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      Mensaje por Maria Lua Sáb 09 Mar 2024, 16:36



      CANTO XV



      [Canto XV, nel quale messere Cacciaguida fiorentino parla
      laudando l'antico costume di Fiorenza, in vituperio del presente
      vivere d'essa cittade di Fiorenza.]


      Benigna volontade in che si liqua
      sempre l'amor che drittamente spira,
      come cupidità fa ne la iniqua,
      silenzio puose a quella dolce lira,
      e fece quïetar le sante corde
      che la destra del cielo allenta e tira.
      Come saranno a' giusti preghi sorde
      quelle sustanze che, per darmi voglia
      ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?
      Bene è che sanza termine si doglia
      chi, per amor di cosa che non duri
      etternalmente, quello amor si spoglia.
      Quale per li seren tranquilli e puri
      discorre ad ora ad or sùbito foco,
      movendo li occhi che stavan sicuri,
      e pare stella che tramuti loco,
      se non che da la parte ond' e' s'accende
      nulla sen perde, ed esso dura poco:
      tale dal corno che 'n destro si stende
      a piè di quella croce corse un astro
      de la costellazion che lì resplende;
      né si partì la gemma dal suo nastro,
      ma per la lista radïal trascorse,
      che parve foco dietro ad alabastro.
      Sì pïa l'ombra d'Anchise si porse,
      se fede merta nostra maggior musa,
      quando in Eliso del figlio s'accorse.
      «O sanguis meus, o superinfusa
      gratïa Deï, sicut tibi cui
      bis unquam celi ianüa reclusa?».
      Così quel lume: ond' io m'attesi a lui;
      poscia rivolsi a la mia donna il viso,
      e quinci e quindi stupefatto fui;
      ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
      tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
      de la mia gloria e del mio paradiso.
      Indi, a udire e a veder giocondo,
      giunse lo spirto al suo principio cose,
      ch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo;
      né per elezïon mi si nascose,
      ma per necessità, ché 'l suo concetto
      al segno d'i mortal si soprapuose.
      E quando l'arco de l'ardente affetto
      fu sì sfogato, che 'l parlar discese
      inver' lo segno del nostro intelletto,
      la prima cosa che per me s'intese,
      «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
      che nel mio seme se' tanto cortese!».
      E seguì: «Grato e lontano digiuno,
      tratto leggendo del magno volume
      du' non si muta mai bianco né bruno,
      solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
      in ch'io ti parlo, mercé di colei
      ch'a l'alto volo ti vestì le piume.
      Tu credi che a me tuo pensier mei
      da quel ch'è primo, così come raia
      da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;
      e però ch'io mi sia e perch' io paia
      più gaudïoso a te, non mi domandi,
      che alcun altro in questa turba gaia.
      Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi
      di questa vita miran ne lo speglio
      in che, prima che pensi, il pensier pandi;
      ma perché 'l sacro amore in che io veglio
      con perpetüa vista e che m'asseta
      di dolce disïar, s'adempia meglio,
      la voce tua sicura, balda e lieta
      suoni la volontà, suoni 'l disio,
      a che la mia risposta è già decreta!».
      Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
      pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
      che fece crescer l'ali al voler mio.
      Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno,
      come la prima equalità v'apparse,
      d'un peso per ciascun di voi si fenno,
      però che 'l sol che v'allumò e arse,
      col caldo e con la luce è sì iguali,
      che tutte simiglianze sono scarse.
      Ma voglia e argomento ne' mortali,
      per la cagion ch'a voi è manifesta,
      diversamente son pennuti in ali;
      ond' io, che son mortal, mi sento in questa
      disagguaglianza, e però non ringrazio
      se non col core a la paterna festa.
      Ben supplico io a te, vivo topazio
      che questa gioia prezïosa ingemmi,
      perché mi facci del tuo nome sazio».
      «O fronda mia in che io compiacemmi
      pur aspettando, io fui la tua radice»:
      cotal principio, rispondendo, femmi.
      Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
      tua cognazione e che cent' anni e piùe
      girato ha 'l monte in la prima cornice,
      mio figlio fu e tuo bisavol fue:
      ben si convien che la lunga fatica
      tu li raccorci con l'opere tue.
      Fiorenza dentro da la cerchia antica,
      ond' ella toglie ancora e terza e nona,
      si stava in pace, sobria e pudica.
      Non avea catenella, non corona,
      non gonne contigiate, non cintura
      che fosse a veder più che la persona.
      Non faceva, nascendo, ancor paura
      la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote
      non fuggien quinci e quindi la misura.
      Non avea case di famiglia vòte;
      non v'era giunto ancor Sardanapalo
      a mostrar ciò che 'n camera si puote.
      Non era vinto ancora Montemalo
      dal vostro Uccellatoio, che, com' è vinto
      nel montar sù, così sarà nel calo.
      Bellincion Berti vid' io andar cinto
      di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio
      la donna sua sanza 'l viso dipinto;
      e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio
      esser contenti a la pelle scoperta,
      e le sue donne al fuso e al pennecchio.
      Oh fortunate! ciascuna era certa
      de la sua sepultura, e ancor nulla
      era per Francia nel letto diserta.
      L'una vegghiava a studio de la culla,
      e, consolando, usava l'idïoma
      che prima i padri e le madri trastulla;
      l'altra, traendo a la rocca la chioma,
      favoleggiava con la sua famiglia
      d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.
      Saria tenuta allor tal maraviglia
      una Cianghella, un Lapo Salterello,
      qual or saria Cincinnato e Corniglia.
      A così riposato, a così bello
      viver di cittadini, a così fida
      cittadinanza, a così dolce ostello,
      Maria mi diè, chiamata in alte grida;
      e ne l'antico vostro Batisteo
      insieme fui cristiano e Cacciaguida.
      Moronto fu mio frate ed Eliseo;
      mia donna venne a me di val di Pado,
      e quindi il sopranome tuo si feo.
      Poi seguitai lo 'mperador Currado;
      ed el mi cinse de la sua milizia,
      tanto per bene ovrar li venni in grado.
      Dietro li andai incontro a la nequizia
      di quella legge il cui popolo usurpa,
      per colpa d'i pastor, vostra giustizia.
      Quivi fu' io da quella gente turpa
      disviluppato dal mondo fallace,
      lo cui amor molt' anime deturpa;
      e venni dal martiro a questa pace».





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      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Dom 10 Mar 2024, 08:52

      CANTO DECIMOQUINTO


      QUINTO CIELO O DE MARTE

      MÁRTIRE S DE LA RELIGIÓ N
      CACCIAGÜIDA; LA ANTIGUA FLORENCIA Y LOS ANTEPASADOS
      DE DANTE
      Del brazo de la cruz formado por los espíritus resplandecientes del
      quinto cielo, se desprende una luz que dirige al poeta palabras
      paternales, y le declara que es su antepasado Cacciagúida. Le
      habla de la genealogía de su familia, de las antiguas costumbres
      patriarcales de Florencia, en contraste con los vicios y discordias de los modernos. El espíritu, al relatar sus servicios dice
      que formó parte de la segunda cruzada predicada por san Bernardo, y que ganó el martirio, combatiendo por la fe de Jesucristo.

      Benigna voluntad, en que se licúa
      siempre el amor que rectamente inspira,
      como en el mal la voluntad inicua,
      silencio impiiso a aquella dulce lira,
      aquietando sus cuerdas, con la mano,
      que en el cielo las templa y las estira.
      ¡No había sido mi plegaria en vano,
      cuando la rueda de ánimas, atenta,
      me brindaba su goce soberano!
      ¡Bien merece el mortal que se lamenta,
      corriendo tras de cosa que no dura,
      la suerte que en la vida le atormenta! ,„
      Como en aura serena, quieta y pura,
      trascurre una centella pasajera,
      agitando la vista, antes segura, ]B
      que una estrella creyérase viajera,
      a no ser que en el punto donde asciende
      no falta estrella alguna de la esfera; ]á
      así del brazo que a la diestra extiende
      hasta el pie de la cruz, corriera un astro
      de la constelación que en ella esplende: 2i
      sin desviarse la perla de su rastro,
      discurrió por la lista iluminada,
      como luz encerrada en alabastro. 2 4
      Tal la sombra de Anquises, bien amada,
      (si hemos de creer a la más alta musa)
      corrió hacia el hijo en eliseal morada. •>-,
      ¡O sanguis meus! ¡o super infusa
      gratia Dei! sicut tibi, cui
      his unquam coeli janüa recluso,! .-¡o
      Así la lumbre habló, y a ella volví:
      Y luego hacia Beatriz torné el semblante,
      y quedé estupefacto aquí y allí. 33
      Ardía una sonrisa tan radiante
      en sus ojos, que estar me imaginaba
      de la gracia en el cielo confinante. 30
      El alma, cuya lumbre me encantaba,
      su oración prosiguió, mas de manera
      que no pude entender lo que me hablaba; 30
      no porque oscuro su lenguaje fuera,
      sino por lo sublime del concepto,
      que no se alcanza en la mortal esfera.
      Mas cuando el arco del ardiente afecto
      desprendió la palabra, que apuntada
      y en el blanco acertó de mi intelecto,
      entendí, que decía emocionada:
      «¡ Bendito seas Tú ! ¡ Tú, Trino y Uno!
      ¡ Que has protegido a mi progenie amada!»
      Y prosiguió: «Cuan largo y grato ayuno,
      desde que leo en este libro magno,
      inmutable en lo blanco y en lo bruno,
      «has satisfecho al fin, ¡ Hijo y hermano!
      i Gracias a la mujer que te ha subido
      en sus alas al cielo soberano!
      «Tú crees, que tu pensar a mí ha venido
      por reflexión de Dios, como radiante
      el uno, en seis o cinco se halla incluido;
      «por eso no me pides suplicante
      que te diga quien soy, cuando gozoso
      aun más que la otra, brillo en este instante.
      «Y es verdad; lo pequeño y lo grandioso
      de esta vida, se espeja en el espejo,
      que alumbra el pensamiento vagaroso;
      «pero el sagrado amor, de que no alejo
      la vista siempre fija, me asaeta
      como dulce anhelar, que da consejo.
      «Ora, en tu voz segura, alegre y quieta,
      suene la voluntad, suene el deseo,
      que mi respuesta el cielo la decreta.»
      Miro a Beatriz, y en su sonrisa leo,
      que sin hablar penetra mi conciencia,
      y exclamo, dando vuelo a mi deseo:
      «Dotados al venir, de amor y ciencia,
      arte, igualdad suprema y primitiva,
      os dio valor igual en su existencia,
      «porque el sol, de sus llamas fuente viva,
      os dio calor y luces siempre iguales,
      a semejanza de su llama activa;
      «Mas, querer y saber, entre mortales,
      por razón que tenéis bien manifiesta,
      tienen alas con fuerzas desiguales.
      «Esta desigualdad me ha sido impuesta
      como a mortal, y el corazón congracio,
      para asistir a la paterna fiesta;
      «¡Y te suplico a ti, vivo topacio,
      adorno en esta joya tan preciosa ,
      dejes mi pecho con tu nombre sacio!»
      «¡ Hoja de mi árbol! cuanto tiempo ansiosa
      mi alma esperó. Yo tu raíz he sido»
      Así me dijo el alma luminosa.
      Y prosiguió: «Aquel de que ha venido
      tu cognación, cien años sin consuelo,
      del monte el primo tramo ha recorrido;
      «Fué hijo mío, y él fué tu bisabuelo,
      y es justo que tu abrevies su fatiga
      con meritorias obras en el suelo.
      «Florencia, en muro antiguo que la abriga
      donde aun se oye sonar la Tercia y Nona,
      vivía en paz, de la modestia amiga.
      «No gastaba collares, ni corona,
      ni sus damas, calzados ni cintura,
      que brillasen aun más que la persona.
      «Aun era para el padre una ventura
      una hija tener, porque venía
      con los años, la dote en su mesura.
      «La casa de hijos no se vio vacía,
      ni pudo Sardanápalo mostrarle
      el lujo que en sus cámaras cabría;
      «No pudo a Montemal sobrepujarle
      Ucalatayo, que como ha vencido
      para subir, bajar ha de costarle.
      «He visto a Belinchón, andar ceñido
      de cuerpo y hueso, y asomar su esposa
      al espejo, con rostro no teñido.
      «Y a los Vequios y Nerli, ser preciosa
      una piel, de bordados no cubierta,
      y a su consorte rueca laboriosa;
      «Felices, cada cual tenía cierta
      la tierra de su tumba, y aun ninguna
      su cama, por la Francia halló desierta.
      «Una velaba al lado de la cuna
      consolando a los niños en su idioma,
      que a padre y madre en un amor auna;
      «La otra, los hilos de su rueca toma,
      haciendo a la familia algún relato
      del Troyano, de Fiésola o de Roma.
      «Era entonces hallar, tan insensato,
      una Cangüela, un Lapo Saltarelo,
      cual hoy, una Cornelia, un Cincinato.
      «En tal quietud, de la virtud modelo,
      y en tal ciudad del cielo bendecida,
      me hizo María huésped de su suelo,
      «por tierno grito maternal movida,
      y en vuestra antigua pila bendecido,
      •nací a la vez cristiano y Cachagüida.
      «Mis hermanos, Morón y Elíseo han sido;
      mi mujer vino a mi de Val de Pado,
      y de esta fuente viene tu apellido.
      «Serví bajo el imperio de Conrado,
      y caballero fui de su milicia,
      y por mi bien obrar gané su agrado.
      «Seguíle a combatirla la malicia
      del impío, que usurpa torpemente,
      por culpa del Pastor, vuestra justicia.
      «Y fui por mano de tan torpe gente
      desatado de mundo tan falaz,
      cuyo amor es de vicios la simiente,
      «y vine del martirio a santa paz.»



      548


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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Mar 12 Mar 2024, 17:20


      CANTO XVI



      [Canto XVI, nel quale il sopradetto messer Cacciaguida racconta
      intorno di quaranta famiglie onorabili al suo tempo ne la cittade
      di Fiorenza, de le quali al presente non è ricordo né fama.]


