 10:34

      CANTO DÉCIMO


      ARO PRIMERO: SOBERBIA


      SUBIDA Al, PBIMBB ABO, EJEMPLOS DE HUMILDAD
      EXPIACIÓN DE LA SOBERBIA
      I-os dos poetas penetran al purgatorio por una senda tortuosa. Suben
      al primer rellano que contornea la montaña. En su tránsito admiran, entallados en marmol, varios ejemplos de humildad: La virgen María saludada por el ángel Gabriel; David bailando ante el
      _ Arca ; Trajano escuchando a una viuda. Vienen a ellos almas que
      explan la soberbia, doblegadas tajo enormes pesos.



      Traspasado el umbral de aquella puerta,
      por mal querer del alma, desusada,
      qué hace parezca recta vía tuerta,
      por el ruido sentí que era cerrada.
      i De haber tornado el ojo a la salida,
      qué excusa a. lá sentencia fuera dada!
      Allí, subimos una roca hendida,
      Que serpenteando luego se reparte,
      cual ola por des fuerzas combatida.
      «Aquí conviene usar de tino y arte»,
      dijo el maestro: «bueno es inclinarse,
      ya de una parte, ya de la otra parte.»
      Esto hacía la marcha dilatarse;
      y el disco de la luna, ya menguante,
      en su lecho empezaba a recostarse,
      Y el barranco seguía, hacia adelante;
      hasta que al fin pisamos suelo abierto,
      del monte en un rellano circundante.
      Yo fatigado, y uno y otro incierto
      del camino, paramos en un llano,
      más solo que una senda del desierto;
      desde la orilla confinante al vano,
      hasta el pie de la roca, mediría
      tres veces el largor del cuerpo humano:
      en cuanto mi ojo allí volar podía
      de la cornisa al uno y otro flanco,
      de la misma extensión me parecía.
      Inmóviles sin dar siquiera un tranco,
      noté que en su contorno la subida
      era todo de un mármol puro y blanco,
      sin presentar en su extensión salida;
      con relieves, mas no de Policleto,
      que por ellos, natura era vencida.
      El ángel nuncio del pascual decreto
      de la paz, que a la tierra que lloraba
      abrió el cerrado cielo con afecto,
      su celestial imagen nos mostraba,
      con tal verdad, con expresión tan suave,
      que su boca en el mármol palpitaba,
      como si fuese a pronunciar el Ave;
      y la pura y sin mancha estaba al lado,
      que del divino amor tiene la llave,
      y en sus labios tenía modelado
      el Ecce Ancilla Bei, tan propiamente,
      eual en cera se ve sello estampado.
      «No mires hacia un lado solamente,»
      dijo el sabio que al lado me tenía
      en donde el corazón tiene la gente.
      Y al apartar los ojos de María,
      más allá de su imagen, donde estaba
      el que mi incierto paso dirigía,
      otra historia la roca presentaba,
      que me hizo levantar con más premura
      donde mejor la vista dilataba;
      y contemplé en el mármol la escultura,
      del carro con sus bueyes y arca santa,
      que hacer lo que es de Dios, castigo augura.
      Formada en siete coros se adelanta
      toda la gente; y con sentido intenso,
      trepido entre si canta o si no canta,
      Creía ver las nubes del incienso,
      y aun su olor en los aires percibía,
      sin dar al Sí ni al No, seguro ascenso.
      Aquel bendito vaso, precedía
      con humildad bailando, el gran Salmista,
      que más que rey y menos parecía.
      A su frente, clavándole la vista,
      Micol de su palacio le admiraba,
      como la esposa a quien despecho atrista.
      Moví mi pie del punto en que me hallaba,
      para observar de cerca nueva historia,
      que en blanco, tras Micol se diseñaba.
      Allí estaba historiado en su alta gloria
      el valor de aquel príncipe romano
      que a Gregorio inspiró su gran victoria.
      Me refiero a la imagen de Trajano,
      con una viuda asida de su freno,
      bañando con sus lágrimas su mano.
      En torno suyo todo estaba lleno
      de jinetes, y un águila dorada
      a sus banderas daba vuelo pleno;
      y la infeliz, por el tropel cercada
      parecía decir: ¡Señor, venganza!
      ¡Mi hijo está muerto! ¡Estoy desamparada!
      Y que él responde: Guarda la esperanza
      hasta mi vuelta. Y que ella: ¡Señor mío!
      Cual madre a la que apura la tardanza.
      ¿Y si no vuelvesf Y él: Un hijo mío
      te la dará. Y que ella: ¿Qué te tiene?
      ¡bien de otro no aprovecha en su desvío!
      Y que él replica: ¡Alienta! ¡que conviene
      que a cumplir mi deber, presto me mueva!
      justicia manda, si piedad retiene.
      Aquel, que no conoce cosa nueva,
      esculpió esta palabra viva y clara,
      que cosa mundanal en sí no lleva.
      Mientras que con deleite contemplara
      de tantas humildades el retraso,
      que su divino artífice realzara;
      «Viene hacia aquí, pero con tardo paso,»
      murmuraba el poeta, «mucha gente,
      que hacia la altura nos endilgue acaso.»
      Y mi ojo, que anheloso e impaciente,
      a contemplar lo nuevo era llamado,
      volvióse hacia lo nuevo prontamente.
      Xo quisiera, lector, que desmayado
      vuelvas del buen propósito, si cuento
      como hace Dios pagar al que ha pecado.
      No cuides* de la forma del tormento:
      piensa en lo que vendrá, que toda pena
      tiene al juicio final su fijamiento.
      Yo comencé: «Mi vista se enajena,
      al ver adelantar esas visiones,
      que personas no son de forma plena.»
      Y él a mí: «Las severas condiciones
      de su tormento, las inclina al suelo,
      tanto que ver no puedes sus facciones.
      «Pero contempla con mayor anhelo
      ese que va de piedra recargado;
      en él verás de los demás el duelo.»
      i Oh! ¡ soberbio cristiano, fatigado,
      que con la vista de la mente insana,
      caminando hacia atrás, vas tan confiado!
      ¡Gusanos somos de la especie humana,
      para informar celeste mariposa
      que vuela a la justicia soberana!
      ¿Por qué gallea tu ánima orgullosa?
      Tú eres un entomóide contrahecho,
      abortado con forma defectuosa.
      Cual por sostén de vigas o de un techo,
      a modo de soporte, una figura
      se ve unida rodilla contra pecho,
      que al que la mira causa pesadura,,
      así también sentí mi alma afligida
      al mirar de esas sombras la tortura.
      Más o menos cada una contraída,
      según la espalda el peso les recarga,
      parecía decir la más sufrida,
      llorando: ¡Ya no puedo con la carga!




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      Mensaje por Maria Lua Jue 31 Ago 2023, 13:19

      CANTO XI



      [Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de'
      superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch'è uno de' rami
      de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e
      messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.]


      «O Padre nostro, che ne' cieli stai,
      non circunscritto, ma per più amore
      ch'ai primi effetti di là sù tu hai,
      laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
      da ogne creatura, com' è degno
      di render grazie al tuo dolce vapore.
      Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
      ché noi ad essa non potem da noi,
      s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
      Come del suo voler li angeli tuoi
      fan sacrificio a te, cantando osanna,
      così facciano li uomini de' suoi.
      Dà oggi a noi la cotidiana manna,
      sanza la qual per questo aspro diserto
      a retro va chi più di gir s'affanna.
      E come noi lo mal ch'avem sofferto
      perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
      benigno, e non guardar lo nostro merto.
      Nostra virtù che di legger s'adona,
      non spermentar con l'antico avversaro,
      ma libera da lui che sì la sprona.
      Quest' ultima preghiera, segnor caro,
      già non si fa per noi, ché non bisogna,
      ma per color che dietro a noi restaro».
      Così a sé e noi buona ramogna
      quell' ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
      simile a quel che talvolta si sogna,
      disparmente angosciate tutte a tondo
      e lasse su per la prima cornice,
      purgando la caligine del mondo.
      Se di là sempre ben per noi si dice,
      di qua che dire e far per lor si puote
      da quei c'hanno al voler buona radice?
      Ben si de' loro atar lavar le note
      che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
      possano uscire a le stellate ruote.
      «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
      tosto, sì che possiate muover l'ala,
      che secondo il disio vostro vi lievi,
      mostrate da qual mano inver' la scala
      si va più corto; e se c'è più d'un varco,
      quel ne 'nsegnate che men erto cala;
      ché questi che vien meco, per lo 'ncarco
      de la carne d'Adamo onde si veste,
      al montar sù, contra sua voglia, è parco».
      Le lor parole, che rendero a queste
      che dette avea colui cu' io seguiva,
      non fur da cui venisser manifeste;
      ma fu detto: «A man destra per la riva
      con noi venite, e troverete il passo
      possibile a salir persona viva.
      E s'io non fossi impedito dal sasso
      che la cervice mia superba doma,
      onde portar convienmi il viso basso,
      cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
      guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
      e per farlo pietoso a questa soma.
      Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
      Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
      non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
      L'antico sangue e l'opere leggiadre
      d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
      che, non pensando a la comune madre,
      ogn' uomo ebbi in despetto tanto avante,
      ch'io ne mori', come i Sanesi sanno,
      e sallo in Campagnatico ogne fante.
      Io sono Omberto; e non pur a me danno
      superbia fa, ché tutti miei consorti
      ha ella tratti seco nel malanno.
      E qui convien ch'io questo peso porti
      per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
      poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti».
      Ascoltando chinai in giù la faccia;
      e un di lor, non questi che parlava,
      si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
      e videmi e conobbemi e chiamava,
      tenendo li occhi con fatica fisi
      a me che tutto chin con loro andava.
      «Oh!», diss' io lui, «non se' tu Oderisi,
      l'onor d'Agobbio e l'onor di quell' arte
      ch'alluminar chiamata è in Parisi?».
      «Frate», diss' elli, «più ridon le carte
      che pennelleggia Franco Bolognese;
      l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
      Ben non sare' io stato sì cortese
      mentre ch'io vissi, per lo gran disio
      de l'eccellenza ove mio core intese.
      Di tal superbia qui si paga il fio;
      e ancor non sarei qui, se non fosse
      che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
      Oh vana gloria de l'umane posse!
      com' poco verde in su la cima dura,
      se non è giunta da l'etati grosse!
      Credette Cimabue ne la pittura
      tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
      sì che la fama di colui è scura.
      Così ha tolto l'uno a l'altro Guido
      la gloria de la lingua; e forse è nato
      chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
      Non è il mondan romore altro ch'un fiato
      di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
      e muta nome perché muta lato.
      Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
      da te la carne, che se fossi morto
      anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
      pria che passin mill' anni? ch'è più corto
      spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
      al cerchio che più tardi in cielo è torto.
      Colui che del cammin sì poco piglia
      dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
      e ora a pena in Siena sen pispiglia,
      ond' era sire quando fu distrutta
      la rabbia fiorentina, che superba
      fu a quel tempo sì com' ora è putta.
      La vostra nominanza è color d'erba,
      che viene e va, e quei la discolora
      per cui ella esce de la terra acerba».
      E io a lui: «Tuo vero dir m'incora
      bona umiltà, e gran tumor m'appiani;
      ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
      «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
      ed è qui perché fu presuntüoso
      a recar Siena tutta a le sue mani.
      Ito è così e va, sanza riposo,
      poi che morì; cotal moneta rende
      a sodisfar chi è di là troppo oso».
      E io: «Se quello spirito ch'attende,
      pria che si penta, l'orlo de la vita,
      qua giù dimora e qua sù non ascende,
      se buona orazïon lui non aita,
      prima che passi tempo quanto visse,
      come fu la venuta lui largita?».
      «Quando vivea più glorïoso», disse,
      «liberamente nel Campo di Siena,
      ogne vergogna diposta, s'affisse;
      e lì, per trar l'amico suo di pena,
      ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
      si condusse a tremar per ogne vena.
      Più non dirò, e scuro so che parlo;
      ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini
      faranno sì che tu potrai chiosarlo.
      Quest' opera li tolse quei confini».





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      Mensaje por Maria Lua Lun 04 Sep 2023, 15:02

      CANTO UNDÉCIMO


      AEO PRIMERO: SOBERBIA

      PLEGARIA DE LOS SOBERBIOS. ALDOBRANDESCH1, Ü'AGOBBIO,
      SAI.VANI



      Paráfrasis del Pater Noster de los orgullosos. Obligación de rezar pollos difuntos. Un penitente indica a los poetáis el camino. Confesión de Humberto, conde de Santa Piore. Coloquio entre el poeta
      y Oderlzo de Gubio, sobre la pintura y las letras, y sobre la vanidad de la fama mundanal. El provenzal Salrano que; purga el
      pecado de la soberbia, dispensado de la espera por un acto de abnegación. Alusión al futuro del poeta.



      «Padre nuestro que te hallas en el cielo,
      no circunscrito, pues tu amor benigno
      en lo infinito se difunde al suelo.
      «Sea alabado tu poder divino
      y el tu nombre, por toda criatura,
      que grata te tributa, incienso digno.
      «Venga en paz el tu reino de ventura,
      porque si de tu seno no desciende,
      no alcanzaremos solos tanta altura.
      «Tu voluntad, que el sacrificio enciende,
      y tus ángeles cantan en su Hosanna,
      se haga en la tierra que tu amor comprende.
      «Danos del pan la gracia cotidiana,
      porque sin ella, en árido desierto
      marcha hacia atrás aquel que más se afana.
      «Y así cual perdonamos de concierto
      recíprocos agravios, tú perdona
      las culpas del humano desacierto.
      «Nuestra virtud que débil se abandona,
      del enemigo guarda y del pecado,
      y líbranos del mal que nos baldona.
      «Esta última plegaria, Padre amado,
      no es por nosotros; son nuestros clamores
      por los que allá en el mundo se han quedado.»
      Así oran por nosotros pecadores
      las sombras, con sus cargas vacilando,
      cual soñamos en sueños opresores.
      Su peso desigual sobrellevando,
      recorren fatigadas la cornisa,
      la niebla mundanal purificando.
      Si el ruego por nosotros se eterniza
      allí, ¿qué debe el hombre en este suelo
      hacer, si con las penas simpatiza í
      Debe ayudar al triste en desconsuelo
      a que las manchas de la vida lave,
      y suba puro al estrellado cielo.
      «¡ Que piadosa justicia desagrave
      vuestras almas, subiendo prontamente,
      en alas del deseo, como el ave!
      «Decidme, de qué lado la pendiente
      es más suave, y si hay otra, menos larga,
      que pueda transitarse fácilmente;
      «Porque este compañero, con la carga
      de la carne de Adam está vestido,
      y aunque animoso, el peso al paso embarga.»
      Cuando hubo estas palabras proferido
      el buen maestro, tras del cual yo iba,
      un acento que me era conocido,
      respondió: «Por la diestra de la riba
      seguid, y encontrareis una bajada
      que pueda transitar persona viva.
      «Si no fuera esta carga tan pesada
      que la cerviz abate de mi sombra,
      con la faz por los. suelos arrastrada,
      «a ese que vive aún y no se nombra,
      mirara, por saber si es conocido,
      y moverle a piedad si es que se asombra.
      «Latino, de un gran Tosco fui nacido:
      Guillermo Aldobrandeschi es mi ascendiente:
      no sé si el nombre suyo, habréis oído.
      «La sangre antigua y gloria permanente
      de mis mayores, criaron la arrogancia
      que a la madre común niega demente.
      «Los hombres desprecié, con tal jactancia,
      que por ello morí, cual sabe Siena,
      y sabe en Campagnati hasta la infancia.
      «Humberto soy, y es lo que más me apena,
      que mi orgullo a los míos ha perdido,
      y por mí sufren mal, y sufren pena.
      «Por aplacar a Dios, llevo dolido
      este peso, las culpas compurgando
      en muerte, que en la vida he cometido.*
      Yo bajé la cabeza, esto escuchando,
      y uno de ellos, (no el otro que me hablaba)
      volvióse a mí, su peso soportando;
      y al verme, conocióme, y me llamaba,
      en mí fijando su ojo atribulado,
      mientras que con las sombras se arrastraba.
      «¿Oderizo», le dije, «te has llamado,
      la prez de Agudio, honor de la pintura,
      que se llama en Paris, iluminado?»
      Y él a mí: «Vale más la miniatura
      de Franco Bolones; no subiría
      sino en parte, de honor yo a tanta altura.
      «No en vida tan cortés yo sido habría
      para con él, pues excederle ansiaba
      por el amor del arte que en mí ardía.
      «Soberbia tal, a éste castigo enviaba;
      y ni alcanzara pena congojosa
      si en tiempo a arrepentirme no alcanzaba.
      «i Oh, gloria vana, de la humana cosa!
      ¡En tu cima cuan poco el verde dura
      si el tiempo no la arraiga vigorosa!
      «Glorióse Cimabué, de la pintura
      el campo mantener: Giotto ha venido,
      y su fama se ha vuelto sombra oscura.
      «Así arrebata el uno al otro Guido,
      la gloria de la lengua: y quizá breve
      nazca quien a los dos eche del nido.
      «Es el rumor mundano soplo leve
      que viene y va cual pasajero viento,
      y nombre cambia al lado que se mueve.
      «¿Qué más fama tendrás desde el momento,
      que te separes de tu carne vieja,
      o papa digas con pueril acento,
      «en mil años? Si Dios mueve la ceja,
      ante la eternidad, su corto espacio
      a una vuelta del mundo se asemeja.
      «Ese que ocupa tan pequeño espacio,
      de su nombre, Toscana estaba henchida,
      que ora en Siena, si se oye, es muy despacio,
      «donde era el amo, cixando fué destruida
      por florentina rabia, tan superba
      entonces, y al presente prostituida.
      «Vuestro renombre, es cual color de hierba,
      que ora viene, se va, se descolora,
      y marchita el que tierna la preserva.»
      Yo exclamé: «Tu palabra en mí atesora
      saludable humildad, y más me afano;
      mas ¿quién es ese que me hablas ahora!»
      «Ese es», repuso, «el provenzal Salvano,
      y se halla aquí, por ser muy presuntuoso,
      que a Siena pretendió tener en mano.
      «Así se va arrastrando sin reposo
      desde su muerte: tal es el presente
      que da el eielo a quien peca de ambicioso.»
      Y yo: «i Cómo el que tarde se arrepiente,
      cuando el término llega de la vida,
      queda abajo como alma penitente.
      «si no es por la plegaria socorrida,
      por todo el tiempo que en el mundo ha estado,
      a éste ha sido acordada la subida?»
      «Es,» dijo, «que en la gloria de su estado,
      por propia voluntad, un día en Siena,
      mostróse humildemente, arrodillado,
      «por rescatar de la cautiva pena
      a un amigo en la Francia aprisionado,
      y su sangre vibró de vena en vena.
      «No diré más: si oscuramente he hablado,
      más tarde, por los tuyos explicada
      la palabra será que has escuchado.
      «Por tal obra ha venido a esta morada.»