      O poca nostra nobiltà di sangue,
      se glorïar di te la gente fai
      qua giù dove l'affetto nostro langue,
      mirabil cosa non mi sarà mai:
      ché là dove appetito non si torce,
      dico nel cielo, io me ne gloriai.
      Ben se' tu manto che tosto raccorce:
      sì che, se non s'appon di dì in die,
      lo tempo va dintorno con le force.
      Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,
      in che la sua famiglia men persevra,
      ricominciaron le parole mie;
      onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
      ridendo, parve quella che tossio
      al primo fallo scritto di Ginevra.
      Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
      voi mi date a parlar tutta baldezza;
      voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.
      Per tanti rivi s'empie d'allegrezza
      la mente mia, che di sé fa letizia
      perché può sostener che non si spezza.
      Ditemi dunque, cara mia primizia,
      quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
      che si segnaro in vostra püerizia;
      ditemi de l'ovil di San Giovanni
      quanto era allora, e chi eran le genti
      tra esso degne di più alti scanni».
      Come s'avviva a lo spirar d'i venti
      carbone in fiamma, così vid' io quella
      luce risplendere a' miei blandimenti;
      e come a li occhi miei si fé più bella,
      così con voce più dolce e soave,
      ma non con questa moderna favella,
      dissemi: «Da quel dì che fu detto 'Ave'
      al parto in che mia madre, ch'è or santa,
      s'allevïò di me ond' era grave,
      al suo Leon cinquecento cinquanta
      e trenta fiate venne questo foco
      a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
      Li antichi miei e io nacqui nel loco
      dove si truova pria l'ultimo sesto
      da quei che corre il vostro annüal gioco.
      Basti d'i miei maggiori udirne questo:
      chi ei si fosser e onde venner quivi,
      più è tacer che ragionare onesto.
      Tutti color ch'a quel tempo eran ivi
      da poter arme tra Marte e 'l Batista,
      eran il quinto di quei ch'or son vivi.
      Ma la cittadinanza, ch'è or mista
      di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
      pura vediesi ne l'ultimo artista.
      Oh quanto fora meglio esser vicine
      quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
      e a Trespiano aver vostro confine,
      che averle dentro e sostener lo puzzo
      del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
      che già per barattare ha l'occhio aguzzo!
      Se la gente ch'al mondo più traligna
      non fosse stata a Cesare noverca,
      ma come madre a suo figlio benigna,
      tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
      che si sarebbe vòlto a Simifonti,
      là dove andava l'avolo a la cerca;
      sariesi Montemurlo ancor de' Conti;
      sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
      e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
      Sempre la confusion de le persone
      principio fu del mal de la cittade,
      come del vostro il cibo che s'appone;
      e cieco toro più avaccio cade
      che cieco agnello; e molte volte taglia
      più e meglio una che le cinque spade.
      Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
      come sono ite, e come se ne vanno
      di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
      udir come le schiatte si disfanno
      non ti parrà nova cosa né forte,
      poscia che le cittadi termine hanno.
      Le vostre cose tutte hanno lor morte,
      sì come voi; ma celasi in alcuna
      che dura molto, e le vite son corte.
      E come 'l volger del ciel de la luna
      cuopre e discuopre i liti sanza posa,
      così fa di Fiorenza la Fortuna:
      per che non dee parer mirabil cosa
      ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini
      onde è la fama nel tempo nascosa.
      Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
      Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
      già nel calare, illustri cittadini;
      e vidi così grandi come antichi,
      con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
      e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
      Sovra la porta ch'al presente è carca
      di nova fellonia di tanto peso
      che tosto fia iattura de la barca,
      erano i Ravignani, ond' è disceso
      il conte Guido e qualunque del nome
      de l'alto Bellincione ha poscia preso.
      Quel de la Pressa sapeva già come
      regger si vuole, e avea Galigaio
      dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.
      Grand' era già la colonna del Vaio,
      Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
      e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.
      Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
      era già grande, e già eran tratti
      a le curule Sizii e Arrigucci.
      Oh quali io vidi quei che son disfatti
      per lor superbia! e le palle de l'oro
      fiorian Fiorenza in tutt' i suoi gran fatti.
      Così facieno i padri di coloro
      che, sempre che la vostra chiesa vaca,
      si fanno grassi stando a consistoro.
      L'oltracotata schiatta che s'indraca
      dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
      o ver la borsa, com' agnel si placa,
      già venìa sù, ma di picciola gente;
      sì che non piacque ad Ubertin Donato
      che poï il suocero il fé lor parente.
      Già era 'l Caponsacco nel mercato
      disceso giù da Fiesole, e già era
      buon cittadino Giuda e Infangato.
      Io dirò cosa incredibile e vera:
      nel picciol cerchio s'entrava per porta
      che si nomava da quei de la Pera.
      Ciascun che de la bella insegna porta
      del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
      la festa di Tommaso riconforta,
      da esso ebbe milizia e privilegio;
      avvegna che con popol si rauni
      oggi colui che la fascia col fregio.
      Già eran Gualterotti e Importuni;
      e ancor saria Borgo più quïeto,
      se di novi vicin fosser digiuni.
      La casa di che nacque il vostro fleto,
      per lo giusto disdegno che v'ha morti
      e puose fine al vostro viver lieto,
      era onorata, essa e suoi consorti:
      o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
      le nozze süe per li altrui conforti!
      Molti sarebber lieti, che son tristi,
      se Dio t'avesse conceduto ad Ema
      la prima volta ch'a città venisti.
      Ma conveniesi, a quella pietra scema
      che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
      vittima ne la sua pace postrema.
      Con queste genti, e con altre con esse,
      vid' io Fiorenza in sì fatto riposo,
      che non avea cagione onde piangesse.
      Con queste genti vid' io glorïoso
      e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
      non era ad asta mai posto a ritroso,
      né per divisïon fatto vermiglio».



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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Jue 14 Mar 2024, 19:11

      CANTO DECIMOSEXTO


      QUINTO 'CIELO O DE MARTE

      MÁRTIRE S DE LA RELIGIÓ N
      JACTANCIA DE NOBLEZA ; CACCIAGUIDA Y SUS MAYORES ;
      LA ANTIGUA Y LA NUEVA POBLACIÓN DE FLORENCIA
      El poeta experimenta, en el cielo el sentimiento humano de la nobleza de la sangre. Interroga a su antepasado sobre sus antepasados y sobre la condición de los habitantes de Florencia en su
      tiempo, aquél le contesta y estigmatiza a los nuevos habitantes,
      que han; hecho degenerar la antigua ciudad, introduciendo en ella
      la discordia. El poeta, pone en boca de su antepasado palabras
      severas contra sus enemigos que lo habían desterrado de su patria .



      ¡Olí, nobleza ele sangre con pobreza;
      que de ti se gloríe tanta gente
      en la tierra tan llena de flaqueza,
      ya no me maravilla ciertamente;
      que allá do el apetito se modera,
      en el cielo, llenaste tú mi mente!
      Bien sé que tú eres capa pasajera,
      que si no se remienda cada día
      la cercena del tiempo la tijera.
      Con el Vos, que era en Boma primacía,
      aunque no siempre fuera acostumbrado,
      recomencé con la palabra mía; i;
      y Beatriz, que se estaba a mi costado,
      reía, como aquella que tosiera
      de Ginebra al galán enamorado. u
      «Vos sois mi padre,» así yo prosiguiera,
      «Vos prestáis a mi labio la energía;
      vos me eleváis a más sublime esfera, 1S
      «Por tantos ríos corre la alegría,
      en mi mente, que goza en la leticia,
      de poder contenerla el alma mía; 21
      «Habladme, pues, oh vos, cara primicia,
      de vuestros padres, y de aquellos años
      que señalaron la primer puericia. 24
      «Decidme, cuáles eran los rebaños,
      entonces de San Juan, y entre la gente
      la digna de ocupar estos escaños.» 2-
      Como el carbón en llamas, más ardiente
      hacen los vientos, vi la luz, aquella
      por mi amor esplender más vivamente; 3o
      y a mis ojos mostrándose más bella,
      me habló con voz más dulce y más suave,
      no en el moderno hablar que el labio sella: 83
      «Desde aquel día en que se dijo el AVE,
      al parto, en que mi madre, mujer santa,
      se alivió con mi ser, del peso grave, ¡<¡
      «Marte, quinientas veces se adelanta
      con más ochenta y tres en su carrera,
      a encenderse del León bajo la planta. 39
      «De mi familia el sitio en que naciera
      en Florencia precede al postrer sexto,
      meta en la fiesta anual de la carrera.
      «Baste de mis mayores decir esto;
      quienes fueran, de donde procedieran,
      más callar que el decirlo creo honesto.
      «Los que entonces llevar armas pudieran
      entre el puente de Marte y el Bautista,
      un quinto de los de hoy acaso fueran.
      «Mas, la ciudadanía, que ora es mixta,
      con Figuinos, Certaldos y Campéanos,
      era genuina en el más bajo artista.
      «Más valiera tenerlos más lejanos
      a esos hombres, y haber por colindantes
      los pueblos de Galluzzo y de Trepianos,
      «que sufrir los olores repugnantes
      de los villanos de Aguillón y Signa,
      en materia de estafa penetrantes.
      «Si en gente cada día menos digna,
      César, en vez de hallar una madrastra,
      tuviera madre con amor, benigna,
      «Florentinos que mercan en subasta,
      hubieran retornado a Semifontes
      do mendigó el abuelo de su casta.
      «Montemurlo, sería de sus contes;
      estarían los Cerquios en su Ancona,
      y en Valgréba quizás los Buendalmontes;
      «que a fuerza de mezclar tanta persona,
      las ciudades se ven indigestadas,
      como el cuerpo que sebos amontona.
      «Cae más pronto que ovejas encegadas,
      el toro ciego, que una espada, una,
      corta a veces mejor que cinco espadas. 72
      «Si ves, como Urbisaglia y como Luna
      se han ido, y como yace en decadencia
      de Sinigaglia y Chiusi la fortuna, 76
      «no te admire mirar, en consecuencia
      de las familias la mudable suerte,
      si hay ciudades que acaban su existencia. „
      «Todas las cosas vuestras llevan muerte,
      y si hay entre ella, más durable alguna,
      vuestra vida es muy corta, y no lo advierte. 81
      «Como bajo el influjo de la luna
      el mar cubre la playa o se retira,
      así a Florencia trata la fortuna; a4
      «y por eso no es cosa que se admira
      lo que diré de excelsos florencianos,
      cuya escondida fama nadie mira. si
      «Vi a los Hugos, yo vi los Catalanos, .
      Filipis, Creció, Ormanes y Alverigios,
      en decadencia, ilustres ciudadanos; oo
      «y ancianos vi rodeados de prestigios,
      junto con los Sannella a los del Arca,
      y Ardisgos, Soldanieris y Bostigios. 93
      «Cabe a la puerta, que al presente abarca,
      de nueva felonía tanto peso,
      que hará muy pronto naufragar la barca, 90
      «los Raviñani vi, que carne y hueso
      dieron al conde Guido, y los que el nombre
      del alto Belinchón llevan impreso;
      «Pressa ganaba en el gobierno, agnombre,
      y doraba su espada Galigayo
      en su pomo grabando su renombre.
      «Grande era la columna ya del Vayo:
      Saquios, Yoquis, Fifantis y Berucios,
      los Galli, y los que afrenta hoy el ensayo.
      «La cepa, que dio origen a Calfucios,
      era grande también, y se sentaban
      en las curules, Sizios y Arrigucios.
      «¡Oh, cuan nobles entonces se mostraban
      los hoy caídos, con las bolas de oro
      que a Florencia con glorias enfloraban!
      «Esto hacían los padres con decoro,
      mientras los hijos en la iglesia vaca,
      van a buscar engorde en su tesoro.
      «La raza que hoy, como dragón ataca
      al fugitivo, y a quien muestra el diente
      o la bolsa, cordero se le aplaca,
      «ya subía, salida de ruin gente;
      tal que no plugo al Ubertín Donato,
      se la diera su suegro por pariente.
      «Camposacco, vivía en el Mercato,
      de Fiésola venido, y ya se viera
      buen ciudadano, a Juda y a Infangato.
      «Y diré, cosa increíble y verdadera:
      por breve puerta a la ciudad se entraba,
      a que daban su nombre los de Pera.
      «Todo aquel que la enseña levantaba,
      del gran Barón de alto renombre regio,
      de Tomás en la fiesta tremolaba:
      «de aquí, de su milicia el privilegio;
      bien que después al pueblo se reunían
      los que han dorado su blasón egregio. 132
      «Gualderios, Importunis, ya existían,
      y sin tanto vecino que le ha entrado,
      aun los del Burgo, quietos estarían. 135
      «La casa que tus males ha causado,
      por el justo rencor que se ha encendido,
      y vuestra paz por siempre ha desterrado, 138
      «gozaba de un honor bien merecido.
      i Oh, Buendelmonte! ¡ Cuánto mal trajiste
      desdeñando el consorcio apetecido! 141
      «¡Feliz aun fuera mucha gente triste,
      si Dios te hubiera sumergido en Erna
      la primer vez que a la ciudad viniste! IM
      «Pero faltaba a su marmóreo emblema,
      que de Florencia guarda el viejo puente,
      víctima hacerla de su paz postrema. u-
      «Con los nombrados y otra mucha gente
      vide a Florencia en plácido reposo,
      sin motivos de llanto, felizmente; no
      «y con ellos al pueblo, que glorioso,
      y justo, enarbolaba blanco lirio,
      que invertido cual símbolo oprobioso, 153
      «trocó en rojo la guerra en su delirio.»


      554


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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Sáb 16 Mar 2024, 17:45

      CANTO XVII



      [Canto XVII, nel quale il predetto messer Cacciaguida solve
      l'animo de l'auttore da una paura e confortalo a fare questa
      opera.]



      Qual venne a Climenè, per accertarsi
      di ciò ch'avëa incontro a sé udito,
      quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;
      tal era io, e tal era sentito
      e da Beatrice e da la santa lampa
      che pria per me avea mutato sito.
      Per che mia donna «Manda fuor la vampa
      del tuo disio», mi disse, «sì ch'ella esca
      segnata bene de la interna stampa:
      non perché nostra conoscenza cresca
      per tuo parlare, ma perché t'ausi
      a dir la sete, sì che l'uom ti mesca».
      «O cara piota mia che sì t'insusi,
      che, come veggion le terrene menti
      non capere in trïangol due ottusi,
      così vedi le cose contingenti
      anzi che sieno in sé, mirando il punto
      a cui tutti li tempi son presenti;
      mentre ch'io era a Virgilio congiunto
      su per lo monte che l'anime cura
      e discendendo nel mondo defunto,
      dette mi fuor di mia vita futura
      parole gravi, avvegna ch'io mi senta
      ben tetragono ai colpi di ventura;
      per che la voglia mia saria contenta
      d'intender qual fortuna mi s'appressa:
      ché saetta previsa vien più lenta».
      Così diss' io a quella luce stessa
      che pria m'avea parlato; e come volle
      Beatrice, fu la mia voglia confessa.
      Né per ambage, in che la gente folle
      già s'inviscava pria che fosse anciso
      l'Agnel di Dio che le peccata tolle,
      ma per chiare parole e con preciso
      latin rispuose quello amor paterno,
      chiuso e parvente del suo proprio riso:
      «La contingenza, che fuor del quaderno
      de la vostra matera non si stende,
      tutta è dipinta nel cospetto etterno;
      necessità però quindi non prende
      se non come dal viso in che si specchia
      nave che per torrente giù discende.
      Da indi, sì come viene ad orecchia
      dolce armonia da organo, mi viene
      a vista il tempo che ti s'apparecchia.
      Qual si partio Ipolito d'Atene
      per la spietata e perfida noverca,
      tal di Fiorenza partir ti convene.
      Questo si vuole e questo già si cerca,
      e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
      là dove Cristo tutto dì si merca.
      La colpa seguirà la parte offensa
      in grido, come suol; ma la vendetta
      fia testimonio al ver che la dispensa.
      Tu lascerai ogne cosa diletta
      più caramente; e questo è quello strale
      che l'arco de lo essilio pria saetta.
      Tu proverai sì come sa di sale
      lo pane altrui, e come è duro calle
      lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.
      E quel che più ti graverà le spalle,
      sarà la compagnia malvagia e scempia
      con la qual tu cadrai in questa valle;
      che tutta ingrata, tutta matta ed empia
      si farà contr' a te; ma, poco appresso,
      ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.
      Di sua bestialitate il suo processo
      farà la prova; sì ch'a te fia bello
      averti fatta parte per te stesso.
      Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello
      sarà la cortesia del gran Lombardo
      che 'n su la scala porta il santo uccello;
      ch'in te avrà sì benigno riguardo,
      che del fare e del chieder, tra voi due,
      fia primo quel che tra li altri è più tardo.
      Con lui vedrai colui che 'mpresso fue,
      nascendo, sì da questa stella forte,
      che notabili fier l'opere sue.
      Non se ne son le genti ancora accorte
      per la novella età, ché pur nove anni
      son queste rote intorno di lui torte;
      ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni,
      parran faville de la sua virtute
      in non curar d'argento né d'affanni.
      Le sue magnificenze conosciute
      saranno ancora, sì che ' suoi nemici
      non ne potran tener le lingue mute.
      A lui t'aspetta e a' suoi benefici;
      per lui fia trasmutata molta gente,
      cambiando condizion ricchi e mendici;
      e portera'ne scritto ne la mente
      di lui, e nol dirai»; e disse cose
      incredibili a quei che fier presente.
      Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
      di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie
      che dietro a pochi giri son nascose.
      Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie,
      poscia che s'infutura la tua vita
      vie più là che 'l punir di lor perfidie».
      Poi che, tacendo, si mostrò spedita
      l'anima santa di metter la trama
      in quella tela ch'io le porsi ordita,
      io cominciai, come colui che brama,
      dubitando, consiglio da persona
      che vede e vuol dirittamente e ama:
      «Ben veggio, padre mio, sì come sprona
      lo tempo verso me, per colpo darmi
      tal, ch'è più grave a chi più s'abbandona;
      per che di provedenza è buon ch'io m'armi,
      sì che, se loco m'è tolto più caro,
      io non perdessi li altri per miei carmi.
      Giù per lo mondo sanza fine amaro,
      e per lo monte del cui bel cacume
      li occhi de la mia donna mi levaro,
      e poscia per lo ciel, di lume in lume,
      ho io appreso quel che s'io ridico,
      a molti fia sapor di forte agrume;
      e s'io al vero son timido amico,
      temo di perder viver tra coloro
      che questo tempo chiameranno antico».
      La luce in che rideva il mio tesoro
      ch'io trovai lì, si fé prima corusca,
      quale a raggio di sole specchio d'oro;
      indi rispuose: «Coscïenza fusca
      o de la propria o de l'altrui vergogna
      pur sentirà la tua parola brusca.
      Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
      tutta tua visïon fa manifesta;
      e lascia pur grattar dov' è la rogna.
      Ché se la voce tua sarà molesta
      nel primo gusto, vital nodrimento
      lascerà poi, quando sarà digesta.
      che le più alte cime più percuote;
      e ciò non fa d'onor poco argomento.
      Però ti son mostrate in queste rote,
      nel monte e ne la valle dolorosa
      pur l'anime che son di fama note,
      che l'animo di quel ch'ode, non posa
      né ferma fede per essempro ch'aia
      la sua radice incognita e ascosa,
      né per altro argomento che non paia»




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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Mar 19 Mar 2024, 07:52

      CANTO DECIMOSETIMO


      QUINTO CIELO O DE MARTE


      MÁRTIRE S DE LA RELIGIÓ N
      LOS DOLORES DEL DESTIERRO ; DESVENTURAS Y ESPERANZAS
      DE DANTE; EL "VALOR DE LA VERDAD
      El poeta interroga a su antepasado sobre las predicciones que acerca
      de gl le fueran hechas en el infierno y el purgatorio con palabras veladas. Cacclaguida las confirma, anunciándole su destierro
      y los pesares que le esperan por las asechanzas de sus enemigos.
      El poeta manifiesta su anhelo de proclamar ante el mundo las
      verdades que le han sido reveladas. Cacciaguida lo lexhorta a.
      perseverar en este propósito, diciéndole que después del amargo
      sabor, la nutrición de su palabra será sana.


      Como acudió a Climene a cerciorarse,
      Faetón, de lo que en contra había oído,
      y que aun hace a los padres cautelarse, 3
      tal me encontré, y así fui comprendido
      por mi Beatriz, y por la eterna lumbre
      que para hablarme habíase movido. 6
      Ella me dijo; «Que el deseo alumbre
      tu mente, y a la llama dé salida,
      en que la interna estampa se vislumbre. „
      «Lo que puedes decir, cosa es sabida;
      pero di la gran sed que a ti te afana
      para ofrecer a tu alma la bebida.» l2
      «¡ Cara planta, que te alzas soberana!
      cual en triángulo ven humanas mentes,
      dos obtusos incluir, es cosa vana, 13
      «tú ves claro las cosas contingentes,
      antes de ser en sí, mirando al punto
      que los tiempos sin fin tiene presentes. 18
      «Mientras que estuve de Virgilio junto,
      en el monte en que el ánima se cura,
      y al descender al ámbito difunto, 2Í
      «me anunciaron en mal, suerte futura;
      bien que con resistencia yo me siento
      cubo de piedra a golpes de ventura; u
      «pero tendría mi ánimo contento
      si preveyese la fortuna mía,
      que dardo que se ve, viene más lento.» 2 r
      Así a la luz que antes me hablara pía
      dij ele, confesando humildemente
      mi sentir, cual Beatriz me lo pedía. 30
      No con ambajes, que a insensata gente,
      enviscaba, cuando aun no redimiera
      el cordero de Dios al inocente, 38
      sino con lengua clara y verdadera,
      me repuso la luz, de amor paterno
      irradiando sonrisa placentera: ss
      «Contingencia, que fuera del cuaderno
      de la materi a human a se desprende,
      pintada tiene el ojo del Eterno; 39
      «pero su acción sobre ella no se extiende,
      cual no altera la vista en que se espeja
      nave en corriente que veloz desciende:
      «de aquí, que como hiere vuestra oreja
      del órgano la música, lie sentido
      el destino que el tiempo te apareja.
      «Como salió de Atenas compelido
      por su madrastra el hijo de Teseo,
      de Florencia saldrás entristecido.
      «Lo que se busca y quiere, claro veo,
      y pronto ha de lograrlo quien lo piensa
      donde a Cristo se merca en regateo.
      «La culpa seguirá la parte ofensa,
      a gritos; mas del cielo la venganza
      testigo de verdad será en defensa.
      «Tú dejarás cuanto el amor alcanza,
      que es este el primer dardo envenenado
      que el arco del destierro en pos nos lanza.
      «Probarás el ajeno pan salado,
      y el subir y bajar cuanto es penoso
      ajenas escaleras desterrado.
      «Y el peso a tus^ espaldas más gravoso,
      será la imbécil, la malvada gente
      que te caiga en el valle doloroso.
      «Tan ingrata será como inclemente,
      en tu contra; mas pronto y así mismo,
      ella, no tú, .tendrá roja la frente.
      «Su proceder, será de su cinismo,
      prueba y sentencia, cuando a ti levanta
      haberte hecho un partido por ti mismo.
      «Tu refugio primero en pena tanta,
      el afecto será del gran lombardo,
      que porta sobre Escala el ave santa. 72
      «Y será tan benigno su resguardo,
      que a la inversa del uso, tu pedido
      al favor otorgado, será tardo. 75
      «Con el verás a un príncipe nacido
      bajo el influjo de marcial estrella,
      que será por sus hechos aplaudido. 78
      «Su nombre entre las gentes no descuella,
      pues nueve años no cuenta todavía,
      que en las esferas su destino sella. 8i
      «Antes que el Gaseo enrede en su falsía
      al gran Enrique, despreciando el oro
      mostrará su valor y gallardía. si
      «Grande en magnificencia y en decoro,
      sus enemigos le serán propicios,
      y sus lenguas, de aplauso serán coro. S r
      «El te dispensará sus beneficios-.
      por él, los ricos y la hoy pobre gente,
      cambiarán condición por sus auspicios. w
      «Y esto de él además guarda en tu mente;
      mas no lo digas...» y me habló de cosas
      no creíbles, aun vistas de presente; 93
      agregando: «Hijo mío, he ahí las glosas
      de lo anunciado a ti, con las insidias
      que te ocultan las horas tenebrosas. w
      «Deja a tus compatriotas sus envidias,
      que será tu existencia prolongada
      hasta ver castigada sus perfidias.» 99
      Calló el ánima santa, reposada,
      luego que hubo tejido la gran tela,
      cuya urdimbre por mí fué preparada.
      Y yo empecé, como hombre a quien desvela,
      la duda, y se aconseja de persona
      que mira y ama, y que escuchar anhela:
      «Veo, ¡ oh, padre! que el tiempo me espolona,
      y viene contra mí su golpe a darme,
      que es más grave al que débil se abandona.
      «Y así, de previsión es bien que me arme,
      por .si el suelo' natal pierdo, mi canto
      ele otros suelos no llegue a desterrarme.
      «Allá en el mundo del eterno llanto,
      y por el monte, a cuya excelsa altura
      me alzó la vista de la que amo tanto;
      «Y en los cielos, de lumbre en lumbre pura,
      aprendí muchas cosas que atestiguo,
      con sabor, para muchos, de amargura;
      «y si con la verdad me muestro exiguo,
      temo puedan juzgarme sin decoro
      los que a este tiempo llamarán antiguo.»
      La luz que revestía mi tesoro,
      sonreía más bella y más corrusca,
      como un rayo de sol se espeja en oro.
      Y repuso: «Conciencia que se ofusca
      por vergüenza que en otros o en sí mira,
      has de golpear con tu palabra brusca:
      «¡No importa! y apartando la mentira,
      tu visión por entero manifiesta,
      y a otros deja rascar sarna con ira.
      «Tu palabra, al principio harto molesta
      al paladar sabrá; mas nutrimento
      sano y vital será cuando digesta.
      «Tu voz tendrá la fuerza del gran viento
      que sacude las cimas empinadas,
      y esto dará a tu honor más valimiento.
      «Para eso, en estas ruedas estrelladas,
      y en el monte y el valle doloroso,
      te han mostrado las almas elevadas;
      «Que el ánimo de aquel que espera ansioso,
      no fía en el ejemplo que se esconda
      en origen oscuro o sospechoso,
      «y que a su íntimo ^anhelo no responda.»




      560


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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Mensaje por Maria Lua Vie 22 Mar 2024, 06:50

      CANTO XVIII


      [Canto XVIII, nel quale si monta ne la stella di Giove, e narrasi
      come li luminari spirituali figuravano mirabilmente.]


      Già si godeva solo del suo verbo
      quello specchio beato, e io gustava
      lo mio, temprando col dolce l'acerbo;
      e quella donna ch'a Dio mi menava
      disse: «Muta pensier; pensa ch'i' sono
      presso a colui ch'ogne torto disgrava».
      Io mi rivolsi a l'amoroso suono
      del mio conforto; e qual io allor vidi
      ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:
      non perch' io pur del mio parlar diffidi,
      ma per la mente che non può redire
      sovra sé tanto, s'altri non la guidi.
      Tanto poss' io di quel punto ridire,
      che, rimirando lei, lo mio affetto
      libero fu da ogne altro disire,
      fin che 'l piacere etterno, che diretto
      raggiava in Bëatrice, dal bel viso
      mi contentava col secondo aspetto.
      Vincendo me col lume d'un sorriso,
      ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
      ché non pur ne' miei occhi è paradiso».
      Come si vede qui alcuna volta
      l'affetto ne la vista, s'elli è tanto,
      che da lui sia tutta l'anima tolta,
      così nel fiammeggiar del folgór santo,
      a ch'io mi volsi, conobbi la voglia
      in lui di ragionarmi ancora alquanto.
      El cominciò: «In questa quinta soglia
      de l'albero che vive de la cima
      e frutta sempre e mai non perde foglia,
      spiriti son beati, che giù, prima
      che venissero al ciel, fuor di gran voce,
      sì ch'ogne musa ne sarebbe opima.
      Però mira ne' corni de la croce:
      quello ch'io nomerò, lì farà l'atto
      che fa in nube il suo foco veloce».
      Io vidi per la croce un lume tratto
      dal nomar Iosuè, com' el si feo;
      né mi fu noto il dir prima che 'l fatto.
      E al nome de l'alto Macabeo
      vidi moversi un altro roteando,
      e letizia era ferza del paleo.
      Così per Carlo Magno e per Orlando
      due ne seguì lo mio attento sguardo,
      com' occhio segue suo falcon volando.
      Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
      e 'l duca Gottifredi la mia vista
      per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
      Indi, tra l'altre luci mota e mista,
      mostrommi l'alma che m'avea parlato
      qual era tra i cantor del cielo artista.
      Io mi rivolsi dal mio destro lato
      per vedere in Beatrice il mio dovere,
      o per parlare o per atto, segnato;
      e vidi le sue luci tanto mere,
      tanto gioconde, che la sua sembianza
      vinceva li altri e l'ultimo solere.
      E come, per sentir più dilettanza
      bene operando, l'uom di giorno in giorno
      s'accorge che la sua virtute avanza,
      sì m'accors' io che 'l mio girare intorno
      col cielo insieme avea cresciuto l'arco,
      veggendo quel miracol più addorno.
      E qual è 'l trasmutare in picciol varco
      di tempo in bianca donna, quando 'l volto
      suo si discarchi di vergogna il carco,
      tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
      per lo candor de la temprata stella
      sesta, che dentro a sé m'avea ricolto.
      Io vidi in quella giovïal facella
      lo sfavillar de l'amor che lì era
      segnare a li occhi miei nostra favella.
      E come augelli surti di rivera,
      quasi congratulando a lor pasture,
      fanno di sé or tonda or altra schiera,
      sì dentro ai lumi sante creature
      volitando cantavano, e faciensi
      or D, or I, or L in sue figure.
      Prima, cantando, a sua nota moviensi;
      poi, diventando l'un di questi segni,
      un poco s'arrestavano e taciensi.
      O diva Pegasëa che li 'ngegni
      fai glorïosi e rendili longevi,
      ed essi teco le cittadi e ' regni,
      illustrami di te, sì ch'io rilevi
      le lor figure com' io l'ho concette:
      paia tua possa in questi versi brevi!
      Mostrarsi dunque in cinque volte sette
      vocali e consonanti; e io notai
      le parti sì, come mi parver dette.
      'DILIGITE IUSTITIAM', primai
      fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;
      'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.
      Poscia ne l'emme del vocabol quinto
      rimasero ordinate; sì che Giove
      pareva argento lì d'oro distinto.
      E vidi scendere altre luci dove
      era il colmo de l'emme, e lì quetarsi
      cantando, credo, il ben ch'a sé le move.
      Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi
      surgono innumerabili faville,
      onde li stolti sogliono agurarsi,
      resurger parver quindi più di mille
      luci e salir, qual assai e qual poco,
      sì come 'l sol che l'accende sortille;
      e quïetata ciascuna in suo loco,
      la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi
      rappresentare a quel distinto foco.
      Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi;
      ma esso guida, e da lui si rammenta
      quella virtù ch'è forma per li nidi.
      L'altra bëatitudo, che contenta
      pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,
      con poco moto seguitò la 'mprenta.
      O dolce stella, quali e quante gemme
      mi dimostraro che nostra giustizia
      effetto sia del ciel che tu ingemme!
      Per ch'io prego la mente in che s'inizia
      tuo moto e tua virtute, che rimiri
      ond' esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;
      sì ch'un'altra fïata omai s'adiri
      del comperare e vender dentro al templo
      che si murò di segni e di martìri.
      O milizia del ciel cu' io contemplo,
      adora per color che sono in terra
      tutti svïati dietro al malo essemplo!
      Già si solea con le spade far guerra;
      ma or si fa togliendo or qui or quivi
      lo pan che 'l pïo Padre a nessun serra.
      Ma tu che sol per cancellare scrivi,
      pensa che Pietro e Paulo, che moriro
      per la vigna che guasti, ancor son vivi.
      Ben puoi tu dire: «I' ho fermo 'l disiro
      sì a colui che volle viver solo
      e che per salti fu tratto al martiro,
      ch'io non conosco il pescator né Polo»




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      Mensaje por Maria Lua Dom 24 Mar 2024, 19:59

      CANTO DECIMOCTAVO


      QUINTO CIELO O DE MARTE


      MÁRTIRE S DE LA RELIGIÓ N
      ESPÍRITUS RESPLANDECIENTES EN LA CRUZ DE MARTE;
      ASCENSIÓN AL CIELO DE JÚPITER
      SEXTO CIELO O DE JÚPITER
      PRINCIPE S SABIO S Y JUSTO S
      DILIGITE IUSTITIAM; EL ÁGUILA IMPERIAL;
      AVARICIA PAPAL
      Cacciagüida señala a su nieto otros grandes espíritus que combatieron por su fe. El poeta asciende al sexto cielo que es el planeta
      Júpiter, morada de los que distribuyeron con rectitud la justicia
      en el mundo. Las almas bienaventuradas forman con sus luces
      letras movibles, que reproducen las palabras de la Biblia predicando la justicia. Otros resplandores nacen de los primeros y dibujan una águila imperial. Invectiva del poeta contra la simonía
      pontificia.