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      323



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      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
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      Mensaje por Maria Lua Sáb 09 Sep 2023, 09:10



      CANTO XII



      [Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove si sono
      intagliate certe imagini antiche de' superbi; e quivi si puniscono li
      superbi medesimi.]



      Di pari, come buoi che vanno a giogo,
      m'andava io con quell' anima carca,
      fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
      Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
      ché qui è buono con l'ali e coi remi,
      quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
      dritto sì come andar vuolsi rife'mi
      con la persona, avvegna che i pensieri
      mi rimanessero e chinati e scemi.
      Io m'era mosso, e seguia volontieri
      del mio maestro i passi, e amendue
      già mostravam com' eravam leggeri;
      ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
      buon ti sarà, per tranquillar la via,
      veder lo letto de le piante tue».
      Come, perché di lor memoria sia,
      sovra i sepolti le tombe terragne
      portan segnato quel ch'elli eran pria,
      onde lì molte volte si ripiagne
      per la puntura de la rimembranza,
      che solo a' pïi dà de le calcagne;
      sì vid' io lì, ma di miglior sembianza
      secondo l'artificio, figurato
      quanto per via di fuor del monte avanza.
      Vedea colui che fu nobil creato
      più ch'altra creatura, giù dal cielo
      folgoreggiando scender, da l'un lato.
      Vedëa Brïareo fitto dal telo
      celestïal giacer, da l'altra parte,
      grave a la terra per lo mortal gelo.
      Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
      armati ancora, intorno al padre loro,
      mirar le membra d'i Giganti sparte.
      Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
      quasi smarrito, e riguardar le genti
      che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.
      O Nïobè, con che occhi dolenti
      vedea io te segnata in su la strada,
      tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
      O Saùl, come in su la propria spada
      quivi parevi morto in Gelboè,
      che poi non sentì pioggia né rugiada!
      O folle Aragne, sì vedea io te
      già mezza ragna, trista in su li stracci
      de l'opera che mal per te si fé.
      O Roboàm, già non par che minacci
      quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
      nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
      Mostrava ancor lo duro pavimento
      come Almeon a sua madre fé caro
      parer lo sventurato addornamento.
      Mostrava come i figli si gittaro
      sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
      e come, morto lui, quivi il lasciaro.
      Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
      che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
      «Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».
      Mostrava come in rotta si fuggiro
      li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
      e anche le reliquie del martiro.
      Vedeva Troia in cenere e in caverne;
      o Ilïón, come te basso e vile
      mostrava il segno che lì si discerne!
      Qual di pennel fu maestro o di stile
      che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
      mirar farieno uno ingegno sottile?
      Morti li morti e i vivi parean vivi:
      non vide mei di me chi vide il vero,
      quant' io calcai, fin che chinato givi.
      Or superbite, e via col viso altero,
      figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
      sì che veggiate il vostro mal sentero!
      Più era già per noi del monte vòlto
      e del cammin del sole assai più speso
      che non stimava l'animo non sciolto,
      quando colui che sempre innanzi atteso
      andava, cominciò: «Drizza la testa;
      non è più tempo di gir sì sospeso.
      Vedi colà un angel che s'appresta
      per venir verso noi; vedi che torna
      dal servigio del dì l'ancella sesta.
      Di reverenza il viso e li atti addorna,
      sì che i diletti lo 'nvïarci in suso;
      pensa che questo dì mai non raggiorna!».
      Io era ben del suo ammonir uso
      pur di non perder tempo, sì che 'n quella
      materia non potea parlarmi chiuso.
      A noi venìa la creatura bella,
      biancovestito e ne la faccia quale
      par tremolando mattutina stella.
      Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
      disse: «Venite: qui son presso i gradi,
      e agevolemente omai si sale.
      A questo invito vegnon molto radi:
      o gente umana, per volar sù nata,
      perché a poco vento così cadi?».
      Menocci ove la roccia era tagliata;
      quivi mi batté l'ali per la fronte;
      poi mi promise sicura l'andata.
      Come a man destra, per salire al monte
      dove siede la chiesa che soggioga
      la ben guidata sopra Rubaconte,
      si rompe del montar l'ardita foga
      per le scalee che si fero ad etade
      ch'era sicuro il quaderno e la doga;
      così s'allenta la ripa che cade
      quivi ben ratta da l'altro girone;
      ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
      Noi volgendo ivi le nostre persone,
      'Beati pauperes spiritu!' voci
      cantaron sì, che nol diria sermone.
      Ahi quanto son diverse quelle foci
      da l'infernali! ché quivi per canti
      s'entra, e là giù per lamenti feroci.
      Già montavam su per li scaglion santi,
      ed esser mi parea troppo più lieve
      che per lo pian non mi parea davanti.
      Ond' io: «Maestro, dì, qual cosa greve
      levata s'è da me, che nulla quasi
      per me fatica, andando, si riceve?».
      Rispuose: «Quando i P che son rimasi
      ancor nel volto tuo presso che stinti,
      saranno, com' è l'un, del tutto rasi,
      fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
      che non pur non fatica sentiranno,
      ma fia diletto loro esser sù pinti».
      Allor fec' io come color che vanno
      con cosa in capo non da lor saputa,
      se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
      per che la mano ad accertar s'aiuta,
      e cerca e truova e quello officio adempie
      che non si può fornir per la veduta;
      e con le dita de la destra scempie
      trovai pur sei le lettere che 'ncise
      quel da le chiavi a me sovra le tempie:
      a che guardando, il mio duca sorrise.










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      213


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      Mensaje por Maria Lua Mar 12 Sep 2023, 14:56

      CANTO DUODÉCIMO


      AEO PRIMERO: SOBERBIA


      EJEMPLOS DE SOBERBIA CASTIGADA; EL ÁNGEL l)K
      HUMILDAD, SUBIDA AI, SEGUNDO ARO.
      I.os poetas siguen por el borde y Virgilio 'hace notar al Dante los ejemplos de soberbia castigada, diseñados en el suelo. A la hora del
      medio día, aparece un ángel que les indica el camino y que borra
      iiua de las siete P de la frente del Dante. Los poetas suben por
      lina áspera escalera, y al penetrar al recinto superior, oyen palabras de vida y de esperanza. El Dapte se siente más ligero, y Virgilio le hace saber que Ja subida le será más fácil a medida que
      se vayan borrando de su frente las manchas del pecado. El Dante
      lleva la mano a su frente, y advierte que de las siete P, solo
      quedaban seis.


      Cual bueyes van al par bajo su yugo,
      iba yo con esa ánima cargada,
      hasta que al dulce guía decir plugo: s
      «Deja sufrir esa alma tormentada;
      cada cual debe aquí con vela y remo,
      su barca dirigir bien gobernada.» 6
      Alcé la frente con esfuerzo extremo;
      pero mi alma hacia abajo se inclinaba
      por pensamiento ele humildad supremo. 9
      Con voluntad mis pies escaminaba
      en pos del guía, con mayor anhelo,
      y cada cual su paso apresuraba;
      cuando de pronto dijo: «Mira al suelo,
      pues el camino te será más grato
      al ver lo que tú pisas sin recelo.»
      Cual por memoria, con piadoso boato,
      en losa sepulcral, sobre los muertos
      a flor de tierra, pónese el retrato,
      que hace llorar sobre los huesos yertos,
      despertando doliente remembranza,
      donde propicios ruegos son ofertos;
      otras efigies vi de más semblanza,
      al borde del camino, figuradas
      en cuanto el monte por su falda avanza.
      La más noble criatura de las creadas
      miré, desde los cielos despedida
      como rayo, por manos irritadas.
      Vi al Briareo con mortal herida,
      por el rayo celeste fulminado,
      y su gran forma en hielo convertida;
      y a Palas y a Timbreo, y Marte armado,
      ver con Jove los miembros palpitantes
      de titanes, en campo ensangrentado.
      Y vi al Nemrod, con ojos delirantes
      de su obra al pie, mirar las locas gentes,
      en Sennaar soberbios cooperantes.
      ; Oh Niobe! ¡ Qué miradas tan dolientes
      tuyas vi, figuradas en la estrada,
      entre siete y siete hijos fallecientes!
      ¡Oh Saúl! ¡Traspasado con tu espada,
      tu cuerpo muerto en Gelbué yacía,
      hoy montaña sin lluvia y desolada!
      ¡Oh, loca Aragne! ¡cual me parecía
      verte ya media araña, contristada
      por tu propia labor y tu osadía!
      ¡Oh, Roboan! ¡tu imagen cincelada
      ya no amenaza: llena de aspaviento
      se ve como en tu carro era mostrada!
      Representaba el duro pavimento,
      cómo Almeon, tan caro hacer pagaba
      a su madre el fatídico ornamento.
      Allí a Senaquerib se figuraba,
      por su prole en el templo asesinado,
      y como, muerto, allí le abandonaba.
      El crudo ejemplo estaba allí estampado,
      cuando a Cyro, Tamyris le dijera:
      ¡Toma más sangre si no estás saciado!
      De los Asirios la legión que huyera,
      veíase, con Holofernes muerto,
      y las reliquias de su hueste fiera.
      Tus cenizas, ¡Oh Ilion! cual polvo yerto,
      y abyección y vileza a que has bajado,
      mostrábase con signo no encubierto.
      i Qué pincel, qué buril sería osado
      a retrazar las sombras y motivos
      que el genio más sutil haya admirado!
      Muertos, los muertos, y los vivos vivos:
      nadie lo vio cual yo, tan verdadero,
      cual yo lo vi, con ojos reflexivos
      ¡ Ora tu ojo levanta, tú altanero
      hijo de Eva: no bajes la mirada
      para advertir que llevas mal sendero! 72
      Prosiguiendo del monte la jornada,
      el sol la suya en tanto recorría
      sin ser por nuestra mente calculada; 75
      cuando aquel que mis pasos precedía,
      exclamó de repente: «Alza la testa:
      no es caso de seguir marcha tardía. 78
      «Contempla ese ángel, que a llegar se apresta
      a nuestro encuentro: mira como torna
      del servicio del sol la sierva sexta. S1
      «De reverencia tu semblante adorna,
      porque grato te lleva hasta la altura;
      pues un día como éste, no retorna.» si
      Comprendí del consejo la cordura,
      de tiempo no perder, pues no era aquella
      materia que a mi mente fuese oscura. s7
      A mí venía, la criatura bella,
      con un blanco ropaje, y parecía
      su rostro luz de matutina estrella. 8o
      Los brazos y las alas extendía,
      al decirnos: «Subid por esas gradas
      que os llevarán por accesible vía.» 93
      ¡ Oh, voces pocas veces escuchadas!
      ¿Por qué los hombres a subir nacidos
      dejan caer sus almas amenguadas? »o
      Nos mostró los peldaños derruidos,
      y con el ala me tocó la frente,
      buen augurio de pasos prevenidos. 93
      Como a diestra, subiendo la pendiente
      se percibe la iglesia que domina
      a la buena ciudad, cerca del puente,
      y al subir Rubaeonte, más se inclina
      por las escalas bechas, cuando estaba
      seguro el libro, sin la fraude indigna;
      así también la roca se aplanaba
      al conducir sin pena a otros girones,
      que el uno y otro lado limitaba.
      A tiempo de llegar a estas regiones,
      Beati pauperes spiritu, cantaban,
      voces llenas de dulces emociones.
      ¡Cuan diverso; ¡ay! las puertas resonaban,
      de aquellas del infierno! ¡Un dulce canto
      con los fieros lamentos contrastaban!
      Los escalones remontaba en tanto,
      y al subir, más liviano me sentía,
      cuando en el llano me cansaba tanto.
      «i Qué cosa es ésta», pregunté a mi guía,
      «que me alivia de un peso, en tal manera,
      que ya no siento la fatiga mía?»
      «Cuando las P que el ángel te imprimiera,
      se borren, como ya una se ha extinguido,»
      repuso, «y desparezca la postrera,
      «tu pie, por buena voluntad movido
      no sentirá fatigas en la empresa,
      en placer el cansancio convertido.»
      Cual quien lleva una cosa en su cabeza,
      que no sospecha, presa es de la duda,
      al ver señales que otro le endereza,
      y con el tacto su sentido ayuda,
      y busca y halla, y mano socorrida
      hace que a la visión incierta acuda,
      así la diestra levanté extendida,
      y hallé de siete P una borrada,
      que por la llave fuérame imprimida;
      y Virgilio sonreía en su mirada.





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      Mensaje por Maria Lua Miér 13 Sep 2023, 21:40

      CANTO XIII


      [Canto XIII, dove si tratta del sopradetto girone secondo, e quivi
      si punisce la colpa della invidia; dove nomina madonna Sapìa,
      moglie di messer Viviano de' Ghinibaldi da Siena, e molti altri.]