      En silencio gozaba de su Verbo
      aquella alma bendita, y yo gustaba
      templando en mí lo dulce con lo acerbo; 3
      y la mujer que a Dios me encaminaba,
      me dijo: «Reconcentra el pensamiento
      ante Aquel que las culpas desagrava.» 6
      Volvíme al son del amoroso acento,
      y el santo amor que en su mirar veía,
      abandono decirlo al sentimiento; s
      no es que no fíe en la palabra mía
      sino porque expresar no pued.e en mente
      lo que me pesa, si otro no la guía.
      Y podría decir tan solamente,
      que contemplándola, mi ardiente afecto
      libre de otro deseo al fin se siente.
      Mientras gozaba del placer directo
      de lo eterno en Beatriz, su bello viso
      gozar me hacía del segundo aspecto,
      venciéndome con luminoso hechizo;
      y ella me dijo: «Vuélvete y,atiende,
      que mis ojos no son el paraíso.»
      Cual suele suceder, que se trasciende
      el afecto en la vista, cuando es tanto,
      que por todo el espíritu se extiende,
      así en las luces de aquel fuego santo,
      que contemplaba, conocí el anhelo
      de aleccionarme todavía un cuanto;
      y a decirme empezó: «Del quinto cielo,
      el árbol que se nutre de su cima,
      . siempre con frutos con su verde velo,
      «los celestes espíritus anima,
      que antes de acá venir, tuvieron fama,
      y las musas cantaron con estima.
      «Los brazos de la cruz mira y su llama,
      que al nombrar á cada uno, diseñarse
      verás, como la nube que se inflama.»
      Al nombrar a Josué, desarrollarse
      en la cruz resplandor súbito veo,
      que un acto fué nombraiie y él mostrarse.
      Y al nombre del insigne Macabeo,
      otro vi, sobre sí mismo girando,
      peonza que el goce bate en su volteo.
      Así, de Carlomagno y de Rolando
      el resplandor siguió mi vista atenta
      cual cazador, halcón que va volando.
      Tras Guillermo, Reinaldo se presenta,
      y el grande Godofredo ante mi vista,
      con Roberto Guiscardo allí se cuenta.
      Al)fin movida con las luces mixtas,
      .mostróme el alma que me había hablado,
      que era en el canto, celestial artista.
      Volvíme .entonces hacia el diestro lado
      por ver !lo que Beatriz me prevenía,
      con signos o en palabras expresado;
      y en sus ojos tan pura luz ardía,
      tan llena de placer, que su semblanza
      sus otros resplandores excedía.
      Y como el hombre que más dicha alcanza
      obrando el bien, cuando de día,en día
      en el camino de virtud avanza,
      yo advertí que mi vuelo se extendía
      en el arco del cielo dilatado,
      y que el milagro más se embellecía.
      Y así, como el semblante sonrojado
      de (blanca virgen, su color perdido
      pronto retorna a su primer estado,
      pasé de pronto al cielo emblanquecido
      del sexto cielo, en candidos albores,
      que en su seno me había recibido.
      Vi la estrella Jovial con sus fulgores,
      irradiando el amor que reverbera,
      palabras nuestras dar en resplandores. 72
      Cual aves, que.de un río en la ribera,
      congratulándose de sus pasturas,
      forman cercos o vuelan;en hilera, 7E
      así en su luz las célicas criaturas,
      voltijeando cantaban, y formaban
      de D, de I y de L las figuras. 7!
      Primero, al son de su cantar volaban,
      luego, al trazar sus signos esplendentes,
      detenían el vuelo y se callaban. 81
      ¡Diva pegasea, que a mortales mentes
      llenas de gloria ¡eterna, y la existencia
      baces durar, los reinos y las gentes, 84
      que tu luz ilumine mi conciencia,
      al descifrar tus letras inmortales,
      y que muestren mis versos tu potencia! 8T
      Trazando consonantes y vocales,
      por cinco veces siete, sus letreros
      brillando en las luces celestiales. 90
      Diligite justitiam, los primeros,
      con el nombre y el verbo bien distinto:
      qui judicatis terram, los postreros. 93
      Después, en la M del vocablo quinto,
      se ordenaban, y a Jove convertían
      en argentino globo de oro cinto. 90
      Y hacia lo alto de la M descendían
      otras luces, que al tiempo de posarse
      cantaban, creo, al bien en que venían. 99
      Después, cual dos tizones al chocarse
      dan origen a súbito chispeo,
      en que suelen los necios augurarse,
      mil luces resurgir en torno veo,
      una más densa y otra más somera,
      según el sol la enciende en su sorteo.
      Y quieta en su lugar cada lumbrera,
      de aquel foco de luz ha renacido
      testa y cuello de una águila altanera.
      Quien la trazara, guía no ha tenido;
      él es su guía, que la vida alienta,
      con la propia virtud que forma el nido.
      La otra legión de luces, que contenta,
      cual corona de la M se mostrara,
      al moverse, la imagen complementa.
      ¡ Oh, dulce estrella! ¡ cuánta piedra rara
      me mostró, que del mundo la justicia,
      es efecto que el cielo nos depara!
      Y así ruego a la mente que se inicia
      tu fuerza y tu virtud, que el humo impuro,
      vea en el fuego que tu rayo vicia.
      Y su brazo otra vez fustigue duro,
      al que compra y que vende dentro al templo,
      que señaló con el martirio el muro.
      ¡ Oh milicia celeste que contemplo!
      ¡ Ruega por los que se hallan en la tierra
      descaminados por el mal ejemplo!
      Con espadas se hacía antes la guerra;
      ora se hace, de aquí, de allá quitando
      el pan que el Padre bueno da a la tierra.
      Tú, que escribes tan solo cancelando,
      piensa que Pedro y Pablo, lian perecido,
      y aun viven, por la vid que estás guastando.
      Mas tú dirás: Mi amor tan grande ha sido,
      Al solitario, cuya efigie entablo,
      Y al martirio una danza ha conducido,
      Que no conozco al Pescador, ni a Pablo.



      566


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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Mensaje por Maria Lua Mar 26 Mar 2024, 20:28

      CANTO XIX


      [Canto XIX, nel quale li spiriti ch'erano ne la stella di Iove
      insieme conglutinati in forma d'aguglia, ad una voce solvono uno
      grande dubbio, e abominano e infamano tutti li re cristiani che
      regnavano ne l'anno di Cristo MCCC.]




      Parea dinanzi a me con l'ali aperte
      la bella image che nel dolce frui
      liete facevan l'anime conserte;
      parea ciascuna rubinetto in cui
      raggio di sole ardesse sì acceso,
      che ne' miei occhi rifrangesse lui.
      E quel che mi convien ritrar testeso,
      non portò voce mai, né scrisse incostro,
      né fu per fantasia già mai compreso;
      ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,
      e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
      quand' era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
      E cominciò: «Per esser giusto e pio
      son io qui essaltato a quella gloria
      che non si lascia vincere a disio;
      e in terra lasciai la mia memoria
      sì fatta, che le genti lì malvage
      commendan lei, ma non seguon la storia».
      Così un sol calor di molte brage
      si fa sentir, come di molti amori
      usciva solo un suon di quella image.
      Ond' io appresso: «O perpetüi fiori
      de l'etterna letizia, che pur uno
      parer mi fate tutti vostri odori,
      solvetemi, spirando, il gran digiuno
      che lungamente m'ha tenuto in fame,
      non trovandoli in terra cibo alcuno.
      Ben so io che, se 'n cielo altro reame
      la divina giustizia fa suo specchio,
      che 'l vostro non l'apprende con velame.
      Sapete come attento io m'apparecchio
      ad ascoltar; sapete qual è quello
      dubbio che m'è digiun cotanto vecchio».
      Quasi falcone ch'esce del cappello,
      move la testa e con l'ali si plaude,
      voglia mostrando e faccendosi bello,
      vid' io farsi quel segno, che di laude
      de la divina grazia era contesto,
      con canti quai si sa chi là sù gaude.
      Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
      a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
      distinse tanto occulto e manifesto,
      non poté suo valor sì fare impresso
      in tutto l'universo, che 'l suo verbo
      non rimanesse in infinito eccesso.
      E ciò fa certo che 'l primo superbo,
      che fu la somma d'ogne creatura,
      per non aspettar lume, cadde acerbo;
      e quinci appar ch'ogne minor natura
      è corto recettacolo a quel bene
      che non ha fine e sé con sé misura.
      Dunque vostra veduta, che convene
      esser alcun de' raggi de la mente
      di che tutte le cose son ripiene,
      non pò da sua natura esser possente
      tanto, che suo principio non discerna
      molto di là da quel che l'è parvente.
      Però ne la giustizia sempiterna
      la vista che riceve il vostro mondo,
      com' occhio per lo mare, entro s'interna;
      che, ben che da la proda veggia il fondo,
      in pelago nol vede; e nondimeno
      èli, ma cela lui l'esser profondo.
      Lume non è, se non vien dal sereno
      che non si turba mai; anzi è tenèbra
      od ombra de la carne o suo veleno.
      Assai t'è mo aperta la latebra
      che t'ascondeva la giustizia viva,
      di che facei question cotanto crebra;
      ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva
      de l'Indo, e quivi non è chi ragioni
      di Cristo né chi legga né chi scriva;
      e tutti suoi voleri e atti buoni
      sono, quanto ragione umana vede,
      sanza peccato in vita o in sermoni.
      Muore non battezzato e sanza fede:
      ov' è questa giustizia che 'l condanna?
      ov' è la colpa sua, se ei non crede?".
      Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
      per giudicar di lungi mille miglia
      con la veduta corta d'una spanna?
      Certo a colui che meco s'assottiglia,
      se la Scrittura sovra voi non fosse,
      da dubitar sarebbe a maraviglia.
      Oh terreni animali! oh menti grosse!
      La prima volontà, ch'è da sé buona,
      da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.
      Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
      nullo creato bene a sé la tira,
      ma essa, radïando, lui cagiona».
      Quale sovresso il nido si rigira
      poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
      e come quel ch'è pasto la rimira;
      cotal si fece, e sì leväi i cigli,
      la benedetta imagine, che l'ali
      movea sospinte da tanti consigli.
      Roteando cantava, e dicea: «Quali
      son le mie note a te, che non le 'ntendi,
      tal è il giudicio etterno a voi mortali».
      Poi si quetaro quei lucenti incendi
      de lo Spirito Santo ancor nel segno
      che fé i Romani al mondo reverendi,
      esso ricominciò: «A questo regno
      non salì mai chi non credette 'n Cristo,
      né pria né poi ch'el si chiavasse al legno.
      Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",
      che saranno in giudicio assai men prope
      a lui, che tal che non conosce Cristo;
      e tai Cristian dannerà l'Etïòpe,
      quando si partiranno i due collegi,
      l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.
      Che poran dir li Perse a' vostri regi,
      come vedranno quel volume aperto
      nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
      Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,
      quella che tosto moverà la penna,
      per che 'l regno di Praga fia diserto.
      Lì si vedrà il duol che sovra Senna
      induce, falseggiando la moneta,
      quel che morrà di colpo di cotenna.
      Lì si vedrà la superbia ch'asseta,
      che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
      sì che non può soffrir dentro a sua meta.
      Vedrassi la lussuria e 'l viver molle
      di quel di Spagna e di quel di Boemme,
      che mai valor non conobbe né volle.
      Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
      segnata con un i la sua bontate,
      quando 'l contrario segnerà un emme.
      Vedrassi l'avarizia e la viltate
      di quei che guarda l'isola del foco,
      ove Anchise finì la lunga etate;
      e a dare ad intender quanto è poco,
      la sua scrittura fian lettere mozze,
      che noteranno molto in parvo loco.
      E parranno a ciascun l'opere sozze
      del barba e del fratel, che tanto egregia
      nazione e due corone han fatte bozze.
      E quel di Portogallo e di Norvegia
      lì si conosceranno, e quel di Rascia
      che male ha visto il conio di Vinegia.
      Oh beata Ungheria, se non si lascia
      più malmenare! e beata Navarra,
      se s'armasse del monte che la fascia!
      E creder de' ciascun che già, per arra
      di questo, Niccosïa e Famagosta
      per la lor bestia si lamenti e garra,
      che dal fianco de l'altre non si scosta».







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      406


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      Mensaje por Maria Lua Jue 28 Mar 2024, 07:10

      CANTO DECIMONOVENO


      SEXTO CIELO O DE JÚPITER


      PRINCIPE S SABIO S Y JUSTO S
      EL ÁGUILA PARLANTE ; NECESIDAD DE LA FE ;
      INESCRUTABILIDAD DE LA DIVINA JUSTICIA ; LA FE
      Y LAS OBRAS
      Habla el águila simbólica que contiene en sí muchas grandes almas.
      Su palabra articula el Yo y el Mío y sus conceptos envuelven el
      Nos y el Nuestro. Responde a la duda oculta del poeta, sobre si
      el hombre puede salvarse sin bautismo. Resuelve la cuestión por
      la negativa pero agrega, que muchos que son cristianos, serán en
      el juicio ñnal, tratados con más severidad que los paganos. Señala
      a una multitud de malvados soberanos europeos que se hallan en
      este caso, asimilándolos a las bestias feroces.



      Ante mí, con las alas desplegadas
      la bella imagen vi, que trascendía
      el goce de las almas concentradas.
      Un rubí cada cual me parecía,
      por los rayos del sol tan encendido,
      que en mis ojos lucientes refringía.
      Lo que debo trazar, ni estampar tentado,
      por voz alguna, ni estampar tentado,
      ni fué por fastasía comprendido;
      que vi, y oí al pico, que animado
      en sus voces sonaba el Yo y el Mío,
      y el Nos y Nuestro, era el concepto dado. ia
      Y comenzó: «Por ser tan justo y pío,
      exaltado me veo en esta gloria,
      que de todo deseo vence el brío. 15
      «En la tierra he dejado una memoria,
      que bien que aplauda la malvada gente,
      no sigue las lecciones de mi historia.» ia
      Como de (muchas brasas, solamente,
      brot a u n sólo calor, de mil amores,
      brotaba u n son de imagen esplendente. 2i
      Y así yo proseguí: «Perpetuas flores
      de la eterna .leticia, que por uno
      juntas me hacéis sentir vuestros olores, 2i
      «poned fin, respirando, al grande ayuno
      que largo tiempo padecí en el suelo,
      sin hallar para mi alma pasto alguno. 27
      «Sé bien que la justicia es luz del cielo,
      que si se muestra en el divino espejo,
      no veis vosotros al través de un velo. BO
      «Sabéis, que atentamente me aparejo,
      a escucharos, sabiendo que he dudado;
      duda que en tanto ayuno, me hizo viejo.» 33
      Como halcón del capillo libertado,
      aletea, moviendo la cabeza,
      galano al emprender su vuelo osado, 30
      así aquel signo ostenta su belleza,
      en la divina gracia entretejido,
      con un canto que allí solo embelesa; 39
      me habló: «Quien a compás tiene medido
      el extremo del mundo, y en su esfera
      lo visible y lo oculto ha comprendido,
      «no imprimió su potencia, de manera
      en todo el universo, que su Verbo
      del todo lo infinito comprendiera;
      «Y esto se muestra en el primer superbo,
      suma de perfección de la criatura,
      por no esperar la luz, cayendo acerbo;
      «Y es natural, que la ínfima natura
      no pueda con los bienes ser colmada,
      de lo que es infinito en su mesura.
      «Por eso, vuestra ciencia limitada,
      débil reflejo de su grande mente,
      en sus creaciones con amor mostrada,
      «no sea por natura tan potente,
      que su principio intrínseco discierna,
      más allá del principio proveniente.
      «Por eso, en la justicia sempiterna,
      sólo alcanza la vista en vuestro mundo,
      lo que ojo humano que en la mar se interna,
      «que en su orilla, no llega a lo profundo,
      sin penetrar del piélago en el seno,
      porque oculta su ser en lo más fundo.
      «Sólo da luz el resplandor sereno,
      que no se enturbia; lo demás es niebla,
      o sombra de la carne, o su veneno.
      «Bastante he disipado la tiniebla,
      que te escondía la justicia viva,
      con esa duda qiie tu mente puebla.
      «Decías: Nace un hombre allá en la riba
      del Indus, sin que nadie en sus regiones,
      ni hable de Cristo m su nombre escriba, 7,
      «Tan bueno en sus deseos y razones,
      cuanto puede pedirlo el humanismo,
      vive puro, en palabras y en acciones. 73
      «Muere sin fe, muriendo sin bautismo.
      ¿dónde está la justicia que condena?
      ¿cuál su culpa sino creyó asimismo? 7S
      «¿Quién eres tú, que como juez ordena,
      y a millones de leguas ver pretende,
      cuando tu propio palmo ves con pena? 81
      «Al que por sutileza bien no entiende,
      no es maravilla turben dudas tales,
      si en la santa Escritura no lo aprende. s*
      «¡ Pobres mentes! ¡ Terrestres animales!
      La prima voluntad, de esencia buena,
      sin mudanza, da bienes celestiales. 8r
      «Todo lo justo con su ser consuena ;
      ningún creado bien a sí la tira;
      mas ella irradia el bien que todo ordena.» 90
      Como en su nido la cigüeña gira,
      después que á sus polluelos alimenta,
      y su prole la mira y la remira, 03
      al levantar mis ojos, tal se ostenta
      la imagen, cuyas alas celestiales
      agita al pensamiento que la alienta. o«
      Y cantando circula y dice: «Cuales
      son mis voces que tu ánimo no entiende,
      tal es el juicio eterno a los mortales.» oa
      Quietas las luces que la luz enciende
      del Espíritu santo, en el emblema,
      que el respeto de Koma al mundo extiende,
      prosigue: «Nunca a esta región suprema
      subió ninguno sin creer en CRISTO.
      vivo o clavado en la cruz postrema;
      «pero muchos que gritan, ¡ CRISTO ! ¡ CRISTO !
      en el juicio ñnal, aun menos prope
      de él estará, que el que negara a CRISTO.
      «A esos cristianos damnará el Etiope,
      cuando las almas formen dos colegios,
      el uno siempre rico, el otro inope.
      «¿Qué no dirán de vuestros guías regios,
      los pérsicos, al ver el libro abierto
      que atestigüe sus propios sacrilegios?
      «Allí la culpa se leerá de Alberto,
      consignada por pluma que condena,
      que del reino de Praga hará un desierto.
      «Y se verá el dolor, del que en el Sena
      por moneda de ley falsificada,
      diente de jabalí sufrir en pena.
      ,«Veráse la soberbia no saciada,
      que a ingleses y a escoceses, en su furia
      hizo salvar su meta limitada.
      «Veráse la molicie y la lujuria
      del rey de España, y del Bohemio indigno,
      cobarde rey, que su blasón injuria;
      «Y al cojo de Sión, juicio, condigno,
      con un uno marcar su biiena vida,
      y sus mil vicios de M con el signo.
      «Veráse la avaricia envilecida,
      del que en la isla del Etna tiene asiento,
      donde Anquises finó su larga vida;
      «Y por mostrar su poco valimento,
      su registro, con letras mutiladas,
      será, de gran maldad, breve comento.
      «Y veránse las obras condenadas,
      con que lian dejado, el tío, y el hermano,
      su estirpe y dos coronas deshonradas;
      «Y también rey noruego y lusitano,
      como el duque de Racia, han de informarse,
      que el cuño adulteró del Veneciano.
      «Fuera Hungría feliz, si maltratarse
      no se dejara más; y si Navarra
      con la montaña que la ciñe armarse.
      «Y es de liberación segura el arra,
      que se quejan Nicosia y Famagosta,
      de la bestia, feroz y de su garra,
      «que de las otras bestias, más se acosta.»





      572


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      Mensaje por Maria Lua Vie 29 Mar 2024, 17:05


      CANTO XX



      [Canto XX, nel quale ancora suonano nel becco de l'Aquila certe
      parole per le quali apprende di conoscere alcuni di quelli spirti de
      li quali quella Aquila è composta.]




      Quando colui che tutto 'l mondo alluma
      de l'emisperio nostro sì discende,
      che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
      lo ciel, che sol di lui prima s'accende,
      subitamente si rifà parvente
      per molte luci, in che una risplende;
      e questo atto del ciel mi venne a mente,
      come 'l segno del mondo e de' suoi duci
      nel benedetto rostro fu tacente;
      però che tutte quelle vive luci,
      vie più lucendo, cominciaron canti
      da mia memoria labili e caduci.
      O dolce amor che di riso t'ammanti,
      quanto parevi ardente in que' flailli,
      ch'avieno spirto sol di pensier santi!
      Poscia che i cari e lucidi lapilli
      ond' io vidi ingemmato il sesto lume
      puoser silenzio a li angelici squilli,
      udir mi parve un mormorar di fiume
      che scende chiaro giù di pietra in pietra,
      mostrando l'ubertà del suo cacume.
      E come suono al collo de la cetra
      prende sua forma, e sì com' al pertugio
      de la sampogna vento che penètra,
      così, rimosso d'aspettare indugio,
      quel mormorar de l'aguglia salissi
      su per lo collo, come fosse bugio.
      Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
      per lo suo becco in forma di parole,
      quali aspettava il core ov' io le scrissi.
      «La parte in me che vede e pate il sole
      ne l'aguglie mortali», incominciommi,
      «or fisamente riguardar si vole,
      perché d'i fuochi ond' io figura fommi,
      quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,
      e' di tutti lor gradi son li sommi.
      Colui che luce in mezzo per pupilla,
      fu il cantor de lo Spirito Santo,
      che l'arca traslatò di villa in villa:
      ora conosce il merto del suo canto,
      in quanto effetto fu del suo consiglio,
      per lo remunerar ch'è altrettanto.
      Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
      colui che più al becco mi s'accosta,
      la vedovella consolò del figlio:
      ora conosce quanto caro costa
      non seguir Cristo, per l'esperïenza
      di questa dolce vita e de l'opposta.
      E quel che segue in la circunferenza
      di che ragiono, per l'arco superno,
      morte indugiò per vera penitenza:
      ora conosce che 'l giudicio etterno
      non si trasmuta, quando degno preco
      fa crastino là giù de l'odïerno.
      L'altro che segue, con le leggi e meco,
      sotto buona intenzion che fé mal frutto,
      per cedere al pastor si fece greco:
      ora conosce come il mal dedutto
      dal suo bene operar non li è nocivo,
      avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.
      E quel che vedi ne l'arco declivo,
      Guiglielmo fu, cui quella terra plora
      che piagne Carlo e Federigo vivo:
      ora conosce come s'innamora
      lo ciel del giusto rege, e al sembiante
      del suo fulgore il fa vedere ancora.
      Chi crederebbe giù nel mondo errante
      che Rifëo Troiano in questo tondo
      fosse la quinta de le luci sante?
      Ora conosce assai di quel che 'l mondo
      veder non può de la divina grazia,
      ben che sua vista non discerna il fondo».
      Quale allodetta che 'n aere si spazia
      prima cantando, e poi tace contenta
      de l'ultima dolcezza che la sazia,
      tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta
      de l'etterno piacere, al cui disio
      ciascuna cosa qual ell' è diventa.
      E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio
      lì quasi vetro a lo color ch'el veste,
      tempo aspettar tacendo non patio,
      ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
      mi pinse con la forza del suo peso:
      per ch'io di coruscar vidi gran feste.
      Poi appresso, con l'occhio più acceso,
      lo benedetto segno mi rispuose
      per non tenermi in ammirar sospeso:
      «Io veggio che tu credi queste cose
      perch' io le dico, ma non vedi come;
      sì che, se son credute, sono ascose.
      Fai come quei che la cosa per nome
      apprende ben, ma la sua quiditate
      veder non può se altri non la prome.
      Regnum celorum vïolenza pate
      da caldo amore e da viva speranza,
      che vince la divina volontate:
      non a guisa che l'omo a l'om sobranza,
      ma vince lei perché vuole esser vinta,
      e, vinta, vince con sua beninanza.
      La prima vita del ciglio e la quinta
      ti fa maravigliar, perché ne vedi
      la regïon de li angeli dipinta.
      D'i corpi suoi non uscir, come credi,
      Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
      quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.
      Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riede
      già mai a buon voler, tornò a l'ossa;
      e ciò di viva spene fu mercede:
      di viva spene, che mise la possa
      ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,
      sì che potesse sua voglia esser mossa.
      L'anima glorïosa onde si parla,
      tornata ne la carne, in che fu poco,
      credette in lui che potëa aiutarla;
      e credendo s'accese in tanto foco
      di vero amor, ch'a la morte seconda
      fu degna di venire a questo gioco.
      L'altra, per grazia che da sì profonda
      fontana stilla, che mai creatura
      non pinse l'occhio infino a la prima onda,
      tutto suo amor là giù pose a drittura:
      per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
      l'occhio a la nostra redenzion futura;
      ond' ei credette in quella, e non sofferse
      da indi il puzzo più del paganesmo;
      e riprendiene le genti perverse.
      Quelle tre donne li fur per battesmo
      che tu vedesti da la destra rota,
      dinanzi al battezzar più d'un millesmo.
      O predestinazion, quanto remota
      è la radice tua da quelli aspetti
      che la prima cagion non veggion tota!
      E voi, mortali, tenetevi stretti
      a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
      non conosciamo ancor tutti li eletti;
      ed ènne dolce così fatto scemo,
      perché il ben nostro in questo ben s'affina,
      che quel che vole Iddio, e noi volemo».
      Così da quella imagine divina,
      per farmi chiara la mia corta vista,
      data mi fu soave medicina.
      E come a buon cantor buon citarista
      fa seguitar lo guizzo de la corda,
      in che più di piacer lo canto acquista,
      sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricorda
      ch'io vidi le due luci benedette,
      pur come batter d'occhi si concorda,
      con le parole mover le fiammette.











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      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
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      Mensaje por Maria Lua Sáb 30 Mar 2024, 20:08

      CANTO VIGÉSIMO


      SEXTO CIELO O DE JÚPITER


      PRINCIPE S SABIO S Y JUSTO S
      CANTO DE LOS JUSTOS; PRINCIPES JUSTOS EN LA IMAGEN
      DEL ÁGUILA; P E Y SALVACIÓN ; ARCANOS DE LA
      DIVINA PREDESTINACIÓN
      Calla el Águila, y asi como se ilumina el cielo, cuando desciende el
      sol, con el resplandor de las estrellas en que brilla su luz. segfln
      se érela en tiempo del poeta, de tal manera nuevas voces se hacen
      sentir en su silencio. El águila vuelve a hablar y muestra las
      grandes almas antiguas que encierra en si, haciendo su elogio.
      Explica al poeta como algunas almas que él habla creído paganas, tenían su lugar en el cielo, por haber muerto en la fe de
      Cristo.