      Noi eravamo al sommo de la scala,
      dove secondamente si risega
      lo monte che salendo altrui dismala.
      Ivi così una cornice lega
      dintorno il poggio, come la primaia;
      se non che l'arco suo più tosto piega.
      Ombra non lì è né segno che si paia:
      parsi la ripa e parsi la via schietta
      col livido color de la petraia.
      «Se qui per dimandar gente s'aspetta»,
      ragionava il poeta, «io temo forse
      che troppo avrà d'indugio nostra eletta».
      Poi fisamente al sole li occhi porse;
      fece del destro lato a muover centro,
      e la sinistra parte di sé torse.
      «O dolce lume a cui fidanza i' entro
      per lo novo cammin, tu ne conduci»,
      dicea, «come condur si vuol quinc' entro.
      Tu scaldi il mondo, tu sovr' esso luci;
      s'altra ragione in contrario non ponta,
      esser dien sempre li tuoi raggi duci».
      Quanto di qua per un migliaio si conta,
      tanto di là eravam noi già iti,
      con poco tempo, per la voglia pronta;
      e verso noi volar furon sentiti,
      non però visti, spiriti parlando
      a la mensa d'amor cortesi inviti.
      La prima voce che passò volando
      'Vinum non habent' altamente disse,
      e dietro a noi l'andò reïterando.
      E prima che del tutto non si udisse
      per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
      passò gridando, e anco non s'affisse.
      «Oh!», diss' io, «padre, che voci son queste?».
      E com' io domandai, ecco la terza
      dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
      E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferza
      la colpa de la invidia, e però sono
      tratte d'amor le corde de la ferza.
      Lo fren vuol esser del contrario suono;
      credo che l'udirai, per mio avviso,
      prima che giunghi al passo del perdono.
      Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
      e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
      e ciascun è lungo la grotta assiso».
      Allora più che prima li occhi apersi;
      guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
      al color de la pietra non diversi.
      E poi che fummo un poco più avanti,
      udia gridar: 'Maria, òra per noi':
      gridar 'Michele' e 'Pietro' e 'Tutti santi'.
      Non credo che per terra vada ancoi
      omo sì duro, che non fosse punto
      per compassion di quel ch'i' vidi poi;
      ché, quando fui sì presso di lor giunto,
      che li atti loro a me venivan certi,
      per li occhi fui di grave dolor munto.
      Di vil ciliccio mi parean coperti,
      e l'un sofferia l'altro con la spalla,
      e tutti da la ripa eran sofferti.
      Così li ciechi a cui la roba falla,
      stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
      e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
      perché 'n altrui pietà tosto si pogna,
      non pur per lo sonar de le parole,
      ma per la vista che non meno agogna.
      E come a li orbi non approda il sole,
      così a l'ombre quivi, ond' io parlo ora,
      luce del ciel di sé largir non vole;
      ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
      e cusce sì, come a sparvier selvaggio
      si fa però che queto non dimora.
      A me pareva, andando, fare oltraggio,
      veggendo altrui, non essendo veduto:
      per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
      Ben sapev' ei che volea dir lo muto;
      e però non attese mia dimanda,
      ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
      Virgilio mi venìa da quella banda
      de la cornice onde cader si puote,
      perché da nulla sponda s'inghirlanda;
      da l'altra parte m'eran le divote
      ombre, che per l'orribile costura
      premevan sì, che bagnavan le gote.
      Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
      incominciai, «di veder l'alto lume
      che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
      se tosto grazia resolva le schiume
      di vostra coscïenza sì che chiaro
      per essa scenda de la mente il fiume,
      ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
      s'anima è qui tra voi che sia latina;
      e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».
      «O frate mio, ciascuna è cittadina
      d'una vera città; ma tu vuo' dire
      che vivesse in Italia peregrina».
      Questo mi parve per risposta udire
      più innanzi alquanto che là dov' io stava,
      ond' io mi feci ancor più là sentire.
      Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
      in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
      lo mento a guisa d'orbo in sù levava.
      «Spirto», diss' io, «che per salir ti dome,
      se tu se' quelli che mi rispondesti,
      fammiti conto o per luogo o per nome».
      «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
      altri rimendo qui la vita ria,
      lagrimando a colui che sé ne presti.
      Savia non fui, avvegna che Sapìa
      fossi chiamata, e fui de li altrui danni
      più lieta assai che di ventura mia.
      E perché tu non creda ch'io t'inganni,
      odi s'i' fui, com' io ti dico, folle,
      già discendendo l'arco d'i miei anni.
      Eran li cittadin miei presso a Colle
      in campo giunti co' loro avversari,
      e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
      Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
      passi di fuga; e veggendo la caccia,
      letizia presi a tutte altre dispari,
      tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,
      gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",
      come fé 'l merlo per poca bonaccia.
      Pace volli con Dio in su lo stremo
      de la mia vita; e ancor non sarebbe
      lo mio dover per penitenza scemo,
      se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe
      Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
      a cui di me per caritate increbbe.
      Ma tu chi se', che nostre condizioni
      vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
      sì com' io credo, e spirando ragioni?».
      «Li occhi», diss' io, «mi fieno ancor qui tolti,
      ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
      fatta per esser con invidia vòlti.
      Troppa è più la paura ond' è sospesa
      l'anima mia del tormento di sotto,
      che già lo 'ncarco di là giù mi pesa».
      Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condotto
      qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
      E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.
      E vivo sono; e però mi richiedi,
      spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
      di là per te ancor li mortai piedi».
      «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
      rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
      però col priego tuo talor mi giova.
      E cheggioti, per quel che tu più brami,
      se mai calchi la terra di Toscana,
      che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
      Tu li vedrai tra quella gente vana
      che spera in Talamone, e perderagli
      più di speranza ch'a trovar la Diana;
      ma più vi perderanno li ammiragli».




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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Mensaje por Maria Lua Jue 14 Sep 2023, 16:03

      CANTO DECIMOTERCIO


      ARO SEGUNDO: ENVIDIA


      EJEMPLOS DE CARIDAD, SAPIA I>R SIRXA
      Suben los poetas al segundo círculo donde se expía la, envidia. Los
      penitentes van con un cilicio, y los ojos cosidos. Espíritus invisibles cruzan volando el aire, y recuerdan a los envidiosos, ejemplos de amor y de caridad en pro del prójimo. El Dante es interpelado por Sapia, culpable por babor rogado por la desgracia de
      •su patria. El Dante se confiesa a sí mismo como propenso a la
      envidia y a la cólera y promete a Sapia recomendarla a sus conciudadanos, a quienes califica duramente.




      Llegamos de la escala hasta la cima
      donde otra vez el monte se replega,
      y donde el alma mala se sublima.
      A otra cornisa en cerco allí se llega.
      a manera que lo era la pasada,
      pero en arco menor, se cierra y plega.
      De imágenes y señas despojada,
      con lívido color aparecía
      de dura roca al largo de la estrada.
      AKO SEGUNDO lJUIl. X1IÍ, 10-39 APOSTROFE .\\. Mil.
      «Si esperamos aquí que llegue un guía.»
      reflexionó el poeta, «ciertamente,
      muy tarde encontraremos nuestra vía.»
      Miró al sol en seguida, fijamente,
      giró, del diestro lado haciendo centro,
      y a la izquierda volvióse prontamente.
      «\ Oh dulce luz! en que confiado entro,
      que a los nuevos caminos ncs induces,»
      exclamó, «¡ y bien guías aquí adentro!
      «¡ Tú calientas el mundo, sobre él luces,
      y si causa contraria no nos tienta,
      con tus rayos por siempre nos conduces!»
      Cuando una milla, por humana cuenta,
      hubimos del camino recorrido,
      con ágil paso y voluntad contenta,
      en los aires sentimos un volido
      de invisibles espíritus, llamando
      a la mesa de amor dulce sonido.
      La voz primera que pasó volando,
      vinum non habent, dijo con voz clara,
      y a lo lejos sus voces reiterando.
      Y antes que el eco blando se apagara,
      otra exclamó a los lejos: «¡ Soy Oreste !¡s>
      sin que tampoco el vuelo se fijara.
      Al padre pregunté: «¿Qué acento es este?»
      Y al preguntar, clamó una voz tercera:
      «Amad al enemigo aunque os moleste.-»
      Y el maestro: «Se purga en esta esfera
      la culpa de la envidia, que fustiga
      con látigo de amor mano severa:
      «Blanda es aquí la brida que los liga;
      y pienso lo has de ver, según colijo.
      antes que el paso del perdón subsiga.
      «Pero ten en el aire el ojo fijo,
      y verás muchas sombras por delante
      sentadas todas en su afán prolijo.»
      Abrí mejor los ojos, y anhelante
      sombras vi que vestían sendos mantos
      de tui color a la piedra semejante.
      Y oí clamar entre angustiosos llantos:
      «¡ Ora María, por nosotros ora!
      ¡Oren Pedro y Miguel! ¡todos los santos!»
      Xo pienso que haya un alma pecadora,
      que al mirar estas penas, no sintiera
      de compasión la espina punzadora.
      Cuando más cerca de ellas estuviera,
      y tuve de cada una claro indicio,
      un gran dolor mis ojos exprimiera.
      Cubiertas todas con un vil cilicio,
      las unas a las otras adosadas,
      contra el muro sufrían el suplicio.
      Tal los ciegos, en fiestas consagradas,
      demandan la limosna compungidos,
      sus cabezas en grupo amontonadas,
      para excitar la compasión, dolidos,
      agregando a la queja pronunciada,
      la vista que penetra en los oídos.
      •La luz tienen los ciegos apagada:
      y así a estas sombras, en su noche oscura,
      de los cielos la luz está negada.
      Hilo de hierro, horada cual costura
      sus párpados, a modo que al salvaje
      gavilán que se doma en su bravura. 72
      Me parecía cometer ultraje
      al mirarlos sin ser por ellos visto,
      y acudí de mi sabio al arbitraje. ,5
      Bien que mudo, lo había él entrevisto,
      y así, sin esperar a mi demanda,
      dijo: «Puedes hablar; mas cauto y listo.» 7S
      Virgilio caminaba por la banda
      de la cornisa, el riesgo desafiando,
      porque ningún reparo la enguirlanda. si
      A otro lado, las sombras van penando,
      cosidas con su bárbara costura,
      de lágrimas sus pechos inundando.; si
      y yo así les hablé: ¡ «Gente, segura,
      de ver de lo alto la eternal Iticencia,
      que vuestro anhelo con ardor procura! s-,
      «¡ Que la gracia disipe en la conciencia
      las espumas, y corra puro y claro
      como un río, la noble inteligencia! 90
      «Mas decid por favor, que me es muy caro,
      I hay en esta mansión alma latina
      a quien pudiera acaso" dar amparo?» os
      «¡ Oh hermano! ¡ aquí de una ciudad divina
      cada una es ciudadano! ¿o es que sería
      que en Italia viviese- peregrina?» ¡>r,
      Me pareció que aquella voz venía
      no lejos del lugar donde me hallaba,
      y adelanté, por si mejor oía. no
      Un alma vi que entre otras esperaba,
      según por su actitud lo coligiera,
      pues cual ciego su barba levantaba.
      «Espíritu que sufres y que espera,»
      le dije, «si a mi ruego has respondido,
      dime tu nombre y cual tu patria era.»
      Y respondióme: «Yo Sienesa lie sido,
      y aquí purgo con otros mala vida,
      clamando al que perdona al afligido.
      «Y Sápia me llamaban, mas perdida
      la razón, no fui sabia, y en los daños
      de los demás góceme sin medida;
      «y no imagines que te cuento engaños:
      oye y verás cual fuera mi insania
      al descender el arco de mis añcs.
      «Los ciudadanos de la patria mía,
      en Colle a sus contrarios contrastando,
      yo su derrota al cielo le pedía.
      «Y Dios me oyó, sus huestes debelando,
      en hora amarga; y yo me complacía
      con alegría sin igual gozando.
      «Y desafiando al cielo me engreía
      gritando a Dios: ¡De tí nada yo temo!
      como hace el mirlo en bonancible día.
      «Volvíme a Dios en el momento extremo,
      y en paz con él, no habría yo alcanzado
      de penitencia este lugar postremo,
      «si no me hubiese pío recordado
      Pier Pettignano en santas oraciones,
      quien con su caridad me ha rescatado.
      «Mas tú, ¿quién eres di, que tus razones
      respiran al hablar con ojo abierto,
      que inquieren nuestras tristes condiciones?s
      «Mi ojo será cosido cuando muerto;
      pero por poco tiempo, pues la envidia,»
      dije, poco sentí, y esto es lo cierto.
      «De más grande terror siente la insidia,
      mi alma allá abajo, y temo dolorido,
      de otro tormento la pesada lidia.»
      La sombra: «¿Quién aquí te ha conducido?
      ¿Piensas tornar a donde estabas antes?»
      Y yo: «El que está inmóvil, me ha, traído;
      «y un vivo soy: son cortos mis instantes:
      dime cual quieres que en el mundo mueva
      en tu favor mis plantas vacilantes.»
      Y ella a mí: «Lo que escucho es cosa nueva,
      y es señal de que Dios te es favorable.
      ¡ Tu plegaria que a Dios por mí conmueva!
      «Yo te suplico por lo más amable,
      que a los míos, si pisas la Toscana,
      hagas siempre de mí fama honorable.
      «Tú los verás entre la gente vana
      que espera en Talamone, y que cual antes
      perderá la esperanza de su Diana;
      «pero más perderán los almirantes.»




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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 4 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Dom 17 Sep 2023, 17:19

      CANTO XIV



      [Canto XIV, dove si tratta del sopradetto girone, e qui si purga la
      sopradetta colpa della invidia; dove nomina messer Rinieri da
      Calvoli e molti altri.]



      «Chi è costui che 'l nostro monte cerchia
      prima che morte li abbia dato il volo,
      e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
      «Non so chi sia, ma so ch'e' non è solo;
      domandal tu che più li t'avvicini,
      e dolcemente, sì che parli, acco'lo».
      Così due spirti, l'uno a l'altro chini,
      ragionavan di me ivi a man dritta;
      poi fer li visi, per dirmi, supini;
      e disse l'uno: «O anima che fitta
      nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
      per carità ne consola e ne ditta
      onde vieni e chi se'; ché tu ne fai
      tanto maravigliar de la tua grazia,
      quanto vuol cosa che non fu più mai».
      E io: «Per mezza Toscana si spazia
      un fiumicel che nasce in Falterona,
      e cento miglia di corso nol sazia.
      Di ovr' esso rech' io questa persona:
      dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
      ché 'l nome mio ancor molto non suona».
      «Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
      con lo 'ntelletto», allora mi rispuose
      quei che diceva pria, «tu parli d'Arno».
      E l'altro disse lui: «Perché nascose
      questi il vocabol di quella riviera,
      pur com' om fa de l'orribili cose?».
      E l'ombra che di ciò domandata era,
      si sdebitò così: «Non so; ma degno
      ben è che 'l nome di tal valle pèra;
      ché dal principio suo, ov' è sì pregno
      l'alpestro monte ond' è tronco Peloro,
      che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
      infin là 've si rende per ristoro
      di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
      ond' hanno i fiumi ciò che va con loro,
      vertù così per nimica si fuga
      da tutti come biscia, o per sventura
      del luogo, o per mal uso che li fruga:
      ond' hanno sì mutata lor natura
      li abitator de la misera valle,
      che par che Circe li avesse in pastura.
      Tra brutti porci, più degni di galle
      che d'altro cibo fatto in uman uso,
      dirizza prima il suo povero calle.
      Botoli trova poi, venendo giuso,
      ringhiosi più che non chiede lor possa,
      e da lor disdegnosa torce il muso.
      Vassi caggendo; e quant' ella più 'ngrossa,
      tanto più trova di can farsi lupi
      la maladetta e sventurata fossa.
      Discesa poi per più pelaghi cupi,
      trova le volpi sì piene di froda,
      che non temono ingegno che le occùpi.
      Né lascerò di dir perch' altri m'oda;
      e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
      di ciò che vero spirto mi disnoda.
      Io veggio tuo nepote che diventa
      cacciator di quei lupi in su la riva
      del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
      Vende la carne loro essendo viva;
      poscia li ancide come antica belva;
      molti di vita e sé di pregio priva.
      Sanguinoso esce de la trista selva;
      lasciala tal, che di qui a mille anni
      ne lo stato primaio non si rinselva».
      Com' a l'annunzio di dogliosi danni
      si turba il viso di colui ch'ascolta,
      da qual che parte il periglio l'assanni,
      così vid' io l'altr' anima, che volta
      stava a udir, turbarsi e farsi trista,
      poi ch'ebbe la parola a sé raccolta.
      Lo dir de l'una e de l'altra la vista
      mi fer voglioso di saper lor nomi,
      e dimanda ne fei con prieghi mista;
      per che lo spirto che di pria parlòmi
      ricominciò: «Tu vuo' ch'io mi deduca
      nel fare a te ciò che tu far non vuo'mi.
      Ma da che Dio in te vuol che traluca
      tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
      però sappi ch'io fui Guido del Duca.
      Fu il sangue mio d'invidia sì rïarso,
      che se veduto avesse uom farsi lieto,
      visto m'avresti di livore sparso.
      Di mia semente cotal paglia mieto;
      o gente umana, perché poni 'l core
      là 'v' è mestier di consorte divieto?
      Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore
      de la casa da Calboli, ove nullo
      fatto s'è reda poi del suo valore.
      E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
      tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
      del ben richesto al vero e al trastullo;
      ché dentro a questi termini è ripieno
      di venenosi sterpi, sì che tardi
      per coltivare omai verrebber meno.
      Ov' è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
      Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
      Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
      Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
      quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
      verga gentil di picciola gramigna?
      Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
      quando rimembro, con Guido da Prata,
      Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
      Federigo Tignoso e sua brigata,
      la casa Traversara e li Anastagi
      (e l'una gente e l'altra è diretata),
      le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
      che ne 'nvogliava amore e cortesia
      là dove i cuor son fatti sì malvagi.
      O Bretinoro, ché non fuggi via,
      poi che gita se n'è la tua famiglia
      e molta gente per non esser ria?
      Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
      e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
      che di figliar tai conti più s'impiglia.
      Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
      lor sen girà; ma non però che puro
      già mai rimagna d'essi testimonio.
      O Ugolin de' Fantolin, sicuro
      è 'l nome tuo, da che più non s'aspetta
      chi far lo possa, tralignando, scuro.
      Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
      troppo di pianger più che di parlare,
      sì m'ha nostra ragion la mente stretta».
      Noi sapavam che quell' anime care
      ci sentivano andar; però, tacendo,
      facëan noi del cammin confidare.
      Poi fummo fatti soli procedendo,
      folgore parve quando l'aere fende,
      voce che giunse di contra dicendo:
      'Anciderammi qualunque m'apprende';
      e fuggì come tuon che si dilegua,
      se sùbito la nuvola scoscende.
      Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
      ed ecco l'altra con sì gran fracasso,
      che somigliò tonar che tosto segua:
      «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
      e allor, per ristrignermi al poeta,
      in destro feci, e non innanzi, il passo.
      Già era l'aura d'ogne parte queta;
      ed el mi disse: «Quel fu 'l duro camo
      che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
      Ma voi prendete l'esca, sì che l'amo
      de l'antico avversaro a sé vi tira;
      e però poco val freno o richiamo.
      Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
      mostrandovi le sue bellezze etterne,
      e l'occhio vostro pur a terra mira;
      onde vi batte chi tutto discerne».