      Cuando el astro que al mundo todo alumbra,
      del hemisferio nuestro ya desciende,
      y se consume el día en su penumbra,
      el cielo, que antes, él tan sólo enciende,
      aparece alumbrado derrepente
      por muchas luces, en la que una esplende,
      este aspecto del sol vino a mi mente,
      cuando el signo del mundo y de sus Duces,
      quedó en silencio el pico reverente.
      ¿Por qué, todas aquellas vivas luces,
      más brillantes, estallan en un canto,
      que tú, memoria mía, no produces!
      ¡ Oh, dulce amor, de sonriente manto!
      ¡ cuál ardían tus chispas inmortales,
      que anima un solo pensamiento santo!
      Cuando las bellas gemas celestiales
      de que la sexta luz está incrustada,
      apagaron sus sones divinales,
      de un río de corriente despeñada,
      claro el rumor, me pareció que oía,
      indicando su fuente bien colmada.
      Si en cítara se forma la armonía
      por el mango, y así, como de fuera
      en la zampona el viento se la envía,
      tal, sin tardanza respondió a mi espera,
      el rumor, como en flauta perforada,
      que del cuello del águila subiera;
      dando el pico su voz articulada,
      en forma de palabra, que elocuente,
      en mi pecho escribí, do está guardada:
      ;«La parte que en mí ves, que en sol ardiente
      fija águila mortal,» así empezara,
      «importa que ahora mires fijamente.
      «De los fuegos que asoman en mi cara,
      y en ojo y testa como luz cintila,
      es de todas las luces la preclara,
      «La que luce en el medio por pupila,
      fué el cantor del Espíritu más santo,
      que el Arca en triunfo trasportó tranquila.
      «Ora el valor conoce de su canto,
      en cuanto su obra su intención refleja,
      cual fué remunerado en otro tanto.
      «De cinco, que son arco de mi ceja,
      la que al pico cercana es manifiesta,
      la viuda consoló, que el hijo deja.
      «Ora conoce, cuanto y cuanto cuesta
      al Cristo no seguir, con la experiencia
      de aquella dulce vida y de la opuesta.
      «El que sigue en igual circunferencia,
      que en mis ojos describe arco superno,
      su muerte retardó, con penitencia.
      «Ora sabe, que el juicio del Eterno,
      no se trasmuta, aunque el ferviente ruego
      postergue abajo su decreto eterno.
      «Conmigo y con las leyes, viene luego,
      quien con buena intención mal fruto ha dado,
      cuando al pastor dejando, se hizo griego.
      «Hoy conoce, que el mal que se ha imputado
      al bien que procuró, no le es nocivo,
      aunque por él el mundo esté arruinado.
      El que miras :del arco en el declivo,
      Guillermo fué, cuyo país le llora,
      y lloran Cario, y Federico vivo.
      «Hoy reconoce, como se enamora
      el cielo del buen rey, y su semblante
      tiñe con el fulgor que lo colora.
      «¿ Quién pensaría en vuestro mundo errante,
      que el troyano Eifeo, en lo redondo
      de mi ojo, quinta luz fuese brillante?
      «Ora conócele, que el mundo, en lo hondo
      pueda alcanzar de la divina gracia,
      bien que su vista aun no discierna el fondo.:
      Tal como alondra que su vuelo espacia,
      canta primero, y satisfecha cesa
      con el final gorjeo, que la sacia;
      me pareció la imagen ver impresa
      del eterno placer, que rectamente
      las cosas cuales son las endereza.
      Bien que fuese mi duda trasparente,
      cual un color el vidrio manifiesta,
      sin poder enfrenar labio impaciente,
      de mi boca salió: «¿Qué cosa es esta?»
      cual cediendo a la fuerza de aquel peso;
      y vi relampaguear, con luz de fiesta,
      aquel ojo, encendido en nuevo acceso;
      y respondióme el signo bendecido,
      un término poniendo a mi embeleso:
      «Veo que cuanto he dicho lo has creído,
      porque lo digo, sin saber consciente,
      y así, lo que tú crees, te está escondido.
      «Haces, como el que el nombre fácilmente
      de algo aprende, mas no su cualidad,
      si otro no se la explica sabiamente.
      «Regnum coelorum, fuerza a la piedad
      de ardiente amor y vivida esperanza,
      venciendo la divina voluntad;
      «no del hombre soberbio a semejanza:
      Véncela, 'porque así quiere ser vinta,
      y vinta vence en bienaventuranza.
      «Te asombra ver la luz primera y quinta
      en mi ceja, cual signo venerado,
      que en la región angélica se pinta.
      «No de paganos cuerpos han volado,
      sino cristianos, y de fe creyente,
      una al futuro, otra al de pies clavado.
      «Una, desde el infierno, cual viviente,
      tornó a sus huesos; nunca vista gracia,
      premio acordado a la esperanza ardiente.
      «Esperanza tan viva en su eficacia,
      que por Dios su plegaria fué atendida,
      moviéndole a piedad su pertinacia;
      «el ánima gloriosa, revertida
      á su carne, que poco la guardara,
      en El creyó, buscando su acogida;
      «y creyendo, tal fuego la inflamara
      de santo amor, que en su segunda vida
      mereció que en los cielos se gozara.
      «La otra, en gracia de linfa bendecida,
      que brota en fuente, que humanal criatura
      saber no puede donde fué nacida,
      «todo su amor dio a la justicia pura,
      y Dios, de gracia en gracia, así le abriera
      la vista a santa redención futura;
      «y al creer en ella, desde entonces fuera
      a su piedad, hediondo el paganismo,
      y el vicio reprobó justa y severa;
      «y fueron bautizadas asimismo,
      las tres que viste al canto de la rueda,
      más de mil años antes del bautismo.
      «¡ Oh predestinación! ¡ Cuan lejos queda
      tu raíz del que busca tu secreto,
      que la prima razón in totum, veda!
      «¡Y tú, débil mortal, sé circunspecto
      al juzgar, pues nosotros que á Dios vemos,
      no conocemos todo el ser electo!
      «Y este ignorar, por dulce lo tenemos,
      pues nuestro bien, con este bien se afina,
      y lo que quiere Dios, también queremos.»
      Y fué así como el águila divina,'
      aclaró con su luz mi corta vista,
      y me brindó la suave medicina
      Y como a buen cantor buen citarista
      bien acompaña con vibrante cuerda,
      en que mayor placer el canto aquista,
      así cuanto escuché, se me recuerda,
      que yo vi las dos luces benedictas,
      tal como el parpadeo se concuerda,
      mover con la palabra sus flamitas.



      578


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      Mensaje por Maria Lua Dom 31 Mar 2024, 13:05


      CANTO XXI


      [Canto XXI, nel quale si monta ne la stella di Saturno, che è il
      settimo pianeto; e qui comincia la settima parte, e come Pietro
      Dammiano solve alcune questioni.]


      Già eran li occhi miei rifissi al volto
      de la mia donna, e l'animo con essi,
      e da ogne altro intento s'era tolto.
      E quella non ridea; ma «S'io ridessi»,
      mi cominciò, «tu ti faresti quale
      fu Semelè quando di cener fessi:
      ché la bellezza mia, che per le scale
      de l'etterno palazzo più s'accende,
      com' hai veduto, quanto più si sale,
      se non si temperasse, tanto splende,
      che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,
      sarebbe fronda che trono scoscende.
      Noi sem levati al settimo splendore,
      che sotto 'l petto del Leone ardente
      raggia mo misto giù del suo valore.
      Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
      e fa di quelli specchi a la figura
      che 'n questo specchio ti sarà parvente».
      Qual savesse qual era la pastura
      del viso mio ne l'aspetto beato
      quand' io mi trasmutai ad altra cura,
      conoscerebbe quanto m'era a grato
      ubidire a la mia celeste scorta,
      contrapesando l'un con l'altro lato.
      Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,
      cerchiando il mondo, del suo caro duce
      sotto cui giacque ogne malizia morta,
      di color d'oro in che raggio traluce
      vid' io uno scaleo eretto in suso
      tanto, che nol seguiva la mia luce.
      Vidi anche per li gradi scender giuso
      tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
      che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
      E come, per lo natural costume,
      le pole insieme, al cominciar del giorno,
      si movono a scaldar le fredde piume;
      poi altre vanno via sanza ritorno,
      altre rivolgon sé onde son mosse,
      e altre roteando fan soggiorno;
      tal modo parve me che quivi fosse
      in quello sfavillar che 'nsieme venne,
      sì come in certo grado si percosse.
      E quel che presso più ci si ritenne,
      si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando:
      'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.
      Ma quella ond' io aspetto il come e 'l quando
      del dire e del tacer, si sta; ond' io,
      contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.
      Per ch'ella, che vedëa il tacer mio
      nel veder di colui che tutto vede,
      mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
      E io incominciai: «La mia mercede
      non mi fa degno de la tua risposta;
      ma per colei che 'l chieder mi concede,
      vita beata che ti stai nascosta
      dentro a la tua letizia, fammi nota
      la cagion che sì presso mi t'ha posta;
      e dì perché si tace in questa rota
      la dolce sinfonia di paradiso,
      che giù per l'altre suona sì divota».
      «Tu hai l'udir mortal sì come il viso»,
      rispuose a me; «onde qui non si canta
      per quel che Bëatrice non ha riso.
      Giù per li gradi de la scala santa
      discesi tanto sol per farti festa
      col dire e con la luce che mi ammanta;
      né più amor mi fece esser più presta,
      ché più e tanto amor quinci sù ferve,
      sì come il fiammeggiar ti manifesta.
      Ma l'alta carità, che ci fa serve
      pronte al consiglio che 'l mondo governa,
      sorteggia qui sì come tu osserve».
      «Io veggio ben», diss' io, «sacra lucerna,
      come libero amore in questa corte
      basta a seguir la provedenza etterna;
      ma questo è quel ch'a cerner mi par forte,
      perché predestinata fosti sola
      a questo officio tra le tue consorte».
      Né venni prima a l'ultima parola,
      che del suo mezzo fece il lume centro,
      girando sé come veloce mola;
      poi rispuose l'amor che v'era dentro:
      «Luce divina sopra me s'appunta,
      penetrando per questa in ch'io m'inventro,
      la cui virtù, col mio veder congiunta,
      mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio
      la somma essenza de la quale è munta.
      Quinci vien l'allegrezza ond' io fiammeggio;
      per ch'a la vista mia, quant' ella è chiara,
      la chiarità de la fiamma pareggio.
      Ma quell' alma nel ciel che più si schiara,
      quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso,
      a la dimanda tua non satisfara,
      però che sì s'innoltra ne lo abisso
      de l'etterno statuto quel che chiedi,
      che da ogne creata vista è scisso.
      E al mondo mortal, quando tu riedi,
      questo rapporta, sì che non presumma
      a tanto segno più mover li piedi.
      La mente, che qui luce, in terra fumma;
      onde riguarda come può là giùe
      quel che non pote perché 'l ciel l'assumma».
      Sì mi prescrisser le parole sue,
      ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi
      a dimandarla umilmente chi fue.
      «Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,
      e non molto distanti a la tua patria,
      tanto che ' troni assai suonan più bassi,
      e fanno un gibbo che si chiama Catria,
      di sotto al quale è consecrato un ermo,
      che suole esser disposto a sola latria».
      Così ricominciommi il terzo sermo;
      e poi, continüando, disse: «Quivi
      al servigio di Dio mi fe' sì fermo,
      che pur con cibi di liquor d'ulivi
      lievemente passava caldi e geli,
      contento ne' pensier contemplativi.
      Render solea quel chiostro a questi cieli
      fertilemente; e ora è fatto vano,
      sì che tosto convien che si riveli.
      In quel loco fu' io Pietro Damiano,
      e Pietro Peccator fu' ne la casa
      di Nostra Donna in sul lito adriano.
      Poca vita mortal m'era rimasa,
      quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
      che pur di male in peggio si travasa.
      Venne Cefàs e venne il gran vasello
      de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
      prendendo il cibo da qualunque ostello.
      Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
      li moderni pastori e chi li meni,
      tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
      Cuopron d'i manti loro i palafreni,
      sì che due bestie van sott' una pelle:
      oh pazïenza che tanto sostieni!».
      A questa voce vid' io più fiammelle
      di grado in grado scendere e girarsi,
      e ogne giro le facea più belle.
      Dintorno a questa vennero e fermarsi,
      e fero un grido di sì alto suono,
      che non potrebbe qui assomigliarsi;
      né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.







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      Mensaje por Maria Lua Lun 01 Abr 2024, 18:59

      CANTO VIGESMOPRIMERO


      SÉTIM O CIEL O O DE SATURN O


      ESPÍRITUS CONTEMPLATIVOS
      ASCENCIÓN AL SÉTIMO CIELO; LA ESCALA CELESTE
      PIEE DAMIANO ; CONTRA EL LUJO DE LOS PRELADOS
      Del cielo de Júpiter sube el poeta guiado por Beatriz al sétimo cielo
      de Saturno. Allí encuentra a los solitarios que se lian dado a la
      vida contemplativa. Ve una altísima escalera de oro, como la de
      Jacob, por la que suben y bajan llamas ardientes. Coloquio entre
      san Damián y el poeta, respondiendo el primero a algunas
      preguntas de segundo. Imprecación contra los malos sacerdotes.


      Volví a fijar mi vista en el semblante
      de mi Beatriz, y mi alma toda entera
      llenaba su atractivo dominante.
      No sonreía, y dijo: «Si sonriera,
      en cenizas tu ser convertiría,
      como a Semele incauta sucediera.
      «Por esta escala, la belleza mía,
      en el palacio eterno más esplende,
      como lo has visto cuanto más subía;
      «tanto, que a no templarla, más se enciende,
      y tu mortal potencia, a sus fulgores
      sei*ía rama, que centella prende. 12
      «A los sétimos y altos esplendores
      subimos, en junción del León ardiente,
      cuya virtud, abajo, templa ardores, 13
      «•pon el alma en tus ojos; que tu mente
      espejo sea al ver a la figura,
      que en ese espejo mirarás patente.» 18
      Quien supiese, cual era la pastura
      que daba a mi ojo, con su aspecto beato,
      al tener que admirar otra ventura, S1
      comprendería cuánto me era grato,
      al compensar aquel placer divino,
      obedecer del guía su mandato. ?4
      Dentro al globo, que gira, cristalino,
      con el nombre del padre venerando,
      que en la tierra mató germen maligno, »T
      de áureo color sus luces irradiando,
      una escalera vi, tan prolongada
      que íbase para mí en lo alto borrando. so
      Y miré descender de grada en grada
      tanto esplendor, como si aquella lumbre
      fuese la luz del cielo concentrada. 33
      Tal como las cornejas, por costumbre,
      al calentar sus alas ateridas,
      cuando del sol asoma las vislumbre, 38
      vuelan, en varia dirección movidas,
      juntas volviendo al sitio acostumbrado,
      y otras por los espacios van perdidas, 39
      del mismo modo el resplandor sagrado
      de aquellas luces, vino unidamente,
      hasta que se fijara en cierto grado.
      La más cercana a mí, tan reluciente
      se puso, que yo dije en mí, pensando:
      Bien veo el grande amor que por mí siente.
      Mas como, la que indica el cómo y cuándo,
      del hablar y callar, se estuvo quieta,
      venciendo mi deseo, no demando:
      Ella benigna, ve mi ansia secreta,
      en Aquel de que toda luz procede,
      y dijo: «Tu deseo ardiente aquieta.»
      Y comencé: «¡Bien sé que sólo puede
      mi pobre merecer, ser atendido
      por la que la pregunta me concede!
      «¡ Oh, espíritu que te hallas escondido
      en tu leticia! di ¿que simpatía
      tan cerca de mi lado te ha traído?
      «¿Y por qué calla aquí la sinfonía
      del concierto eternal del paraíso,
      que otras esferas llena de armonía?»
      «Es tu oído mortal, como tu viso.»
      Eepuso: «En esta esfera no se canta,
      por causa que en Beatriz apaga el riso.
      «Yo desde lo alto de la escala santa
      he descendido por hacerte fiesta,
      con esta luz celeste que me enmanta,
      «sin que más grande amor me haga más presta;
      que tanto y más amor en sí contiene,
      esa llama que a ti se manifiesta.
      «Mas la alta caridad, que nos retiene
      siervas del que los mundos ve y gobierna,
      en la suerte que observas nos mantiene.» 72
      «Bien veo,» dije yo, «sacra lucerna,
      de como el libre amor todo concierte
      obedeciendo a providencia eterna; JS
      «bien que en mi juicio a discernir no acierte,
      como vienes a mí predestinada
      entre las almas de tu propia suerte.» 7S
      Con mi última palabra pronunciada
      el foco de la luz giró en su centro,
      cual piedra de molino apresurada. sl
      Después dijo el amor que estaba dentro:
      «La luz divina sobre mí gravita,
      penetrando en la luz en que me encuentro; M
      «y su virtud que en mi visión palpita,
      me eleva tanto sobre mí, que veo
      la suma esencia, que mi acción concita. 87
      «De aquí proviene el gozo en que flameo,
      porque en mi vista, cuanto más aclara,
      mayor fulgor de caridad poseo. 9o
      «Pero del cielo el alma más preclara,
      el serafín que está junto a Dios mismo,
      a tu pregunta nada contestara. 93
      «La respuesta se oculta en el abismo
      del eterno estatuto, tan prf. "ando,
      que su fondo no alcanza el humanismo. ge
      «Y esto dirás al retornar al mundo,
      a fin que el ser humano no presuma
      mover su pie del cielo en lo más fundo. as
      «La mente, que aqtií es luz, abajo es bruma.
      ¿Qué extraño que el mortal sea impotente
      a comprender lo que es de esencia suma?»
      Ante esta prescripción tan imponente,
      prescindiendo de inútiles cuestiones,
      le pregunté quién era, humildemente.
      «Entre playas de Italia, dos peñones
      se levantan, no lejos de tu patria,
      do el trueno suena abajo sus crestones,
      «formando giba, que se llama Catria:
      consagrada, a su pie se halla una ermita,
      que del culto de Dios tan sólo es latría.»
      Así recomenzó la luz bendita,
      prosiguiendo después: «Con fervor vivo
      allí a Dios entregué mi alma contrita.
      «Mi alimento fué el jugo del olivo,
      feliz pasando del calor al hielo,
      entregado al placer contemplativo.
      «Abundante cosecha daba el cielo
      a ese lugar, que hoy es un yermo vano,
      y que en un tiempo fuera fértil suelo.
      «En aquel sitio, fui Pedro Damiano,
      y Redro Pecador, viví en la casa
      de la Virgen a orillas del Adriano.
      «Mi existencia mortal era ya escasa,
      cuando cubierto fui con el capelo,
      que hoy de malos a peores se traspasa.
      «Vienen. Cefas y el vaso del consuelo
      del Espíritu santo, y mendicantes,
      se hospedaron descalzos en el suelo,
      «Los modernos pastores, son paseantes,
      que por detrás precisan de sostenes,
      tan graves son sus carnes abundantes.
      «Con su manto, cubriendo palafrenes,
      bajo una piel, dos bestias van andando.
      ¡ Oh, paciencia que tanto te contienes!»
      A esta voz, muchas flámulas, girando,
      bajar de grada en grada, vi animarse,
      en cada nuevo giro, más brillando,
      y en torno de aquella ánima agruparse,
      lanzando un grito de fragor tan lleno,
      que no puede con nada compararse,
      y que me anonadó cual sordo trueno.