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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 4 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Lun 18 Sep 2023, 20:40

      CANTO DECIMOCUARTO


      AEO SEGUNDO: ENVIDIA


      I'EL BUCA, DA CALBOLI, KOMAÑA EN MCCC, EJEMPLOS
      DE ENVIDIA CASTIGADA
      Continuación de la gira en el circulo de los envidiosos. Preguntado
      el poeta quién es y de donde viene, contesta indicando las margenes del Arno. Con tal motivo, Guido Duca dirige invectivas contra
      las costumbres de algunos pueblos del valle del Arno, y predice a
      su compañero Einier de Cal bou las atrocidades de su nieto. En
      seguida, al declarar su nombre, lamenta la degeneración de la Eomaüa, recordando algunos nombres ilustres de su tiempo. Dos nuevas voces resuenan en el aire a manera de trueno, advirtiendo les
      castigos que sufren los envidiosos. Virgilio deplora las pasiones
      desenfrenadas de la humanidad.




      «¿Quién es aquel que en nuestro monte gira
      sin que la muerte el vuelo le haya dado;
      que el ojo mueve y como quiere mira!»
      «No lo sé, pero viene acompañado;
      pregunta tú que estás más allegada,
      invitándole a hablar con buen agrado.»
      )os almas, la una a la otra recostada,
      así hablaban de mí, por diestra mano,
      y una me habló, la frente levantada:
      «¡ Oh tú que vienes con tu cuerpo humano,
      y vas subiendo a la región del cielo,
      consuélanos con habla de cristiano!
      «¿Quién eres? ¿Cómo vienes desde el suelo!
      Nos maravilla la suprema gracia
      nunca alcanzada por mortal anhelo.»
      «En. la Toscana», díjeles, «se espacia
      un riacho que nace en Palterona.
      y en cien millas de curso no se sacia.
      «De sus márgenes viene mi persona:
      Decir quien soy sería hablar en vano,
      que el nombre mío poco se pregona.»
      «Según tu encarnación de ser humano,
      entiendo que has nacido,» me responde
      el primero, «del Amo muy cercano.»
      Y el otro: «Si tal nombre corresponde
      a ese río. ¿Por qué su nombre oculta
      como terrible cosa que se esconde?»
      Y la una y la otra sombra se consulta,
      y una dijo: «No sé; ¡ pero es condigno,
      perezca un nombre que a la tierra insulta !
      «Desde el principio, en medio al Apenino.
      (de que es Peloi*o monte destacado,
      que de abundantes aguas, lleva signo)
      «hasta que al mar tributo le ha pagado,
      y el sol marino su vapor prodiga
      a otros ríos que en él se han derramado,
      «de virtud, cual de víbora enemiga,
      se huyó en aquel lugar, por desventura
      o por mal que en sí lleva y lo castiga.
      «Y han cambiado de suerte su natura
      los habitantes que su valle acota,
      cual los qne Circe tuvo en su pastui*a, .,„
      «entre cerdos, más dignos de bellota
      que de gustar comida de las gentes.
      Primero el Arno en pobre lecho brota, ,13
      «luego encuentra al bajar cuzcos gruñentes
      indignos de él, y en marcha desdeñosa
      tuerce el!
      hocico y sigue sus corrientes. IS
      «Así bajando, cuanto más se engrosa,
      luego en lobos los perros se convierten,
      en la maldita y malhadada fosa. 3l
      «Guando aguas hondas sus gargantas vierten,
      encuentra zorras llenas de malicia,
      que a cogerlas no hay trampas que lo acierten. 31
      «Y nada callaré, porque es justicia,
      (jue alguno al escucharme tome cuenta
      de mi palabra, a la verdad propicia. 57
      «Tu nieto, ante mis ojos se presenta:
      cazador de esos lobos en la riba
      del fiero río, a todos amedrenta; 00
      «de unos vende la carne que está viva;
      a otro degüella como a buey añoso,
      y vende y mata, y de su honor se priva. 0,
      «Y al salir de la selva, sanguinoso,
      la deja tal, que al trascurrir mil años
      no volverá a su estado, antes hermoso.» 6(i
      Como al anuncio de futuros daños
      se turba el rostro del que escucha atento,
      vengan de donde vengan desengaños. ^
      así, de la otra sombra el sentimiento
      se revela, y el rostro se contrista,
      al escuchar aquel fatal acento. 72
      De una al relato y la otra por la vista,
      quise el nombre inquirir, y preguntado
      que les fué, con plegaria dulce y mista, ..
      la sombra que primero había hablado
      así empezó: «Mortal, tú me has pedido
      lo que no has hecho, pues no te has nombrado; 78
      «mas si el favor de Dios tan grande ha sido
      para tí, yo seré condescendiente:
      sabe, pues, que yo soy del Duca Guido. sl
      «Fué la envidia en mi sangre tan bullente,
      que al mirar a otro ser afortunado,
      la lividez mostrábase en mi frente. n
      «¡ De tal grano la paja he cosechado!
      ¿ Por qué tu corazón, ¡ oh, humana raza!
      el mal busca, de bienes divorciado? sr
      «Este es Rinier, prez y honra de la casa
      de Cálboli; después, nadie ha heredado
      su alta virtud y su valor sin tasa. a<>
      «Mas su sangre no sólo se ha apocado
      entre el Reno y el Po, monte y marina;
      mas noble herencia suya han disipado. .,3
      «Tan sólo crece venenosa espina
      en sus términos ya, y a paso tardo
      vendrá, si viene, planta más benigna. a»
      «¿Dónde están Lizio y Arrigo Menardo,
      Pier Traversaro y de Caspigna Guido?
      ¡ El romanólo es hoy un ser bastardo! 99
      «¿Cuándo a Bolonia un Fabbro habrá vienido"?
      I Cuándo en Fiorenza, un Bernardino Fosco,
      gentil retoño en humildad, nacido?
      «No te debe admirar que llore, ¡ oh, Tosco!
      cuando recuerdo yo a Guido da Prata,
      y Hugolin d'Azzo! (¡ Con razón me enfosco!)
      «Y con Tignoso a su familia grata,
      y la raza Anastagi y Traversara,
      sin herederos de grandeza innata:
      «¡ Damas y nobles de virtud preclara
      que despiertan amor y simpatía,
      cuando el vicio las almas acapara!
      «¡ Por qué no huíste Brettinoro, el día
      en que fué tu familia desterrada,
      con tanta gente, por no ser impía!
      «Bagnacavallo es bien no engendre nada;
      y hace mal Castrocaro, y aun peor Conio,
      dando condes con alma tan malvada.
      «Bien harán los Pagani. si el demonio
      los abandona; mas su ser impuro
      nunca dará virtuoso testimonio.
      «¡Oh! Hugolino Fantoli, yo te auguro
      que brillará tu nombre; que es certano
      que ningún heredero lo haga oscuro.
      «Prosigue tu camino, ¡ buen Toscano!
      callo, mis ojos por llorar ansian:
      que al recordar la patria más me afano.»
      Sabiendo que las almas bien sentían
      nuestras pisadas, su mudez notando,
      nuestras plantas confiadas se movía.»
      Y ya solos, la marcha continuando,
      tal como i*ayo que los aires hiende,
      sentimos una voz, así clamando •.
      ¡Me matará cualquiera si me aprehende!
      Y huyó la voz, cual trueno en lejanía
      cuando rasga la nube en que se. enciende.
      El clamor í'esonaba todavía,
      cuando otra voz más alta y angustiada,
      cual otro trueno el aire recorría:
      / i' o soy Aglaura en piedra tras formada!
      Entonces me estreché con mi poeta,
      a la espalda cejando una pisada.
      El aura en derredor ya estaba quieta,
      y él habló: «Tal debiera ser el freno
      que al hombre tenga dentro su meta;
      «Mas, ciego y sordo y de apetitos lleno,
      el cebo muerde que el demonio tira,
      desbocado en su loco desenfreno:
      «Le llama el cielo y en contorno gira,
      mostrando a todos su belleza eterna,
      y el ojo nuestro sólo al suelo mira;
      «¡Y os castiga quien todo lo gobierna!»



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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Mensaje por Maria Lua Vie 22 Sep 2023, 21:19

      CANTO XV


      [Canto XV, il quale tratta de la essenza del terzo girone, luogo
      diputato a purgare la colpa e peccato de l'ira; e dichiara Virgilio a
      Dante uno dubbio nato di parole dette nel precedente canto da
      Guido del Duca, e una visione ch'aparve in sogno a l'auttore, cioè
      Dante.]

      Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
      e 'l principio del dì par de la spera
      che sempre a guisa di fanciullo scherza,
      tanto pareva già inver' la sera
      essere al sol del suo corso rimaso;
      vespero là, e qui mezza notte era.
      E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
      perché per noi girato era sì 'l monte,
      che già dritti andavamo inver' l'occaso,
      quand' io senti' a me gravar la fronte
      a lo splendore assai più che di prima,
      e stupor m'eran le cose non conte;
      ond' io levai le mani inver' la cima
      de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
      che del soverchio visibile lima.
      Come quando da l'acqua o da lo specchio
      salta lo raggio a l'opposita parte,
      salendo su per lo modo parecchio
      a quel che scende, e tanto si diparte
      dal cader de la pietra in igual tratta,
      sì come mostra esperïenza e arte;
      così mi parve da luce rifratta
      quivi dinanzi a me esser percosso;
      per che a fuggir la mia vista fu ratta.
      «Che è quel, dolce padre, a che non posso
      schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
      diss' io, «e pare inver' noi esser mosso?».
      «Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
      la famiglia del cielo», a me rispuose:
      «messo è che viene ad invitar ch'om saglia.
      Tosto sarà ch'a veder queste cose
      non ti fia grave, ma fieti diletto
      quanto natura a sentir ti dispuose».
      Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
      con lieta voce disse: «Intrate quinci
      ad un scaleo vie men che li altri eretto».
      Noi montavam, già partiti di linci,
      e 'Beati misericordes!' fue
      cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.
      Lo mio maestro e io soli amendue
      suso andavamo; e io pensai, andando,
      prode acquistar ne le parole sue;
      e dirizza'mi a lui sì dimandando:
      «Che volse dir lo spirto di Romagna,
      e 'divieto' e 'consorte' menzionando?».
      Per ch'elli a me: «Di sua maggior magagna
      conosce il danno; e però non s'ammiri
      se ne riprende perché men si piagna.
      Perché s'appuntano i vostri disiri
      dove per compagnia parte si scema,
      invidia move il mantaco a' sospiri.
      Ma se l'amor de la spera supprema
      torcesse in suso il disiderio vostro,
      non vi sarebbe al petto quella tema;
      ché, per quanti si dice più lì 'nostro',
      tanto possiede più di ben ciascuno,
      e più di caritate arde in quel chiostro».
      «Io son d'esser contento più digiuno»,
      diss' io, «che se mi fosse pria taciuto,
      e più di dubbio ne la mente aduno.
      Com' esser puote ch'un ben, distributo
      in più posseditor, faccia più ricchi
      di sé che se da pochi è posseduto?».
      Ed elli a me: «Però che tu rificchi
      la mente pur a le cose terrene,
      di vera luce tenebre dispicchi.
      Quello infinito e ineffabil bene
      che là sù è, così corre ad amore
      com' a lucido corpo raggio vene.
      Tanto si dà quanto trova d'ardore;
      sì che, quantunque carità si stende,
      cresce sovr' essa l'etterno valore.
      E quanta gente più là sù s'intende,
      più v'è da bene amare, e più vi s'ama,
      e come specchio l'uno a l'altro rende.
      E se la mia ragion non ti disfama,
      vedrai Beatrice, ed ella pienamente
      ti torrà questa e ciascun' altra brama.
      Procaccia pur che tosto sieno spente,
      come son già le due, le cinque piaghe,
      che si richiudon per esser dolente».
      Com' io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
      vidimi giunto in su l'altro girone,
      sì che tacer mi fer le luci vaghe.
      Ivi mi parve in una visïone
      estatica di sùbito esser tratto,
      e vedere in un tempio più persone;
      e una donna, in su l'entrar, con atto
      dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
      perché hai tu così verso noi fatto?
      Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
      ti cercavamo». E come qui si tacque,
      ciò che pareva prima, dispario.
      Indi m'apparve un'altra con quell' acque
      giù per le gote che 'l dolor distilla
      quando di gran dispetto in altrui nacque,
      e dir: «Se tu se' sire de la villa
      del cui nome ne' dèi fu tanta lite,
      e onde ogne scïenza disfavilla,
      vendica te di quelle braccia ardite
      ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
      E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
      risponder lei con viso temperato:
      «Che farem noi a chi mal ne disira,
      se quei che ci ama è per noi condannato?».
      Poi vidi genti accese in foco d'ira
      con pietre un giovinetto ancider, forte
      gridando a sé pur: «Martira, martira!».
      E lui vedea chinarsi, per la morte
      che l'aggravava già, inver' la terra,
      ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
      orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
      che perdonasse a' suoi persecutori,
      con quello aspetto che pietà diserra.
      Quando l'anima mia tornò di fori
      a le cose che son fuor di lei vere,
      io riconobbi i miei non falsi errori.
      Lo duca mio, che mi potea vedere
      far sì com' om che dal sonno si slega,
      disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
      ma se' venuto più che mezza lega
      velando li occhi e con le gambe avvolte,
      a guisa di cui vino o sonno piega?».
      «O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
      io ti dirò», diss' io, «ciò che m'apparve
      quando le gambe mi furon sì tolte».
      Ed ei: «Se tu avessi cento larve
      sovra la faccia, non mi sarian chiuse
      le tue cogitazion, quantunque parve.
      Ciò che vedesti fu perché non scuse
      d'aprir lo core a l'acque de la pace
      che da l'etterno fonte son diffuse.
      Non dimandai "Che hai?" per quel che face
      chi guarda pur con l'occhio che non vede,
      quando disanimato il corpo giace;
      ma dimandai per darti forza al piede:
      così frugar conviensi i pigri, lenti
      ad usar lor vigilia quando riede».
      Noi andavam per lo vespero, attenti
      oltre quanto potean li occhi allungarsi
      contra i raggi serotini e lucenti.
      Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
      verso di noi come la notte oscuro;
      né da quello era loco da cansarsi.
      Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.




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      Mensaje por Maria Lua Dom 24 Sep 2023, 08:58

      CANTO DECIMOQUINTO


      ARO SEGUNDO: ENVIDIA


      ÁNGEL DEL AMOR FRATERNAL. SUBIDA AL TERCER ARO
      ABO TERCERO: IRA
      VISIONES DE DULCES TEMPLANZAS ; PENA DE LOS IRACUNDOS

      Al inclinarse el sol a l occidente, se aparece a los poetas un ángel que
      les Indica el camino par a subir del segundo al tercero grado en
      que se expía la ira . Coloquio entre el Dante y Virgilio, en que el
      primero le pide le explique las palabras de Guido. Al tocar el tercer
      círculo, el Dapte, ve pasar la visión de los ejemplos de mansedumbre, en oposición a la ira, cuya expiación va a ver. Los poetas se encuentran en una atmñsíera de humo, -donde penam los
      iracundos.