      584


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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Mar 02 Abr 2024, 18:14

      CANTO XXII


      [Canto XXII, nel quale si tratta di quelli medesimi che nel
      precedente capitolo, qui sotto il titolo di Santo Maccario e di
      Santo Romoaldo; e infine dispitta il mondo e la sua picciolezza e
      le cose mondane, ripetendo e mostrando tutti li pianeti per li
      quali è intrato; ed entra con Beatrice nel segno d'i Gemini; e qui
      prende l'ottava parte di questa terza cantica.]



      Oppresso di stupore, a la mia guida
      mi volsi, come parvol che ricorre
      sempre colà dove più si confida;
      e quella, come madre che soccorre
      sùbito al figlio palido e anelo
      con la sua voce, che 'l suol ben disporre,
      mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo?
      e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,
      e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
      Come t'avrebbe trasmutato il canto,
      e io ridendo, mo pensar lo puoi,
      poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;
      nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,
      già ti sarebbe nota la vendetta
      che tu vedrai innanzi che tu muoi.
      La spada di qua sù non taglia in fretta
      né tardo, ma' ch'al parer di colui
      che disïando o temendo l'aspetta.
      Ma rivolgiti omai inverso altrui;
      ch'assai illustri spiriti vedrai,
      se com' io dico l'aspetto redui».
      Come a lei piacque, li occhi ritornai,
      e vidi cento sperule che 'nsieme
      più s'abbellivan con mutüi rai.
      Io stava come quei che 'n sé repreme
      la punta del disio, e non s'attenta
      di domandar, sì del troppo si teme;
      e la maggiore e la più luculenta
      di quelle margherite innanzi fessi,
      per far di sé la mia voglia contenta.
      Poi dentro a lei udi': «Se tu vedessi
      com' io la carità che tra noi arde,
      li tuoi concetti sarebbero espressi.
      Ma perché tu, aspettando, non tarde
      a l'alto fine, io ti farò risposta
      pur al pensier, da che sì ti riguarde.
      Quel monte a cui Cassino è ne la costa
      fu frequentato già in su la cima
      da la gente ingannata e mal disposta;
      e quel son io che sù vi portai prima
      lo nome di colui che 'n terra addusse
      la verità che tanto ci soblima;
      e tanta grazia sopra me relusse,
      ch'io ritrassi le ville circunstanti
      da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.
      Questi altri fuochi tutti contemplanti
      uomini fuoro, accesi di quel caldo
      che fa nascere i fiori e ' frutti santi.
      Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
      qui son li frati miei che dentro ai chiostri
      fermar li piedi e tennero il cor saldo».
      E io a lui: «L'affetto che dimostri
      meco parlando, e la buona sembianza
      ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
      così m'ha dilatata mia fidanza,
      come 'l sol fa la rosa quando aperta
      tanto divien quant' ell' ha di possanza.
      Però ti priego, e tu, padre, m'accerta
      s'io posso prender tanta grazia, ch'io
      ti veggia con imagine scoverta».
      Ond' elli: «Frate, il tuo alto disio
      s'adempierà in su l'ultima spera,
      ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.
      Ivi è perfetta, matura e intera
      ciascuna disïanza; in quella sola
      è ogne parte là ove sempr' era,
      perché non è in loco e non s'impola;
      e nostra scala infino ad essa varca,
      onde così dal viso ti s'invola.
      Infin là sù la vide il patriarca
      Iacobbe porger la superna parte,
      quando li apparve d'angeli sì carca.
      Ma, per salirla, mo nessun diparte
      da terra i piedi, e la regola mia
      rimasa è per danno de le carte.
      Le mura che solieno esser badia
      fatte sono spelonche, e le cocolle
      sacca son piene di farina ria.
      Ma grave usura tanto non si tolle
      contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
      che fa il cor de' monaci sì folle;
      ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
      è de la gente che per Dio dimanda;
      non di parenti né d'altro più brutto.
      La carne d'i mortali è tanto blanda,
      che giù non basta buon cominciamento
      dal nascer de la quercia al far la ghianda.
      Pier cominciò sanz' oro e sanz' argento,
      e io con orazione e con digiuno,
      e Francesco umilmente il suo convento;
      e se guardi 'l principio di ciascuno,
      poscia riguardi là dov' è trascorso,
      tu vederai del bianco fatto bruno.
      Veramente Iordan vòlto retrorso
      più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
      mirabile a veder che qui 'l soccorso».
      Così mi disse, e indi si raccolse
      al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
      poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.
      La dolce donna dietro a lor mi pinse
      con un sol cenno su per quella scala,
      sì sua virtù la mia natura vinse;
      né mai qua giù dove si monta e cala
      naturalmente, fu sì ratto moto
      ch'agguagliar si potesse a la mia ala.
      S'io torni mai, lettore, a quel divoto
      trïunfo per lo quale io piango spesso
      le mie peccata e 'l petto mi percuoto,
      tu non avresti in tanto tratto e messo
      nel foco il dito, in quant' io vidi 'l segno
      che segue il Tauro e fui dentro da esso.
      O glorïose stelle, o lume pregno
      di gran virtù, dal quale io riconosco
      tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
      con voi nasceva e s'ascondeva vosco
      quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,
      quand' io senti' di prima l'aere tosco;
      e poi, quando mi fu grazia largita
      d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
      la vostra regïon mi fu sortita.
      A voi divotamente ora sospira
      l'anima mia, per acquistar virtute
      al passo forte che a sé la tira.
      «Tu se' sì presso a l'ultima salute»,
      cominciò Bëatrice, «che tu dei
      aver le luci tue chiare e acute;
      e però, prima che tu più t'inlei,
      rimira in giù, e vedi quanto mondo
      sotto li piedi già esser ti fei;
      sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo
      s'appresenti a la turba trïunfante
      che lieta vien per questo etera tondo».
      Col viso ritornai per tutte quante
      le sette spere, e vidi questo globo
      tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;
      e quel consiglio per migliore approbo
      che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
      chiamar si puote veramente probo.
      Vidi la figlia di Latona incensa
      sanza quell' ombra che mi fu cagione
      per che già la credetti rara e densa.
      L'aspetto del tuo nato, Iperïone,
      quivi sostenni, e vidi com' si move
      circa e vicino a lui Maia e Dïone.
      Quindi m'apparve il temperar di Giove
      tra 'l padre e 'l figlio; e quindi mi fu chiaro
      il varïar che fanno di lor dove;
      e tutti e sette mi si dimostraro
      quanto son grandi e quanto son veloci
      e come sono in distante riparo.
      L'aiuola che ci fa tanto feroci,
      volgendom' io con li etterni Gemelli,
      tutta m'apparve da' colli a le foci;
      poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.







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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Jue 04 Abr 2024, 07:46

      CANTO VIGESMOSEGUNDO


      SÉTIM O CIEL O O DE SATURN O


      ESPÍRITUS CONTEMPLATIVOS
      SAN BENEDICTO ; CORRUPCIÓN DE LOS MONASTERIOS
      OCTAVO CIELO O ESTELAR
      ESPÍRITU S TRIUNFANTE S
      EL SIGNO DE LOS GEMELOS; MIRADA A LOS PLANETAS
      Y LA TIERRA


      San Benito se presenta al poeta, en el cielo de Saturno y le designa
      algunos de sus compañeros, dados como él a la vida contemplativa. Le dice que su orden es a la sazón letra) muerta, entre
      sacerdotes avaros y desgenerados. Ascención del poeta a la octava esfera de las estrellas fijas. Beatriz y el poeta penetran en
      la constelación de Géminis. bajo la cual naciera el Dante. El
      poeta contempla desde aquella altura el camino recorrido, los planetas que giran, y al mundo con sonrisa; de menosprecio.


      Opreso de estupor miré a mi guía,
      como el niño en sus cuitas, cuando corre
      a buscar el amparo en que confía; a
      y aquélla, como madre que socorre
      al hijo desolado, eon anhelo,
      y tierna voz que a la desgracia acorre, 6
      me dijo: «¿Qué?: No ves que este es el cielo,
      y que en el cielo cuanto existe es santo,
      y lo que se hace es por devoto celo? 9
      «¡ Cuánto te habría conturbado el canto,
      con mi sonrisa, juzgará tu oído,
      cundo ese grito te conmueve tanto!
      «Si en él su ruego hubieras entendido,
      tú sabrías el voto de venganza,
      que antes de tú morir, verás cumplido.
      «La alta espada, no hiere con tardanza,
      ni presteza, cual piensa el que la espera,
      con deseos o trémula esperanza.
      «Mas vuélvete a mirar otra lumbrera,
      verás muchos espíritus famosos,
      si cual digo, tu vista considera.»
      La obedecí con ojos anhelosos,
      y cien esferas vi, que mutuamente,
      se hermoseaban con rayos luminosos.
      Y como aquel que en sus deseos siente
      clavado el aguijón, y que trepida,
      entre callar y hablar osadamente,
      estaba yo, cuando la más lticida
      de aquellas perlas, hacia mí se vino,
      de colmar mis deseos complacida.
      Y dentro oí: «Si vieses, cual yo atino,
      la caridad que entre nosotros arde,
      tus ideas hallaran su camino.
      «Y a fin de que la espera no retarde
      tu alto fin, voy a darte la respuesta,
      ya que tu pensamiento se resguarde:
      «El monte, que a Cassin tiene en su cuesta,
      en los antiguos tiempos, tuvo encima,
      idolátrica gente mal dispuesta.
      «Yo fui el primero que llevé a su cima,
      la palabra de Aquel que trajo al mundo
      la sagrada Verdad, que nos sublima;
      «y su germen en mí fué tan fecundo,
      que retraje a los pueblos circundantes
      del culto impío que sedujo al mundo.
      «Esas otras lumbreras, contemplantes,
      varones fueron, en que ardor primario
      cría flores y frutos consagrantes.
      «Aquí ves a Romualdo, aquí a Macario;
      y a mis hermanos, que en las obras nuestras,
      almas y cuerpos dieron al santuario.»
      «El afecto,» repuse, «que demuestras
      al hablarme, y la plácida semblanza,
      cuya bondad veo en las luces vuestras,
      «han dilatado tanto mi confianza,
      como el sol a la rosa, cuando abierta
      se expande cuanto en sí. su fuerza alcanza;
      «y así, te pido ¡oh, padre! que revierta
      tu luz su gracia, y que me digas pío,
      si puedo ver tu imagen descubierta.»
      Y él: «Colmados, hermano, a tu albedrío
      tus deseos serán en la alta esfera,
      donde se exauden los demás, y el mío.
      «En su perfecta madurez, se entera
      cada esperanza; y sólo allí inmutable
      todo gravita donde siempre fuera,
      «que entre polos no está, ni es eonfinable;
      y nuestra escala hasta su-altura abarca
      lo que a tu vista penetrar no es dable:
      «hasta la grada que su altura marca,
      cuando cargada de ángeles se viera,
      sólo la vio Jacob, el gran patriarca.
      «Mas hoy, para subir esta escalera
      nadie el pie mueve en tierra, y la Orden mía
      vive abajo, en las Cartas que vulnera.
      «El muro que los claustros circuía,
      hoy es caverna, y son los capuchones
      sacos llenos de harina de avería.
      «Mas la usura, no tantas maldiciones
      de Dios merece, cuanto el torpe fruto
      que trastorna del fraile las pasiones.
      «De la iglesia la ofrenda, es el tributo
      debido a pobre grey, que pan demanda,
      no a parientes, ni empleo disoluto,
      «es la carne mortal por sí tan blanda,
      que allá, no basta buen comenzamiento,
      pues al nacer la encina no da glanda.
      «Pedro empezó sin oro y sin argento;
      y yo, con oraciones, con ayuno;
      y Francisco fué humilde en su convento.
      «Si ora ves el principio de cada uno,
      en su regla, verás que en su carrera,
      lo que era blanco convirtióse en bruno.
      «Dios, en verdad, mayor milagro hiciera,
      al torcer el Jordán y el mar secando,
      que el socorro que aquí prestar pudiera.»
      Así la luz me dijo, retornando
      al colegio de luces, que reunido,
      se alzó a los cielos cual turbión, volando.
      Y de mi dulce guía, en pos traído,
      a una señal, me hizo subir la escala,
      por su virtud mi natural vencido.
      Ni el subir y bajar en tierra iguala
      a mi ascención en vuelo acelerado,
      como si el aire me llevara en su ala.
      Así pueda, ¡ oh, lector! al triunfo ansiado,
      tornar, cual pido en mi continuo ruego
      en contrición llorando mi pecado,
      como es verdad,—que cual tu dedo al fuego
      pronto acercas y esquivas,—dentro al signo
      que sigue a Tauro me encontré yo luego.
      Astros gloriosos que el poder divino
      impregnó de virtud, yo reconozco
      que mi ingenio cual sea está en tu signo.
      Con vosotros nació, celóse vosco,
      el padre universal de toda vida,
      cuando sentí al nacer el aire Tosco.
      Después, por alta gracia concedida
      en la alta esfera que girando os lleva,
      vuestra región me lleva en la subida.
      Mi alma a vosotros con amor se eleva,
      por el premio alcanzar de la virtud,
      en este trance de difícil prueba.
      «Próximo estás de la final salud:»
      clamó Beatriz, «y debe tu mirada
      ver claro con intensa plenitud.
      «Antes de ir a región más encumbrada,
      mira hacia abajo, y mira cuanto mundo
      dejé a tus pies, en rápida jornada,
      «para que ofrezcas corazón jocundo
      a las legiones de almas, que triunfantes
      ledas vienen, del cielo en lo rotundo.»
      Yo, por las siete esferas circundantes,
      giré la vista, y vi este globo oscuro,
      y sonreí ante su vil semblante.
      Y así este juicio tengo por seguro,
      que a quien menos lo estima, y en más piensa
      puede llamarse ciertamente puro.
      La hija vi de Latona en luz intensa,
      sin sombra, que de lejos entrevista,
      antes creí, que fuese rara y densa.
      Y de tu hijo el fulgor, sufrió mi vista,
      i Oh, Hiperión! y moviéndose en su esfera
      a Venus y a Mercurio mi ojo avista,
      Y aparecióme Jove, que atempera
      a su padre y a su hijo, claro viendo,
      la variación que marea su carrera.
      Y los siete planetas vi luciendo,
      veloces son y grandes, y en el cielo,
      con sus distancias su girar midiendo.
      En los Gemelos, con su eterno vuelo,
      vi la pequeña Tierra, que entre enojos
      miran los hombres, y miré su suelo,
      y alcé mis ojos a los bellos ojos.