      Cuanto de la hora tercia al nacimiento
      del día, cuando asoma en la alta esfera,
      siempre a guisa de niño en movimiento, 3
      tanto distaba el sol en su carrera,
      al tiempo que a occidente descendía:
      véspero allá;.y aquí de noche era. <,
      I^a luz de lleno el rostro nos hería,
      pues girando del monte en la pendiente,
      íbamos al ocaso en recta vía; 9
      cuando siento pasar sobre mi frente
      un resplandor que al mismo día anima,
      cosa, por nunca vista, sorprendente.
      Las manos levanté del ojo encima,
      como resguardo que visión despeja,
      cuando una luz muy viva nos lastima.
      Cual de un espejo o de agua en que se espeja,
      salta rayo de luz a opuesta parte,
      subiendo en línea por igual, pareja,
      al que desciende; y tanto se departe,
      del caer de una piedra desplomada,
      según lo enseña la experiencia y arte:
      tal la luz parecióme, refractada
      al herir mi pupila, y deslumhrado
      aparté de sus rayos la mirada.
      «¿Qué luz es esa,» dije, «padre amado,
      que soportar no puedo, y que camina
      al parecer, viniendo a nuestro lado?»
      «No te admire,» repuso, «si benigna,
      la familia del cielo, un mensajero
      manda a mostrar la ruta peregrina.
      «Pronto verás con ojo más certero
      el resplandor que causa tu conflicto,
      y te será cual nada placentero.»
      Y acercados al ángel benedicto,
      nos dijo, con voz leda: «Esta escalera,
      subid, que es la más suave del circuito.»
      Y al subir, lejos ya el canto oyera:
      ¡Beati misericordes! y agregaban:
      Al vencedor clemente el gozo espera.
      Solos, del maestro y yo los pies se alzaban,
      y meditaba, al paso que iba andando,
      lección que en sus palabras se encerraban;
      y a él me volví, su juicio demandando:
      «¿Qué nos quiso decir el de Komaña,
      del divorcio del bien y el mal hablando?»
      Y de él a mí: «De su mayor magaña
      conoce, el mal, que es natural condene,
      para evitarnos pena que nos daña.
      «Si el bien buscáis que con el mal se aviene,
      y se comparte, hasta que al fin se extrema,
      la envidia aspira a más de lo que tiene;
      «mas si el amor a esfera más suprema
      levanta el alma, con ferviente anhelo
      no hay inquietud que pecho humano tema;
      «pues cuanto más se parte bien del suelo,
      más se acrecienta el bien de cada uno,
      y arde más caridad allá en el cielo.»
      «Satisfecho no estoy, y quedo ayuno,
      cual si nada te hubiese requerido,
      pues otras dudas en mi mente aduno.
      «¿Cómo un bien, entre muchos repartido,
      más enriquece a cada poseyente,
      que si fuera entre pocos distribuido?»
      * él respondió: «Te fijas solamente
      en pasajeras cosas terrenales,
      que oscurecen las luces ele tu mente.
      «Los infinitos goces celestiales
      irradian hacia amor sus resplandores,
      como un rayo de sol sobre cristales;
      «y se dilatan, cuantos más ardores
      la caridad de todos y uno enciende,
      y la eterna virtud fecunda amores; 72
      «y cuanto más el número se extiende
      de los electos, más lo bueno se ama,
      como un espejo en otro, luz trasciende. 75
      «Si aun mi razón a tu razón no llama,
      ya verás a Beatriz, quien plenamente
      te quitará el anhelo que en tí clama. 78
      «Procura que se borren de tu frente
      como ya dos, las otras cinco llagas,
      que cicatriza un repentir doliente.» 81
      Iba a decir: «Al persuadir halagas...»
      Pero de un nuevo centro en las regiones,
      se contuvieron mis palabras vagas. 84
      Asaltado por súbitas visiones,
      estático miré piadosa gente
      prosternada en un templo en oraciones; 87
      y una mujer que entraba, dulcemente,
      clamar con voz de madre: «¡ Hijo querido!
      ¿Por qué has estado tanto tiempo ausente? 90
      «¡Ve a tu padre, que triste y afligido
      como yo te buscaba!» Y entre tanto,
      se había la visión desvanecido. 93
      Y luego otra mujer, bañada en llanto,
      destilando dolor su faz hermosa,
      cual nace del despecho en el quebranto, 96
      dijo: «Si riges la ciudad gloriosa,
      de nombre entre los dioses debatido
      y de la ciencia antorcha luminosa, w
      «véngate de quien loco se ha atrevido
      a nuestra hija abrazar, ¡ Oh Pisistrato!»
      Y el buen señor, clemente y contenido,
      contestar con semblante blando y grato:
      «¡ Qué haremos con aquel que nos destriza
      si al que ama condenamos por ingrato!»
      Gente vi, que el rencor encoleriza,
      y un joven lapidar, y con voz fuerte
      gritarse: ¡Martiriza! ¡Martiriza!
      Y al joven inclinarse ante la muerte,
      doblando la cabeza hacia la tierra,
      y en el cielo al buscar suprema suerte,
      pedir a Dios, en medio a tanta guerra
      perdón para sus crueles matadores,
      con el aspecto que piedad encierra.
      Suelta mi alma a las cosas exteriores,
      borradas como imagen entrevista,
      comprendí no eran falsos mis errores.
      Virgilio me seguía con la vista,
      y al verme como a un hombre que despierta,
      dijo: «¿Qué tienes, qué es lo que te atrista?
      «¡Más de una media legua, en marcha incierta,
      las rodillas doblando, has caminado,
      cual quien el sueño o vino desconcierta!»
      «Escúchame,» le dije, «padre amado,
      te diré lo que he visto en mis visiones,
      cuando sentí mi cuerpo quebrantado.»
      «wen caretas cubriendo tus facciones,»
      repuso, «no me harían más oscura
      tu mente con sus varias impresiones.
      «Lo que tú has visto, la esperanza augura
      de que te bañes en la eterna fuente,
      que difunde de paz el agua pura.
      «Si pregunté ¿qué tienes 1 no inconsciente
      lo hiciera por no ver lo que se mira,
      dejando el cuerpo andar cobardemente,
      «Sí, por dar a tus pies fuerza que inspira;
      que es bueno amonestar a la pereza
      que en su corta vigilia lenta gira.»
      Absortos de la tarde en la belleza,
      seguimos, espaciando la mirada
      en contra al sol que declinaba a priesa;
      y por grados, cual nube condensada
      vimos venir, cual noche, un aire oscuro,
      sin encontrar guarida descansada,
      perdiendo, con la vista, el aire puro.




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      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
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      Mensaje por Amalia Lateano Dom 24 Sep 2023, 10:45

      Muy bueno Maria Lua.
      Muy bueno.
      Un beso
      Maria Lua
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      Mensaje por Maria Lua Mar 26 Sep 2023, 19:39

      Gracias, Amalia!
      Besos


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      Mensaje por Maria Lua Mar 26 Sep 2023, 19:41

      CANTO XVI


      [Canto XVI, dove si tratta del sopradetto terzo girone e del
      purgare la detta colpa de l'ira; e qui Marco Lombardo solve uno
      dubbio a Dante.]


      Buio d'inferno e di notte privata
      d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
      quant' esser può di nuvol tenebrata,
      non fece al viso mio sì grosso velo
      come quel fummo ch'ivi ci coperse,
      né a sentir di così aspro pelo,
      che l'occhio stare aperto non sofferse;
      onde la scorta mia saputa e fida
      mi s'accostò e l'omero m'offerse.
      Sì come cieco va dietro a sua guida
      per non smarrirsi e per non dar di cozzo
      in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
      m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
      ascoltando il mio duca che diceva
      pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
      Io sentia voci, e ciascuna pareva
      pregar per pace e per misericordia
      l'Agnel di Dio che le peccata leva.
      Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;
      una parola in tutte era e un modo,
      sì che parea tra esse ogne concordia.
      «Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?»,
      diss' io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
      e d'iracundia van solvendo il nodo».
      «Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
      e di noi parli pur come se tue
      partissi ancor lo tempo per calendi?».
      Così per una voce detto fue;
      onde 'l maestro mio disse: «Rispondi,
      e domanda se quinci si va sùe».
      E io: «O creatura che ti mondi
      per tornar bella a colui che ti fece,
      maraviglia udirai, se mi secondi».
      «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
      rispuose; «e se veder fummo non lascia,
      l'udir ci terrà giunti in quella vece».
      Allora incominciai: «Con quella fascia
      che la morte dissolve men vo suso,
      e venni qui per l'infernale ambascia.
      E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
      tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
      per modo tutto fuor del moderno uso,
      non mi celar chi fosti anzi la morte,
      ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
      e tue parole fier le nostre scorte».
      «Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
      del mondo seppi, e quel valore amai
      al quale ha or ciascun disteso l'arco.
      Per montar sù dirittamente vai».
      Così rispuose, e soggiunse: «I' ti prego
      che per me prieghi quando sù sarai».
      E io a lui: «Per fede mi ti lego
      di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
      dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
      Prima era scempio, e ora è fatto doppio
      ne la sentenza tua, che mi fa certo
      qui, e altrove, quello ov' io l'accoppio.
      Lo mondo è ben così tutto diserto
      d'ogne virtute, come tu mi sone,
      e di malizia gravido e coverto;
      ma priego che m'addite la cagione,
      sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
      ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
      Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
      mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
      lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
      Voi che vivete ogne cagion recate
      pur suso al cielo, pur come se tutto
      movesse seco di necessitate.
      Se così fosse, in voi fora distrutto
      libero arbitrio, e non fora giustizia
      per ben letizia, e per male aver lutto.
      Lo cielo i vostri movimenti inizia;
      non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
      lume v'è dato a bene e a malizia,
      e libero voler; che, se fatica
      ne le prime battaglie col ciel dura,
      poi vince tutto, se ben si notrica.
      A maggior forza e a miglior natura
      liberi soggiacete; e quella cria
      la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
      Però, se 'l mondo presente disvia,
      in voi è la cagione, in voi si cheggia;
      e io te ne sarò or vera spia.
      Esce di mano a lui che la vagheggia
      prima che sia, a guisa di fanciulla
      che piangendo e ridendo pargoleggia,
      l'anima semplicetta che sa nulla,
      salvo che, mossa da lieto fattore,
      volontier torna a ciò che la trastulla.
      Di picciol bene in pria sente sapore;
      quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
      se guida o fren non torce suo amore.
      Onde convenne legge per fren porre;
      convenne rege aver, che discernesse
      de la vera cittade almen la torre.
      Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
      Nullo, però che 'l pastor che procede,
      rugumar può, ma non ha l'unghie fesse;
      per che la gente, che sua guida vede
      pur a quel ben fedire ond' ella è ghiotta,
      di quel si pasce, e più oltre non chiede.
      Ben puoi veder che la mala condotta
      è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
      e non natura che 'n voi sia corrotta.
      Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
      due soli aver, che l'una e l'altra strada
      facean vedere, e del mondo e di Deo.
      L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
      col pasturale, e l'un con l'altro insieme
      per viva forza mal convien che vada;
      però che, giunti, l'un l'altro non teme:
      se non mi credi, pon mente a la spiga,
      ch'ogn' erba si conosce per lo seme.
      In sul paese ch'Adice e Po riga,
      solea valore e cortesia trovarsi,
      prima che Federigo avesse briga;
      or può sicuramente indi passarsi
      per qualunque lasciasse, per vergogna,
      di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
      Ben v'èn tre vecchi ancora in cui rampogna
      l'antica età la nova, e par lor tardo
      che Dio a miglior vita li ripogna:
      Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
      e Guido da Castel, che mei si noma,
      francescamente, il semplice Lombardo.
      Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
      per confondere in sé due reggimenti,
      cade nel fango, e sé brutta e la soma».
      «O Marco mio», diss' io, «bene argomenti;
      e or discerno perché dal retaggio
      li figli di Levì furono essenti.
      Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
      di' ch'è rimaso de la gente spenta,
      in rimprovèro del secol selvaggio?».
      «O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta»,
      rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
      par che del buon Gherardo nulla senta.
      Per altro sopranome io nol conosco,
      s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
      Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
      Vedi l'albor che per lo fummo raia
      già biancheggiare, e me convien partirmi
      (l'angelo è ivi) prima ch'io li paia».
      Così tornò, e più non volle udirmi




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      Mensaje por Maria Lua Jue 28 Sep 2023, 16:53


      CANTO OCTAVO


      ANTEPÜRGATOEIO. EL VALLE AMENO

      PRINCIPES PREOCUPADOS DE GLORIA TERRENA
      PLEGABIA DE LA NOCHE. DOS ANGELES GUARDIANES.
      VISCONTI. LA SERPIENTE. MALASPIXA
      El crespúsculo. El himno de las almas. Bajada de dos angeles, para
      custodiar el valle. Los poetas bajan para hablar con las grandes
      almas. Encuentro del Dante con el juez Niño. Niño recuerda su
      vida, y recomienda su alma a su hija. Virgilio explica al Dante el
      movimiento de los astros en el hemisferio austral. Aparición y
      huida de la serpiente maligna. Dialogo entre el Dante y Conrado
      Maiaspina, en que el segundo hace el elogio del primero y de su
      familia. Predicción de Maiaspina a l Dante .

      Era la hora, en que sentir consigo,
      el navegante enternecido quiere,
      el día del adiós al dulce amigo; ¡¡
      y al novel peregrino, amor le hiere,
      si una campana suena en lo lejano,
      como llorando el día que se muere; 8
      cuando sentí el oido como en vano,
      mirando solo una de aquellas almas,
      que atención les pedía con la mano: 8
      uniendo y levantando sus dos palmas,
      volvió sus ojos fijos al oriente,
      como diciendo a Dios: ¡Sólo tú calmas!
      Te lucís ante, tan devotamente
      de su boca brotó, con dulces notas,
      que enajenaban corazón y mente;
      y dulcemente las demás, devotas,
      siguieron entonando el himno entero,
      con su ojo a las esferas más remotas.
      Busca, lector, sentido verdadero
      a esta visión de velo transparente,
      que es fácil traspasar por lo ligero.
      Vi ejército gentil, que penitente
      después del himno, contemplaba el cielo,
      pálido, y esperando humildemente;
      y de lo alto bajar en raudo vuelo,
      dos ángeles con fúlgidas espadas,
      sin punta, como en signo de consuelo:
      verdes, como las hojas renovadas,
      sus vestes, se agitaban levemente,
      verdes alas, a espalda ventiladas.
      Uno de ellos bajó por nuestro frente,
      y el otro descendió por parte opuesta,
      quedando en medio la piadosa gente.
      Vi que era blonda la cabeza, enhiesta,
      mas contemplar sus rostros no podía,
      a su esplendor mi vista contrapuesta.
      Dijo Sordello: «Mándalos María
      a custodiar el valle amenazado,
      porque se acerca la serpiente impía.»
      Y yo, que no sabía de que lado,
      interrogué del valle los extremos,
      y me acogí a mi guía, todo helado.
      «Ora», agregó Sordello, «bajaremos;
      que seréis recibidos con agrado,
      y con las grandes sombras hablaremos.»
      Creo que ni tres pasos hube andado,
      y a un espíritu vi que parecía
      querer reconocerme con cuidado.
      El aire ya la noche ennegrecía,
      pero no tanto, que no fuese dado
      discernir lo que el ojo percibía.
      Él vino a mí; yo me acerqué a su lado:
      ¡Oh, Niño, noble juez, cual fué mi gozo
      al no hallarte en el mundo condenado!
      Y después de un saludo cariñoso,
      Niño me preguntó: «¿ Cuándo has venido
      al pie del monte, por el mar undoso?»
      «¡ Oh!», respondí: «Por sitio entristecido,
      esta mañana vine, en primer vida,
      para la otra alcanzar arrepentido.»
      Niño y Sordello, mi respuesta oída,
      hacia atrás se volvieron de improviso,
      como acontece a gente desmarrida.
      Uno mira a Virgilio; otro remiso
      se dirije a un sedente: «¡Sus! ¡Conrado!
      ven a ver lo que; Dios por gracia quiso.»
      Y vuelto a mí: «Por el favor preciado,
      que a Aquél le debes, que profundo esconde
      su alto porqué; cuando hayas traspasado
      «el ancho mar, y que te encuentres dónde
      mi Juana está, dirás que por mí clame
      allá donde a inocentes se responde; 72
      «Pienso que ya su madre no me ame,
      pues por otra trocó su blanca venda,
      que mísera tal vez tarde reclame. 75
      «Y por ella es muy fácil se comprenda,
      lo que en mujeres, fuego de amor dura,
      cuando el ojo y el tacto no lo encienda. 78
      «No le dará tan bella sepultura
      el Milasés, que en Víbora se acampa,
      cual se la diera el Gallo de Gallura.» 8i
      Así dijo, marcándose en la estampa
      de su aspecto, su noble y recto celo,
      que al corazón en su medida alampa. s4
      Mi vista ansiosa se tornaba al cielo,
      donde los astros, de amplitud decrecen,
      cual rueda junto al eje acorta el vuelo. 8 r
      Y el guía: «¿A qué tus ojos obedecen?»
      Y yo a él: «Miro esas tres estrellas
      que más acá del polo resplandecen.» 9o
      Y de él a mí: «Las cuatro luces bellas
      que viste esta mañana, están abajo,
      y ascienden éstas donde estaban ellas.» 93
      Mientras tanto, Sordello a sí le trajo,
      diciendo: «Mira allá nuestro adversario.»
      Y apuntó con el dedo hacia lo bajo. 96
      A la parte del valle solitario,
      que es sin reparo, una serpiente estaba,
      (que a Eva tal vez le dio cebo nefario). 99E
      Entre yerbas y flores se arrastraba
      el mal reptil, torciendo la cabeza,
      y lamiéndose el lomo se lavaba.
      No vi, decir no puedo con certeza,
      moverse a los aleones celestiales,
      pero les vi volar con ligereza,
      y de sus alas verdes las señales
      sentí en el aire, huyendo la serpiente,
      y tornar a la vez;, volando iguales
      La sombra que acudiera prontamente
      al llamado del juez, en el asalto
      no dejó de mirarme fijamente.
      «¡ Que en la luz que te guía a lo más alto,»
      me dijo, «encuentres suficiente cera
      para que subas hasta el gran resalto!
      «Y si quieres noticia verdadera
      de Valdemagra y la región vecina,
      dilo, que allí en un tiempo grande fuera.
      «Me llamaba Conrado Malaspina;
      no el antiguo, mas fui su descendiente,
      y el amor a mi prole, aquí se afina.»
      Y yo: «Vuestro país no vi presente;
      ¿Mas cuál es en Europa la demora
      que no repita el nombre reverente?
      «La fama vuestra, vuestra raza honora,
      por el pueblo y los nobles aclamada,
      que hasta os conoce quien allí no mora.
      «Y os juro, ¡que así suba en mi jornada!
      que no ha perdido vuestra honrada gente,
      el honor de la bolsa y de la espada.
      «Su natura y su genio providente,
      hace que el genio malo no la aparte
      de la senda que sigue rectamente.» 1S2
      Y respondióme: «Antes que el sol se aparte,
      siete veces girando en su trascurso,
      que Aries con cuatro pies monta y comparte, 1S5
      «será loado tu cortés discurso,
      y quedará clavado en tu cabeza,
      si el juicio divinal no cambia curso, 1S8
      «con más seguros clavos, con largueza.»



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      Mensaje por Maria Lua Dom 01 Oct 2023, 19:13

      CANTO XVII


      [Canto XVII, dove tratta de la qualità del quarto girone, dove si
      purga la colpa de la accidia, dove si ristora l'amore de lo
      imperfetto bene; e qui dichiara una questione che indi nasce.]



      Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
      ti colse nebbia per la qual vedessi
      non altrimenti che per pelle talpe,
      come, quando i vapori umidi e spessi
      a diradar cominciansi, la spera
      del sol debilemente entra per essi;
      e fia la tua imagine leggera
      in giugnere a veder com' io rividi
      lo sole in pria, che già nel corcar era.
      Sì, pareggiando i miei co' passi fidi
      del mio maestro, usci' fuor di tal nube
      ai raggi morti già ne' bassi lidi.
      O imaginativa che ne rube
      talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge
      perché dintorno suonin mille tube,
      chi move te, se 'l senso non ti porge?
      Moveti lume che nel ciel s'informa,
      per sé o per voler che giù lo scorge.
      De l'empiezza di lei che mutò forma
      ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,
      ne l'imagine mia apparve l'orma;
      e qui fu la mia mente sì ristretta
      dentro da sé, che di fuor non venìa
      cosa che fosse allor da lei ricetta.
      Poi piovve dentro a l'alta fantasia
      un crucifisso, dispettoso e fero
      ne la sua vista, e cotal si moria;
      intorno ad esso era il grande Assüero,
      Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
      che fu al dire e al far così intero.
      E come questa imagine rompeo
      sé per sé stessa, a guisa d'una bulla
      cui manca l'acqua sotto qual si feo,
      surse in mia visïone una fanciulla
      piangendo forte, e dicea: «O regina,
      perché per ira hai voluto esser nulla?
      Ancisa t'hai per non perder Lavina;
      or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
      madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina».
      Come si frange il sonno ove di butto
      nova luce percuote il viso chiuso,
      che fratto guizza pria che muoia tutto;
      così l'imaginar mio cadde giuso
      tosto che lume il volto mi percosse,
      maggior assai che quel ch'è in nostro uso.
      I' mi volgea per veder ov' io fosse,
      quando una voce disse «Qui si monta»,
      che da ogne altro intento mi rimosse;
      e fece la mia voglia tanto pronta
      di riguardar chi era che parlava,
      che mai non posa, se non si raffronta.
      Ma come al sol che nostra vista grava
      e per soverchio sua figura vela,
      così la mia virtù quivi mancava.
      «Questo è divino spirito, che ne la
      via da ir sù ne drizza sanza prego,
      e col suo lume sé medesmo cela.
      Sì fa con noi, come l'uom si fa sego;
      ché quale aspetta prego e l'uopo vede,
      malignamente già si mette al nego.
      Or accordiamo a tanto invito il piede;
      procacciam di salir pria che s'abbui,
      ché poi non si poria, se 'l dì non riede».
      Così disse il mio duca, e io con lui
      volgemmo i nostri passi ad una scala;
      e tosto ch'io al primo grado fui,
      senti'mi presso quasi un muover d'ala
      e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
      pacifici, che son sanz' ira mala!'.
      Già eran sovra noi tanto levati
      li ultimi raggi che la notte segue,
      che le stelle apparivan da più lati.
      'O virtù mia, perché sì ti dilegue?',
      fra me stesso dicea, ché mi sentiva
      la possa de le gambe posta in triegue.
      Noi eravam dove più non saliva
      la scala sù, ed eravamo affissi,
      pur come nave ch'a la piaggia arriva.
      E io attesi un poco, s'io udissi
      alcuna cosa nel novo girone;
      poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
      «Dolce mio padre, dì, quale offensione
      si purga qui nel giro dove semo?
      Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
      Ed elli a me: «L'amor del bene, scemo
      del suo dover, quiritta si ristora;
      qui si ribatte il mal tardato remo.
      Ma perché più aperto intendi ancora,
      volgi la mente a me, e prenderai
      alcun buon frutto di nostra dimora».
      «Né creator né creatura mai»,
      cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
      o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
      Lo naturale è sempre sanza errore,
      ma l'altro puote errar per malo obietto
      o per troppo o per poco di vigore.
      Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,
      e ne' secondi sé stesso misura,
      esser non può cagion di mal diletto;
      ma quando al mal si torce, o con più cura
      o con men che non dee corre nel bene,
      contra 'l fattore adovra sua fattura.
      Quinci comprender puoi ch'esser convene
      amor sementa in voi d'ogne virtute
      e d'ogne operazion che merta pene.
      Or, perché mai non può da la salute
      amor del suo subietto volger viso,
      da l'odio proprio son le cose tute;
      e perché intender non si può diviso,
      e per sé stante, alcuno esser dal primo,
      da quello odiare ogne effetto è deciso.
      Resta, se dividendo bene stimo,
      che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
      amor nasce in tre modi in vostro limo.
      È chi, per esser suo vicin soppresso,
      spera eccellenza, e sol per questo brama
      ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
      è chi podere, grazia, onore e fama
      teme di perder perch' altri sormonti,
      onde s'attrista sì che 'l contrario ama;
      ed è chi per ingiuria par ch'aonti,
      sì che si fa de la vendetta ghiotto,
      e tal convien che 'l male altrui impronti.
      Questo triforme amor qua giù di sotto
      si piange: or vo' che tu de l'altro intende,
      che corre al ben con ordine corrotto.
      Ciascun confusamente un bene apprende
      nel qual si queti l'animo, e disira;
      per che di giugner lui ciascun contende.
      Se lento amore a lui veder vi tira
      o a lui acquistar, questa cornice,
      dopo giusto penter, ve ne martira.
      Altro ben è che non fa l'uom felice;
      non è felicità, non è la buona
      essenza, d'ogne ben frutto e radice.
      L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
      di sovr' a noi si piange per tre cerchi;
      ma come tripartito si ragiona,
      tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi»







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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Mensaje por Maria Lua Lun 02 Oct 2023, 20:51

      CANTO SÉTIMO

      ANTEPÜRGATORIO: EL VALLE AMENO

      PRINCIPES PREOCUPADOS DE GLORIA TERRENA
      RODOLFO. OTTOCARO II. FELIPE III. ENRIQUE I. PEDRO III.
      ALFONSO III. CARLOS I. ENRIQUE III. GUILLERMO VII.
      Virgilio se da a conocer a Sordelo relatando su vida y su muerte y su
      gira por el infierno, y Sordelo le tributa su homenaje. Sordelo da
      noticiáis a los poetas de la parte del purgatorio que habita y se
      ofrece como guía. Sordelo conduce a los poetas a un valle, donde
      encuentran a los monarcas que cantan a la virgen en la) cuarta
      estación de espera. Emperadores, reyes y príncipes que purgan su
      ambición. Degeneración de las casas reale? de Bohemia, de Francia,
      de Sicilia, de Aragón, de la Palla y de Provenza. Elogio de
      Enrique III de Inglaterra, de su hijo Eduardo y de otros príncipes buenos.



      Después de la acogida placentera,
      que renovaron ambos con dulzura,
      Sordello al guía preguntó quién era. 3
      «Antes de que viniesen a esta altura
      las almas que la gracia ha señalado,
      Octavio dio a mis huesos sepultura. „
      «Virgilio soy: no por mayor pecado,
      de fe sólo por falta, perdí el cielo.»
      Así repuso el maestro interrogado. ¡¡
      Cual quien mira de pronto con anhelo,
      maravillado, lo que está esperando,
      y exclama: jes o no es? en su desvelo,
      tal So'rdello, los párpados bajando
      humildemente, de respeto en signo
      de Virgilio las plantas abrazando,
      así exclamó: «¡ Oh, gloria del Latino,
      que el poder de su lengua ha revelado!
      ¡ De dónde yo nací, renombre digno!
      «¿Por qué gracia especial me eres mostrado!
      Si digno soy de oírte humildemente,
      ¿Di si vienes del mundo condenado?»
      «Por los cercos del ámbito doliente,»
      respondió, «de muy lejos he venido
      por virtud que me mueve providente.
      «No por hacer, más por no hacer, perdido
      tengo el cielo, por tí tan anhelado,
      y que tarde me fuera conocido.
      «Hay abajo un lugar entenebrado
      en donde no hay ahullidos ni tormentes,
      donde sólo el suspiro ha resonado;
      «Allí estoy con los párvulos, no exentos
      de la culpa que a tiempo no lavaron,
      y la muerte mordió sin sacramentos;
      «allí conmigo les que no alcanzaron
      las tres santas virtudes a vestirse,
      aunque todas las otras practicaron.
      «Mas si sabes, y bien puede decirse,
      indícanos cual es mejor sendero
      por donde al purgatorio pueda irse.»
      La sombra: «Aunque mi puesto no es certero,
      hasta lo alto subir no me es vedado,
      por lo que puedo ser tu compañero.
      «Pero al ocaso el sol está inclinado;
      de noche no es posible la subida,
      y es forzoso buscar sitio abrigado.
      «Hacia el lado derecho, está reunida
      una legión de sombras: si te place
      a conocerlas la ocasión convida.»
      «¿Cómo?» dijo Virg'lio «¿y qué más hace
      de noche caminar? nada recelo. .
      ¡Habrá quién del camino me rechace?»
      Rayó Sordello con el dedo el suelo,
      diciendo: «Cuando el sol se haya ocultado,
      no ir más allá, es voluntad del cielo.
      «No es que te sea el paso contrastado
      por otra cosa que la noche umbría;
      y lo que no se puede, está vedado.
      «Empero, descender bien se podría,
      y recorrer la costa, en torno errando,
      mientras que nos alumbre luz del día.»
      Virgilio, poco menos que admirando,
      «Llévanos», dijo, «donde placentera
      pueda sernos la noche, demorando.»
      No lejos, continuando la carrera,
      vi un barranco cavado a los extremos,
      que como un valle de los nuestros era.
      Dijo la sombra: «Luego llegaremos
      donde el monte un recodo manifiesta,
      y allí, que venga el día esperaremos.»
      Entre el llano y la escarpa va una cuesta
      que por tortuosa senda que se inclina
      nos lleva donde el monte más se acuesta.
      Grana, plata con oro, leche albina,
      esmeralda brillante en su fractura,
      índico palo que el pulido afina,
      al lado de las flores y verdura
      de este seno su brillo apagaría,
      como en gran luz es la menor oscura.
      Mas no sólo colores esplendía:
      suavísimos olores lo impregnaban,
      que misteriosa esencia difundía.
      ¡Salve Regina! a unísono entonaban
      almas sentadas en florido prado,
      que en aquel verde valle se ocultaban.
      Dijo el que nos había acompañado:
      «No pidáis que os conduzca a la llanura
      antes que el sol su luz haya anidado.
      «Mejor contemplaréis desde la altura
      de esas sombras los rostros y el talante,
      que bajando del valle en su procura.
      «El que está más arriba, con semblante
      de haber grandes deberes descuidado,
      y que enmudece entre la grey cantante,
      «fué Rodolfo, que pudo en su reinado
      curar las llagas de la Italia muerta.
      ¡ Vendrá muy tarde quien lo intente osado!
      «Quien lo conforta con mirada cierta,
      rigió la tierra, que agua en abundancia
      da Molda al Elba, y Elba a mar abierta:
      «Otocar fué, que gobernó en su infancia
      mejor que su hijo Wenceslao barbado,
      que yace en lujuriosa intemperancia.
      «Ese romo que se halla junto al lado
      de ese de noble aspecto, tan derecho,
      murió huyendo, y el lis ha desflorado:
      «Mírale allá cual se golpea el pecho;
      y al otro, que suspira, y que convierte
      crispada mano, de mejilla en lecho.
      «Padre y suegro del rey que en mala suerte
      tocó a la Francia, por la torpe vida
      de su hijo y rey, se duelen en la muerte.
      «Y el que ostenta estatura tan fornida,
      y voz aduna al de nariz no escaso,
      la cuerda del valor llevó ceñida.
      «Si rey no hubiera sido tan de paso,
      el joven que detrás está sentado,
      bien pasara el valor de vaso en vaso.
      «De otros hijos decir tanto no es dado;
      Santiago y Federico reinan ora,
      pero el reino mejor no han heredado.
      «Porque no siempre de raíz creadora
      la probidad humana ha retoñado;
      que quien la da, concede al que la implora.
      «De ese nasón el hijo bastardeado,
      cual los del otro que a su lado canta,
      a la Apulia y Provenza ha desolado.
      «Tanto ha degenerado aquella planta,
      cuanto más a Beatriz y a Margarita
      y a Constanza, su muerto esposo encanta.
      «Ved al rey que vivió vida bendita,
      que solo está: Enrique es de Inglaterra:
      a éste su prole en la virtud imita.
      «Quien más abajo está tendido en tierra
      mirando arriba, fué el marqués Guillermo,
      por quien Alejandría hace en su guerra,
      «de Canavese y Monferrato un yermo.»




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      Mensaje por Maria Lua Jue 05 Oct 2023, 15:30

      CANTO XVIII


      [Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si
      purga la soprascritta colpa e peccato de l'accidia; e qui mostra
      Virgilio che è perfetto amore; dove nomina l'abate da San Zeno
      di Verona.]


      Posto avea fine al suo ragionamento
      l'alto dottore, e attento guardava
      ne la mia vista s'io parea contento;
      e io, cui nova sete ancor frugava,
      di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
      lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
      Ma quel padre verace, che s'accorse
      del timido voler che non s'apriva,
      parlando, di parlare ardir mi porse.
      Ond' io: «Maestro, il mio veder s'avviva
      sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
      quanto la tua ragion parta o descriva.
      Però ti prego, dolce padre caro,
      che mi dimostri amore, a cui reduci
      ogne buono operare e 'l suo contraro».
      «Drizza», disse, «ver' me l'agute luci
      de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
      l'error de' ciechi che si fanno duci.
      L'animo, ch'è creato ad amar presto,
      ad ogne cosa è mobile che piace,
      tosto che dal piacere in atto è desto.
      Vostra apprensiva da esser verace
      tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
      sì che l'animo ad essa volger face;
      e se, rivolto, inver' di lei si piega,
      quel piegare è amor, quell' è natura
      che per piacer di novo in voi si lega.
      Poi, come 'l foco movesi in altura
      per la sua forma ch'è nata a salire
      là dove più in sua matera dura,
      così l'animo preso entra in disire,
      ch'è moto spiritale, e mai non posa
      fin che la cosa amata il fa gioire.
      Or ti puote apparer quant' è nascosa
      la veritate a la gente ch'avvera
      ciascun amore in sé laudabil cosa;
      però che forse appar la sua matera
      sempre esser buona, ma non ciascun segno
      è buono, ancor che buona sia la cera».
      «Le tue parole e 'l mio seguace ingegno»,
      rispuos' io lui, «m'hanno amor discoverto,
      ma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno;
      ché, s'amore è di fuori a noi offerto
      e l'anima non va con altro piede,
      se dritta o torta va, non è suo merto».
      Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
      dir ti poss' io; da indi in là t'aspetta
      pur a Beatrice, ch'è opra di fede.
      Ogne forma sustanzïal, che setta
      è da matera ed è con lei unita,
      specifica vertute ha in sé colletta,
      la qual sanza operar non è sentita,
      né si dimostra mai che per effetto,
      come per verdi fronde in pianta vita.
      Però, là onde vegna lo 'ntelletto
      de le prime notizie, omo non sape,
      e de' primi appetibili l'affetto,
      che sono in voi sì come studio in ape
      di far lo mele; e questa prima voglia
      merto di lode o di biasmo non cape.
      Or perché a questa ogn' altra si raccoglia,
      innata v'è la virtù che consiglia,
      e de l'assenso de' tener la soglia.
      Quest' è 'l principio là onde si piglia
      ragion di meritare in voi, secondo
      che buoni e rei amori accoglie e viglia.
      Color che ragionando andaro al fondo,
      s'accorser d'esta innata libertate;
      però moralità lasciaro al mondo.
      Onde, poniam che di necessitate
      surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
      di ritenerlo è in voi la podestate.
      La nobile virtù Beatrice intende
      per lo libero arbitrio, e però guarda
      che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende».
      La luna, quasi a mezza notte tarda,
      facea le stelle a noi parer più rade,
      fatta com' un secchion che tuttor arda;
      e correa contra 'l ciel per quelle strade
      che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
      tra ' Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
      E quell' ombra gentil per cui si noma
      Pietola più che villa mantoana,
      del mio carcar diposta avea la soma;
      per ch'io, che la ragione aperta e piana
      sovra le mie quistioni avea ricolta,
      stava com' om che sonnolento vana.
      Ma questa sonnolenza mi fu tolta
      subitamente da gente che dopo
      le nostre spalle a noi era già volta.
      E quale Ismeno già vide e Asopo
      lungo di sè di notte furia e calca,
      pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
      cotal per quel giron suo passo falca,
      per quel ch'io vidi di color, venendo,
      cui buon volere e giusto amor cavalca.
      Tosto fur sovr' a noi, perché correndo
      si movea tutta quella turba magna;
      e due dinanzi gridavan piangendo:
      «Maria corse con fretta a la montagna;
      e Cesare, per soggiogare Ilerda,
      punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
      «Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
      per poco amor», gridavan li altri appresso,
      «che studio di ben far grazia rinverda».
      «O gente in cui fervore aguto adesso
      ricompie forse negligenza e indugio
      da voi per tepidezza in ben far messo,
      questi che vive, e certo i' non vi bugio,
      vuole andar sù, pur che 'l sol ne riluca;
      però ne dite ond' è presso il pertugio».
      Parole furon queste del mio duca;
      e un di quelli spirti disse: «Vieni
      di retro a noi, e troverai la buca.
      Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
      che restar non potem; però perdona,
      se villania nostra giustizia tieni.
      Io fui abate in San Zeno a Verona
      sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
      di cui dolente ancor Milan ragiona.
      E tale ha già l'un piè dentro la fossa,
      che tosto piangerà quel monastero,
      e tristo fia d'avere avuta possa;
      perché suo figlio, mal del corpo intero,
      e de la mente peggio, e che mal nacque,
      ha posto in loco di suo pastor vero».
      Io non so se più disse o s'ei si tacque,
      tant' era già di là da noi trascorso;
      ma questo intesi, e ritener mi piacque.
      E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
      disse: «Volgiti qua: vedine due
      venir dando a l'accidïa di morso».
      Di retro a tutti dicean: «Prima fue
      morta la gente a cui il mar s'aperse,
      che vedesse Iordan le rede sue.
      E quella che l'affanno non sofferse
      fino a la fine col figlio d'Anchise,
      sé stessa a vita sanza gloria offerse».
      Poi quando fuor da noi tanto divise
      quell' ombre, che veder più non potiersi,
      novo pensiero dentro a me si mise,
      del qual più altri nacquero e diversi;
      e tanto d'uno in altro vaneggiai,
      che li occhi per vaghezza ricopersi,
      e 'l pensamento in sogno trasmutai



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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 4 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Dom 08 Oct 2023, 17:40



      CANTO DECIMOCTAVO

      ARO CUARTO: PEREZA

      NATURALEZA DEL AMOR, AMOR Y LIBRE ALBEDRIO,
      EJEMPLOS DE SOLICITUD, ABATE DE SAN ZENO,
      LOS ESCALIGEROS, EJEMPLOS DE PEREZA CASTIGADA,
      SUEÑO DE DANTE

      No satisfecho el poeta, pregunta como pueden derivar del amor las
      buenas y malas acciones humanas. Virgilio explica del bien y del
      mal y muestra la responsabilidad del propio albedrío. A media noche los poetas ven pasar las almas de los perezosos, que recuerdan
      ejemplos contrarios al vicio que purgan. Un abad de San 'Zeno indica el camino y execra la elección de un sucesor prediciéndole desgracias. Dos almas cierran la marcha de los perezosos, estimulando
      su carrera y recordando ejemplos de los efectos de la pereza. En
      sus meditaciones, el sueño se apodera del poeta.


      Terminado que fué el razonamiento,
      el gran doctor, atento me miraba
      para observar si hallábame contento; s
      y yo, que aun de saber sediento estaba,
      fuera callaba, y dentro me decía,
      si el mucho- preguntar le fastidiaba; „
      pero él, padre benigno, que veía
      la timidez que me quitaba aliento,
      ttie habló, y me hizo hablar con osadía. „
      Y así dije: «Se aviva el pensamiento
      con tus luces, que veo claramente
      cuanta razón comporta en su elemento; 12
      «pero te ruego, alumbres aún mi mente,
      explicando ese amor que nos desvía
      del bien y el mal, alternativamente.» 15
      «Alza y fija tu mente en la luz mía,»
      contestó, «y verás de una mirada,
      del que el error ciego, se hace guía. 18
      «El alma para amar ha sido creada,
      mas se complace en cosas pasajeras,
      cuando por los placeres es llamada; 21
      «Vuestra aprehensión convierte en verdaderas
      las ilusiones, que al deseo incitan,
      y el ánimo seducen placenteras. 2<
      «Si se recogen los que así se agitan,
      inclínanse al amor de la natura,
      y el amor y el placer juntos palpitan, 2-
      «Después, cual viva llama que en la altura
      se mueve por la esencia que la asciende,
      a donde mas en su elemento dura: 30
      «así el deseo el alma noble enciende,
      y en movimiento espiritual se exulta,
      y en busca de lo amado, vuelo emprende. 33
      «Ora, ya ves cual la verdad se oculta
      a la gente obcecada, que asevera
      que de cualquier amor el bien resulta; 36
      «tal vez porque pensaron, que amor era
      buena materia en sí, sin ver que un signo
      no siempre es bueno, puesto en buena cera.» 39
      «De tu ingenio siguiendo en el camino,»
      repuse, «qué es amor me has enseñado;
      pero otras nuevas dudas me imagino. 42
      «Si en lo externo el amor nos es brindado,
      y el alma con el propio pie camina,
      tuerto o derecho, prejuzgar no es dado.» 4B
      Y él: «No más lejos la razón atina
      en la cuestión: en lo demás, espera
      ver a Beatriz, porque es de fe divina. 48
      «La forma substancial, sea cualquiera,
      distinta es en materia, y a ella unida
      y por propia virtud por sí se entera. 51
      «La cual, cuando no actúa, no es sentida,
      y sólo se demuestra por su efecto,
      como en planta el verdor revela vida. 54
      «Pero, de donde viene al intelecto
      la primera noción, nadie la sabe,
      ni al apetito su inicial afecto; 57
      «pues, como abeja labra miel suave,
      por instinto, en los actos naturales
      ni la censura ni el elogio cabe. eo
      «Lo innato, en las virtudes esenciales
      todo condensa, y bien os aconseja
      la razón al tenerse en sus umbrales. 63
      «Este principio, la razón refleja
      de merecer del bien el don fecundo,
      que toma el buen amor y el malo deja. 66
      *Los sabios, razonando en lo profundo,
      Proclaman esta innata libertad,
      y esta moral, herencia es hoy del mundo. ag
      «Y aunque, de la fatal necesidad
      surja el amor que el apetito enciende,
      de enfrenarlo tenéis la potestad. 7
      «La más noble virtud, Beatriz entiende,
      es el libre albedrío y pon cuidado
      de acordarte si te habla y si te atiende.» 7i
      A media noche, el paso retardado
      la luna, las estrellas eclipsaba,
      en forma de un caldero rescaldado, 7,
      contra el cielo, la vía transitaba
      que el sol inflama, cuando visto en Roma
      entre Cerdeña y Córcega bajaba. „,
      Mi sombra amiga, de quien fama toma
      Piétola honor de la regióu mantuana,
      quitóme un peso que la mente doma, 84
      pues yo, con mi razón abierta y llana,
      habiendo las cuestiones comprendido,
      sentí reposo en somnolencia vana. 8 r
      Pero fui derrepente interrumpido
      por el tropel de tumultuosa gente,
      que a nuestra espalda había aparecido. 90
      Como el Ismen y Asopo, antiguamente
      vieron en Tebas multitud furiosa,
      de noche, a Baco reclamar rugiente, 93
      tal corría la turba presurosa,
      tras justo amor las sombras galopando,
      con buena voluntad, no perezosa. *e
      Muy pronto se acercó, pues siempre andando
      movióse toda aquella turb a extraña,
      y al frente, dos gritaban sollozando: 99
      «María, corre presto a la montaña;
      César, Lérida quiere sometida:
      sitia a Marsella, y luego corre a España.»
      «¡Pronto! ¡Pronto!» gritó turba afligida;
      «no perdamos el tiempo en la indolencia,
      para alcanzar de gracia nueva vida.» •
      «Gentes, que con fervor y diligencia
      purgáis vuestra tibieza, que fué en daño
      del bien obrar, tal vez por negligencia,
      «este que vive,—y cierto, no es engaño,—
      quiere subir así que luzca el día;
      mas, ¿cuál de la subida es el peldaño?»
      Estas palabras pronunció mi guía,
      y uno dijo: «Seguid por el sendero
      tras de nosotros, y hallaréis la vía;
      «la voluntad nos mueve a andar ligero,
      sin podernos parar, y así perdona
      que no sea contigo lisonjero.
      «De San Zeno el abad, fui yo en Verona,
      en los tiempos del bueno Barbarroja,
      cuyos dolores aun Milán pregona.
      «Con un pie ya en la fosa, se acongoja
      uno que llorará su monasterio,
      y su poder que a la virtud despoja.
      «Pues a su hijo, que es hijo de adulterio,
      y malo en cuerpo y alma, le ha donado
      del pastor verdadero el ministerio.»
      Si dijo más o si quedó callado,
      uo lo sé, pues ya lejos caminaba;
      m a s lo que oí retuve con agrado.
      Y dijo el que en afanes me amparaba
      «Mira esos dos, que muerden el pecado
      de la acidia.» Y atrás el par clamaba:
      «El mar, la muerta gente se ha tragado,
      que no alcanzara hasta el Jordán perdido,
      y sólo su heredero ha disfrutado.
      «Y aquellos, que cobardes no han seguido
      con el hijo de Anquises sus consejos,
      vida sin gloria, solo han merecido.»
      Cuando las sombras iban ya muy lejos,
      que apenas si confusas se veían,
      de nueva idea tuve los reflejos,
      de la que otras ideas más nacían:
      y en alternado vagaroso ensueño
      sentí al fin que mis ojos se adormían,
      y el pensamiento trasmutóse en sueño.




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      Mensaje por Maria Lua Mar 10 Oct 2023, 17:59

      CANTO XIX

      [Canto XIX, ove tratta de la essenza del quinto girone e qui si
      purga la colpa de l'avarizia; dove nomina papa Adriano nato di
      Genova de' conti da Lavagna.]


      Ne l'ora che non può 'l calor dïurno
      intepidar più 'l freddo de la luna,
      vinto da terra, e talor da Saturno
      - quando i geomanti lor Maggior Fortuna
      veggiono in orïente, innanzi a l'alba,
      surger per via che poco le sta bruna -,
      mi venne in sogno una femmina balba,
      ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
      con le man monche, e di colore scialba.
      Io la mirava; e come 'l sol conforta
      le fredde membra che la notte aggrava,
      così lo sguardo mio le facea scorta
      la lingua, e poscia tutta la drizzava
      in poco d'ora, e lo smarrito volto,
      com' amor vuol, così le colorava.
      Poi ch'ell' avea 'l parlar così disciolto,
      cominciava a cantar sì, che con pena
      da lei avrei mio intento rivolto.
      «Io son», cantava, «io son dolce serena,
      che ' marinari in mezzo mar dismago;
      tanto son di piacere a sentir piena!
      Io volsi Ulisse del suo cammin vago
      al canto mio; e qual meco s'ausa,
      rado sen parte; sì tutto l'appago!».
      Ancor non era sua bocca richiusa,
      quand' una donna apparve santa e presta
      lunghesso me per far colei confusa.
      «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
      fieramente dicea; ed el venìa
      con li occhi fitti pur in quella onesta.
      L'altra prendea, e dinanzi l'apria
      fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
      quel mi svegliò col puzzo che n'uscia.
      Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: «Almen tre
      voci t'ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
      troviam l'aperta per la qual tu entre».
      Sù mi levai, e tutti eran già pieni
      de l'alto dì i giron del sacro monte,
      e andavam col sol novo a le reni.
      Seguendo lui, portava la mia fronte
      come colui che l'ha di pensier carca,
      che fa di sé un mezzo arco di ponte;
      quand' io udi' «Venite; qui si varca»
      parlare in modo soave e benigno,
      qual non si sente in questa mortal marca.
      Con l'ali aperte, che parean di cigno,
      volseci in sù colui che sì parlonne
      tra due pareti del duro macigno.
      Mosse le penne poi e ventilonne,
      'Qui lugent' affermando esser beati,
      ch'avran di consolar l'anime donne.
      «Che hai che pur inver' la terra guati?»,
      la guida mia incominciò a dirmi,
      poco amendue da l'angel sormontati.
      E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
      novella visïon ch'a sé mi piega,
      sì ch'io non posso dal pensar partirmi».
      «Vedesti», disse, «quell'antica strega
      che sola sovr' a noi omai si piagne;
      vedesti come l'uom da lei si slega.
      Bastiti, e batti a terra le calcagne;
      li occhi rivolgi al logoro che gira
      lo rege etterno con le rote magne».
      Quale 'l falcon, che prima a' pié si mira,
      indi si volge al grido e si protende
      per lo disio del pasto che là il tira,
      tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
      la roccia per dar via a chi va suso,
      n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
      Com' io nel quinto giro fui dischiuso,
      vidi gente per esso che piangea,
      giacendo a terra tutta volta in giuso.
      'Adhaesit pavimento anima mea'
      sentia dir lor con sì alti sospiri,
      che la parola a pena s'intendea.
      «O eletti di Dio, li cui soffriri
      e giustizia e speranza fa men duri,
      drizzate noi verso li alti saliri».
      «Se voi venite dal giacer sicuri,
      e volete trovar la via più tosto,
      le vostre destre sien sempre di fori».
      Così pregò 'l poeta, e sì risposto
      poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
      nel parlare avvisai l'altro nascosto,
      e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
      ond' elli m'assentì con lieto cenno
      ciò che chiedea la vista del disio.
      Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
      trassimi sovra quella creatura
      le cui parole pria notar mi fenno,
      dicendo: «Spirto in cui pianger matura
      quel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi,
      sosta un poco per me tua maggior cura.
      Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
      al sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetri
      cosa di là ond' io vivendo mossi».
      Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
      rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
      scias quod ego fui successor Petri.
      Intra Sïestri e Chiaveri s'adima
      una fiumana bella, e del suo nome
      lo titol del mio sangue fa sua cima.
      Un mese e poco più prova' io come
      pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
      che piuma sembran tutte l'altre some.
      La mia conversïone, omè!, fu tarda;
      ma, come fatto fui roman pastore,
      così scopersi la vita bugiarda.
      Vidi che lì non s'acquetava il core,
      né più salir potiesi in quella vita;
      per che di questa in me s'accese amore.
      Fino a quel punto misera e partita
      da Dio anima fui, del tutto avara;
      or, come vedi, qui ne son punita.
      Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
      in purgazion de l'anime converse;
      e nulla pena il monte ha più amara.
      Sì come l'occhio nostro non s'aderse
      in alto, fisso a le cose terrene,
      così giustizia qui a terra il merse.
      Come avarizia spense a ciascun bene
      lo nostro amore, onde operar perdési,
      così giustizia qui stretti ne tene,
      ne' piedi e ne le man legati e presi;
      e quanto fia piacer del giusto Sire,
      tanto staremo immobili e distesi».
      Io m'era inginocchiato e volea dire;
      ma com' io cominciai ed el s'accorse,
      solo ascoltando, del mio reverire,
      «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
      E io a lui: «Per vostra dignitate
      mia coscïenza dritto mi rimorse».
      «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
      rispuose; «non errar: conservo sono
      teco e con li altri ad una podestate.
      Se mai quel santo evangelico suono
      che dice 'Neque nubent' intendesti,
      ben puoi veder perch' io così ragiono.
      Vattene omai: non vo' che più t'arresti;
      ché la tua stanza mio pianger disagia,
      col qual maturo ciò che tu dicesti.
      Nepote ho io di là c'ha nome Alagia,
      buona da sé, pur che la nostra casa
      non faccia lei per essempro malvagia;
      e questa sola di là m'è rimasa».




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      Mensaje por Maria Lua Miér 11 Oct 2023, 20:54

      CANTO DECIMONONO

      ARO CUARTO: PEREZA

      SUEÑO SIMBÓLICO DE DANTE, EL ÁNGEL DE LA SOLICITUD,
      SUBIDA AL ARO QUINTO
      ARO QUINTO: AVARICIA Y PRODIGALIDAD
      PAPA ADRIANO V, ALAGIA

      Sueño alegórico del poeta antes de amanecer. Una sirena: la voluptuosidad y la pereza, canta su poder de seducción. Una mujer la
      virtud, rasga las vestiduras tuie cubrían el vientre fétido de la
      seductora. El poeta sube por una escalera, siguiendo la indicación dei un ángel, que borra el pecado que en aquel cerco se purga.
      Quinto girón, donde se castiga la avaricia. Almas que lloran tendidas boca abaso. Una de las almas indica el camino a los poetas.
      Confesión del papa que se arrepintió tarde de la avaricia. El poeta
      tributa su homenaje a la dignidad pontificia. El llanto que madura
      la Gracia.

      En la hora aquella, en que el calor diurno
      templar no puede el frío de la luna,
      vencida por la tierra o por Saturno, 3
      cuando el geomanta ve mayor fortuna
      antes del alba, al lado del oriente,
      surgir del cielo, en la penumbra bruna, 6
      una mujer vi en sueños, balbuciente,
      manca de manos, de mirar torcido,
      color de muerte, coja y repelente. 9
      Al mirarla, cual cuerpo entumecido
      conforta el sol después de noche fría,
      con mi vista, su lengua dio un sonido.
      Después de hablar, un talle esbelto erguía,
      y cual lo pide amor, vi colorear
      su faz que antes marchita embellecía
      su boca una armonía hizo brotar,
      y un canto comenzó, tan bien, que pena
      sería tales notas no escuchar.
      «Yo soy,» cantaba así, «dulce sirena,
      que extravía en el mar al navegante.
      ¡ De tal encanto tengo la voz llena!
      «Detuve a ülises en su viaje errante,
      y mi voz es por todos tan amada
      que quien me oye, me sigue siempre amante.»
      Aun su boca no estaba bien cerrada
      cuando santa mujer, vi derrepente,
      confundirla con sólo su mirada.
      «¡ Oh, Virgilio!» decía fieramente,
      «IQuién es esta?» Y Virgilio se acercaba,
      contemplando a la sa_nta fijamente,
      que a la otra, los vestidos desgarraba,
      descubriendo su vientre en el desnudo;
      y desperté al hedor que él exhalaba.
      Volvíme al guía de sorpresa mudo,
      quien me dijo: «Tres veces te he llamado:
      se abre la puerta de este centro crudo.»
      Me levanté: vi todo iluminado
      el sacro monte y toda su gradiente;
      y marchamos, dejando el sol a un lado.
      Seguía yo, con encorvada frente
      cual quien la carga del pensar concentra,
      a modo de mitad de arco de puente;
      cuando escuché: «¡Por esta puerta se entra!»
      y su acento tan blando parecía,
      como en vida mortal jamás se encuentra.
      Y el que me habló, sus alas extendía,
      blancas como del cisne, iba mostrando
      nuestro camino por estrecha vía;
      y así exclamó, mi frente ventilando:
      «¡Qui lugent! ¡venturoso el afligido,
      y que padece, su alma consolando!»
      «¿Por qué miras al suelo compungido,»
      dijo el maestro con su voz amiga,
      «después que el vuelo el ángel ha tendido?»
      «Nueva visión,» le dije, «que me obliga
      a caminar así con planta vaga,
      porque mi pensamiento a ella se liga.»
      «Has visto,» me repuso, «aquella maga,
      por quien abajo lloran sin consuelo,
      y has visto conjurar su influencia aciaga:
      «¡ Bástete! ¡ Tu talón golpee el suelo!
      ¡Vuela al reclamo que el Eterno gira
      moviendo magnas ruedas en el cielo!»
      Como el halcón que bien el pie se mira
      del cazador al grito, vuela apriesa
      en busca de la presa que le estira;
      tal hice yo, subiendo con presteza
      por la estrechura de la roca hendida,
      hasta el fin, donde nuevo cerco empieza.
      Ya del quinto girón en la salida,
      veo gente que triste lagrimea,
      y boca abajo, en tierra está tendida;
      ¡Adhcesit pavimento anima mea!
      Percibo que murmuran suspirando,
      con acento que sordo titubea,
      «i Oh, elegidos! ¡ que estáis aquí esperando
      la justicia que alivia males duros!
      Venimos la subida aquí buscando.»
      «Si exentos de penar estáis seguros,
      y queréis encontrar pronto la vía,
      seguid siempre por fuera de los muros.»
      En la respuesta al ruego de mi guía,
      por las palabras entrever yo creo
      que algo más en su fondo se escondía.
      Miro al poeta, y en su rostro leo,
      al dirigirme plácida mirada,
      que su vista responde a mi deseo.
      Viendo que mi demanda era acordada,
      me dirigí a la infeliz criatura
      que antes por el maestro fuera hablada,
      diciéndole: «¡ Oh, tú en quien madura
      el llanto, la expiación que lleva al cielo!
      ¡Suspende a mi pedido tu amargura!
      «¿Por qué te hallas tendido contra el suelo!
      y dime, si lo quieres, quien has sido,
      y si algo puedo hacer por tu consuelo.»
      Y él a mí: «Te diré por qué, dolido
      la espalda doy al cielo; más primero,
      sabe que el sucesor de Pedro he sido.
      «Entre Chía vari y S estro, su sendero
      un río labra, que su nombre ha dado
      de mi familia al título altanero.
      «En poco más de un mes, hallé pesado
      el manto, que del lodo no se guarda:
      pluma es todo, a su peso comparado.
      «Mi conversión, ¡ aymé! fué ya muy tarda :
      cuando elegido fui pastor romano,
      comprendí que la vida era bastarda;
      «sentí, que inquieto el corazón humano
      levantarse no puede en esa vida;
      y aspiré al bien eterno y soberano.
      «Era hasta aquel instante, alma perdida,
      apartada de Dios; de todo avara:
      y por eso la ves aquí punida.
      «De la avaricia la expiación es clara,
      de los que están echados en el suelo,
      la más cruel que el monte les depara:
      «Como antes no miraron hacia el cielo
      por mirar de la tierra la malicia,
      nos postra la justicia, sin consuelo.
      «Cual extingue en cada uno la avaricia
      el amor hacia el bien, viviendo en vano,
      aquí nos tiene estrechos la justicia,
      «atados por los pies y por la mano;
      y aun estará esta. gente en tierra echada
      cuanto le plazca al justo soberano.»
      Tenía la rodilla yo doblada;
      y al empezar a hablar, mi reverencia
      Por él, si no fué vista, fué escuchada.
      «¿Por qué te inclinas,» dijo, «en mi presencia?
      Y jo: «La dignidad del soberano
      reverenciar me manda la conciencia.»
      «¡Levántate sobre tus pies, .hermano!»
      repuso, «soy un siervo sometido
      cual los demás, al solo soberano.
      «Si bien el sacro texto has entendido,
      que dice Ñeque nabent, claramente,
      mi pensamiento habrás ya comprendido.
      «No te detengas; vete prontamente,
      que el llanto que hace madurar la gracia,
      interrumpes, estando tú presente.
      «Allá, una nieta que se llama Alasia,
      dejé, muy buena, si no la ha viciado
      de nuestra casa el mal, por su desgracia:
      «nada más de lo mío allí ha quedado.»





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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 4 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Dom 15 Oct 2023, 20:53

      CANTO XX


      [Canto XX, ove si tratta del sopradetto girone e de la sopradetta
      colpa de l'avarizia.]


      Contra miglior voler voler mal pugna;
      onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
      trassi de l'acqua non sazia la spugna.
      Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
      luoghi spediti pur lungo la roccia,
      come si va per muro stretto a' merli;
      ché la gente che fonde a goccia a goccia
      per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
      da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
      Maladetta sie tu, antica lupa,
      che più che tutte l'altre bestie hai preda
      per la tua fame sanza fine cupa!
      O ciel, nel cui girar par che si creda
      le condizion di qua giù trasmutarsi,
      quando verrà per cui questa disceda?
      Noi andavam con passi lenti e scarsi,
      e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
      pietosamente piangere e lagnarsi;
      e per ventura udi' «Dolce Maria!»
      dinanzi a noi chiamar così nel pianto
      come fa donna che in parturir sia;
      e seguitar: «Povera fosti tanto,
      quanto veder si può per quello ospizio
      dove sponesti il tuo portato santo».
      Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
      con povertà volesti anzi virtute
      che gran ricchezza posseder con vizio».
      Queste parole m'eran sì piaciute,
      ch'io mi trassi oltre per aver contezza
      di quello spirto onde parean venute.
      Esso parlava ancor de la larghezza
      che fece Niccolò a le pulcelle,
      per condurre ad onor lor giovinezza.
      «O anima che tanto ben favelle,
      dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
      tu queste degne lode rinovelle.
      Non fia sanza mercé la tua parola,
      s'io ritorno a compiér lo cammin corto
      di quella vita ch'al termine vola».
      Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
      ch'io attenda di là, ma perché tanta
      grazia in te luce prima che sie morto.
      Io fui radice de la mala pianta
      che la terra cristiana tutta aduggia,
      sì che buon frutto rado se ne schianta.
      Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
      potesser, tosto ne saria vendetta;
      e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
      Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
      di me son nati i Filippi e i Luigi
      per cui novellamente è Francia retta.
      Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
      quando li regi antichi venner meno
      tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
      trova'mi stretto ne le mani il freno
      del governo del regno, e tanta possa
      di nuovo acquisto, e sì d'amici pieno,
      ch'a la corona vedova promossa
      la testa di mio figlio fu, dal quale
      cominciar di costor le sacrate ossa.
      Mentre che la gran dota provenzale
      al sangue mio non tolse la vergogna,
      poco valea, ma pur non facea male.
      Lì cominciò con forza e con menzogna
      la sua rapina; e poscia, per ammenda,
      Pontì e Normandia prese e Guascogna.
      Carlo venne in Italia e, per ammenda,
      vittima fé di Curradino; e poi
      ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
      Tempo vegg' io, non molto dopo ancoi,
      che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
      per far conoscer meglio e sé e ' suoi.
      Sanz' arme n'esce e solo con la lancia
      con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
      sì, ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
      Quindi non terra, ma peccato e onta
      guadagnerà, per sé tanto più grave,
      quanto più lieve simil danno conta.
      L'altro, che già uscì preso di nave,
      veggio vender sua figlia e patteggiarne
      come fanno i corsar de l'altre schiave.
      O avarizia, che puoi tu più farne,
      poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,
      che non si cura de la propria carne?
      Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
      veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
      e nel vicario suo Cristo esser catto.
      Veggiolo un'altra volta esser deriso;
      veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
      e tra vivi ladroni esser anciso.
      Veggio il novo Pilato sì crudele,
      che ciò nol sazia, ma sanza decreto
      portar nel Tempio le cupide vele.
      O Segnor mio, quando sarò io lieto
      a veder la vendetta che, nascosa,
      fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
      Ciò ch'io dicea di quell' unica sposa
      de lo Spirito Santo e che ti fece
      verso me volger per alcuna chiosa,
      tanto è risposto a tutte nostre prece
      quanto 'l dì dura; ma com' el s'annotta,
      contrario suon prendemo in quella vece.
      Noi repetiam Pigmalïon allotta,
      cui traditore e ladro e paricida
      fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
      e la miseria de l'avaro Mida,
      che seguì a la sua dimanda gorda,
      per la qual sempre convien che si rida.
      Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
      come furò le spoglie, sì che l'ira
      di Iosüè qui par ch'ancor lo morda.
      Indi accusiam col marito Saffira;
      lodiam i calci ch'ebbe Elïodoro;
      e in infamia tutto 'l monte gira
      Polinestòr ch'ancise Polidoro;
      ultimamente ci si grida: "Crasso,
      dilci, che 'l sai: di che sapore è l'oro?".
      Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
      secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
      ora a maggiore e ora a minor passo:
      però al ben che 'l dì ci si ragiona,
      dianzi non era io sol; ma qui da presso
      non alzava la voce altra persona».
      Noi eravam partiti già da esso,
      e brigavam di soverchiar la strada
      tanto quanto al poder n'era permesso,
      quand' io senti', come cosa che cada,
      tremar lo monte; onde mi prese un gelo
      qual prender suol colui ch'a morte vada.
      Certo non si scoteo sì forte Delo,
      pria che Latona in lei facesse 'l nido
      a parturir li due occhi del cielo.
      Poi cominciò da tutte parti un grido
      tal, che 'l maestro inverso me si feo,
      dicendo: «Non dubbiar, mentr' io ti guido».
      'Glorïa in excelsis' tutti 'Deo'
      dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
      onde intender lo grido si poteo.
      No' istavamo immobili e sospesi
      come i pastor che prima udir quel canto,
      fin che 'l tremar cessò ed el compiési.
      Poi ripigliammo nostro cammin santo,
      guardando l'ombre che giacean per terra,
      tornate già in su l'usato pianto.
      Nulla ignoranza mai con tanta guerra
      mi fé desideroso di sapere,
      se la memoria mia in ciò non erra,
      quanta pareami allor, pensando, avere;
      né per la fretta dimandare er' oso,
      né per me lì potea cosa vedere:
      così m'andava timido e pensoso.





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