      590


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      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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      Mensaje por Maria Lua Vie 05 Abr 2024, 09:56

      CANTO XXIII



      [Canto XXIII, dove si tratta come l'auttore vide la Beata Virgine
      Maria e li abitatori de la celestiale corte, de la quale
      mirabilemente favella in questo canto; e qui si prende la nona
      parte di questa terza cantica.]


      Come l'augello, intra l'amate fronde,
      posato al nido de' suoi dolci nati
      la notte che le cose ci nasconde,
      che, per veder li aspetti disïati
      e per trovar lo cibo onde li pasca,
      in che gravi labor li sono aggrati,
      previene il tempo in su aperta frasca,
      e con ardente affetto il sole aspetta,
      fiso guardando pur che l'alba nasca;
      così la donna mïa stava eretta
      e attenta, rivolta inver' la plaga
      sotto la quale il sol mostra men fretta:
      sì che, veggendola io sospesa e vaga,
      fecimi qual è quei che disïando
      altro vorria, e sperando s'appaga.
      Ma poco fu tra uno e altro quando,
      del mio attender, dico, e del vedere
      lo ciel venir più e più rischiarando;
      e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
      del trïunfo di Cristo e tutto 'l frutto
      ricolto del girar di queste spere!».
      Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,
      e li occhi avea di letizia sì pieni,
      che passarmen convien sanza costrutto.
      Quale ne' plenilunïi sereni
      Trivïa ride tra le ninfe etterne
      che dipingon lo ciel per tutti i seni,
      vid' i' sopra migliaia di lucerne
      un sol che tutte quante l'accendea,
      come fa 'l nostro le viste superne;
      e per la viva luce trasparea
      la lucente sustanza tanto chiara
      nel viso mio, che non la sostenea.
      Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
      Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
      è virtù da cui nulla si ripara.
      Quivi è la sapïenza e la possanza
      ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra,
      onde fu già sì lunga disïanza».
      Come foco di nube si diserra
      per dilatarsi sì che non vi cape,
      e fuor di sua natura in giù s'atterra,
      la mente mia così, tra quelle dape
      fatta più grande, di sé stessa uscìo,
      e che si fesse rimembrar non sape.
      «Apri li occhi e riguarda qual son io;
      tu hai vedute cose, che possente
      se' fatto a sostener lo riso mio».
      Io era come quei che si risente
      di visïone oblita e che s'ingegna
      indarno di ridurlasi a la mente,
      quand' io udi' questa proferta, degna
      di tanto grato, che mai non si stingue
      del libro che 'l preterito rassegna.
      Se mo sonasser tutte quelle lingue
      che Polimnïa con le suore fero
      del latte lor dolcissimo più pingue,
      per aiutarmi, al millesmo del vero
      non si verria, cantando il santo riso
      e quanto il santo aspetto facea mero;
      e così, figurando il paradiso,
      convien saltar lo sacrato poema,
      come chi trova suo cammin riciso.
      Ma chi pensasse il ponderoso tema
      e l'omero mortal che se ne carca,
      nol biasmerebbe se sott' esso trema:
      non è pareggio da picciola barca
      quel che fendendo va l'ardita prora,
      né da nocchier ch'a sé medesmo parca.
      «Perché la faccia mia sì t'innamora,
      che tu non ti rivolgi al bel giardino
      che sotto i raggi di Cristo s'infiora?
      Quivi è la rosa in che 'l verbo divino
      carne si fece; quivi son li gigli
      al cui odor si prese il buon cammino».
      Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli
      tutto era pronto, ancora mi rendei
      a la battaglia de' debili cigli.
      Come a raggio di sol, che puro mei
      per fratta nube, già prato di fiori
      vider, coverti d'ombra, li occhi miei;
      vid' io così più turbe di splendori,
      folgorate di sù da raggi ardenti,
      sanza veder principio di folgóri.
      O benigna vertù che sì li 'mprenti,
      sù t'essaltasti, per largirmi loco
      a li occhi lì che non t'eran possenti.
      Il nome del bel fior ch'io sempre invoco
      e mane e sera, tutto mi ristrinse
      l'animo ad avvisar lo maggior foco;
      e come ambo le luci mi dipinse
      il quale e il quanto de la viva stella
      che là sù vince come qua giù vinse,
      per entro il cielo scese una facella,
      formata in cerchio a guisa di corona,
      e cinsela e girossi intorno ad ella.
      Qualunque melodia più dolce suona
      qua giù e più a sé l'anima tira,
      parrebbe nube che squarciata tona,
      comparata al sonar di quella lira
      onde si coronava il bel zaffiro
      del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.
      «Io sono amore angelico, che giro
      l'alta letizia che spira del ventre
      che fu albergo del nostro disiro;
      e girerommi, donna del ciel, mentre
      che seguirai tuo figlio, e farai dia
      più la spera supprema perché lì entre».
      Così la circulata melodia
      si sigillava, e tutti li altri lumi
      facean sonare il nome di Maria.
      Lo real manto di tutti i volumi
      del mondo, che più ferve e più s'avviva
      ne l'alito di Dio e nei costumi,
      avea sopra di noi l'interna riva
      tanto distante, che la sua parvenza,
      là dov' io era, ancor non appariva:
      però non ebber li occhi miei potenza
      di seguitar la coronata fiamma
      che si levò appresso sua semenza.
      E come fantolin che 'nver' la mamma
      tende le braccia, poi che 'l latte prese,
      per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;
      ciascun di quei candori in sù si stese
      con la sua cima, sì che l'alto affetto
      ch'elli avieno a Maria mi fu palese.
      Indi rimaser lì nel mio cospetto,
      'Regina celi' cantando sì dolce,
      che mai da me non si partì 'l diletto.
      Oh quanta è l'ubertà che si soffolce
      in quelle arche ricchissime che fuoro
      a seminar qua giù buone bobolce!
      Quivi si vive e gode del tesoro
      che s'acquistò piangendo ne lo essilio
      di Babillòn, ove si lasciò l'oro.
      Quivi trïunfa, sotto l'alto Filio
      di Dio e di Maria, di sua vittoria,
      e con l'antico e col novo concilio,
      colui che tien le chiavi di tal gloria.





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      Mensaje por Maria Lua Dom 07 Abr 2024, 13:20


      CANTO VIGESIMOTERCERO


      OCTAVO CIELO O ESTELAR


      ESPÍRITU S TRIUNFANTE S
      TRIUNFO DE CRISTO Y CORONACIÓN DE MARÍA
      Alborada celestial. Aparición triunfal de Jesucristo, acompañado de
      la virgen Marta en medio de la) corte celestial. La luz del hijo
      de Dios quita la vista a l poeta, pero a l ascender al empíreo puede
      contemplar claramente las maravillas del paraíso. El arcángel
      en forma de llama, baja a coronar a la virgen, la que se eleva
      gloriosa arriba de todos los santos.


      Cual ave dentro de la amada fronda,
      el nido abriga de su prole amada,
      cuando la noche toda cosa esconda,
      y por gozar su vista, tan deseada,
      y procurarles luego la pastura,
      •—dtiro trabajo que a su instinto agrada,—
      en lo alto de una rama, el tiempo apura,
      y, con ardiente afecto aguarda el día,
      que anunciará del alba la blancura;
      erguida así, mi encantadora guía,
      miraba hacia aquel punto de la esfera
      donde aparenta el sol marcha tardía. 12
      Viendo que pensativa se estuviera,
      me hallé cual quien desea vacilando,
      y sus ansias aquieta con la espera. 19
      Pero sentóme más tranquilo, cuando
      entre la espera, digo, y lo previsto,
      vi que el cielo venía ya aclarando, 18
      y ella me dijo: «Mira aquí de Cristo
      la falanje triunfal, que ha cosechado
      el fruto que en los orbes tiene aqtiisto.» 21
      ¡Me pareció su rostro iluminado,
      los dulces ojos de leticia llenos,
      de un modo tal, que no es para expresado! 2t
      Como en los plenilunios más serenos
      Diana ríe entre ninfas sempiternas,
      que dan color a los celestes senos, 2n
      yo vi sobre millares de lucernas,
      un sol, que a todas ellas encendía,
      como el nuestro a las lámparas supernas. 30
      Y por la viva luz trasparecía
      la divina substancia en luz tan clara,
      que afrontarla mi vista no podía. 33
      ¡ Oh, Beatriz! ¡ Oh, mi dulce guía cara!
      dijiste: «Lo que vence tu potencia,
      es virtud de quien nadie se repara. se
      «Allí está la potencia y la sapiencia,
      que abre camino a l cielo, de la tierra,
      que de las almas fué larga apetencia.» 39
      Tal como fuego que la nube encierra,
      al dilatarse porque allí no cabe,
      contra su propia ley, baja y aterra,
      mi mente así, con nutrición tan suave,
      se dilató con impetuoso brío,
      que mi recuerdo, retrazar no sabe.
      «Abre tus ojos: mírame cual río:
      lo que han mirado te hace tan potente,
      que puedes ver hasta el aspecto mío.»
      Yo estaba como aquel que se resiente
      de olvidada visión, y que procura
      en vano renovar dentro la mente,
      cuando escuché tal nuncio de ventura,
      que en el libro del pecho consignara
      como imborrable letra que perdura.
      ¡ Si Polimnia y su coro me ayudara
      con las lenguas de múltiple armonía,
      que alimenta su leche dulce y cara,
      ni cantar un milésimo podría
      de la sonrisa de esplendor divino,
      que su celeste aspecto embellecía!
      Por eso, el paraíso que adivino,
      debe saltar el místico poema,
      como quien halla roto su camino;
      y quien estime el ponderoso tema,
      que una espalda mortal dobla y enarca,
      no ha de increparle, porque débil trema.
      No es travesía para frágil barca
      el mar que surca la atrevida prora,
      ni de nauclero de fatiga parca.
      «¿Por qué, tanto mi rostro te enamora,
      que no ves el jardín, que peregrino,
      bajo los rayos de Jesiis se enflora! 72
      «La rosa que encarnó Acerbo divino
      aquí está, con los lirios perfumados,
      cuyo perfume indica el buen camino.» 75
      Dijo Beatriz, y pronto a sus dictados,
      mi flaqueza otra vez vencer procuro,
      levantando mis párpados cansados. 78
      Como en rayo de sol, que hiende puro
      rota nube, se ven las bellas flores
      de un prado, antes envuelto en aire oscuro, 81
      así vi multitudes de esplendores
      alumbrados de lo alto, fulgurantes,
      sin el principio ver de sus fulgores. e4
      ¡ Oh, virtud! ¡ que tus rayos emanantes,
      alzaste pía, dilatando un poco,
      el campo de mis ojos vacilantes! 87
      El nombre de la flor que siempre invoco,
      mañana y noche, en mi ánimo el anhelo
      concentró, de admirar el grande foco, a0
      y cuando con mis ojos, vi sin velo,
      el cual y el cuanto de la viva estrella,
      que al mundo vence y que venera el cielo, 9»
      bajó dentro del cielo una centella,
      formando eerco a guisa de corona,
      y la ciñó, girando en torno de ella. sa
      La melodía que más dulce entona
      la voz humana, y más el alma tira,
      sería nube, cuando rota atrona, 99
      comparada al sonar de aquella lira,
      que coronaba el límpido zafiro
      con que el cielo más claro se enzafira.
      «Soy el amor angélico, que giro
      en el goce, que espira el vientre santo,
      que albergue fué de universal suspiro.
      «Y giraré, reina del cielo, en tanto
      sigas a tu hijo, y se ilumine el día
      de la. suprema esfera con tu encanto.»
      Así la circulante melodía
      cantaba, y las lumbreras en su canto
      ensalzaban el nombre de MARÍA.
      Aquel orbe, de mundos regio manto,
      en que la llama del amor se aviva
      de Dios potente al soplo sacrosanto,
      tan lejos se halla de terrestre riba,
      en límite sin fin, que.su apariencia,
      de lo infinito estaba más arriba;
      pues no tenía mi ojo la potencia
      para seguir la coronada llama,
      que levantóse a su alta descendencia.
      Y como niño, que después que mama
      los tiernos brazos a la madre tiende,
      al dulce impulso que su seno inflama,
      así, cada fulgor su luz extiende
      hacia la cima, y el sublime afecto,
      que tienen por María mi alma entiende;
      y luego en mi presencia, ante su aspecto,
      cantan Regina coeli, dulcemente,
      con voces que al pensarlo me delecto.
      ¡ Oh, cuánta es la abundancia proficiente
      de aquellas arcas, ricas por su aforo,
      que al mundo dieron tan feraz simiente!
      allí se vive y goza del tesoro,
      con lágrimas ganado en el exilio,
      de Babilonia, despreciando el 01*0;
      y del hijo de Dios con el auxilio,
      y de María triunfa en su victoria,
      con él Antiguo y Nuevo gran concilio,
      el que tiene las llaves de tal gloria.






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      Mensaje por Maria Lua Mar 09 Abr 2024, 09:22

      CANTO XXIV



      [Canto XXIV, dove si tratta de la nona e ultima parte di questa
      ultima cantica; ne la quale san Pietro Appostolo a priego di
      Beatrice essamina l'auttore sopra la fede cattolica.]



      «O sodalizio eletto a la gran cena
      del benedetto Agnello, il qual vi ciba
      sì, che la vostra voglia è sempre piena,
      se per grazia di Dio questi preliba
      di quel che cade de la vostra mensa,
      prima che morte tempo li prescriba,
      ponete mente a l'affezione immensa
      e roratelo alquanto: voi bevete
      sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa».
      Così Beatrice; e quelle anime liete
      si fero spere sopra fissi poli,
      fiammando, volte, a guisa di comete.
      E come cerchi in tempra d'orïuoli
      si giran sì, che 'l primo a chi pon mente
      quïeto pare, e l'ultimo che voli;
      così quelle carole, differentemente
      danzando, de la sua ricchezza
      mi facieno stimar, veloci e lente.
      Di quella ch'io notai di più carezza
      vid' ïo uscire un foco sì felice,
      che nullo vi lasciò di più chiarezza;
      e tre fïate intorno di Beatrice
      si volse con un canto tanto divo,
      che la mia fantasia nol mi ridice.
      Però salta la penna e non lo scrivo:
      ché l'imagine nostra a cotai pieghe,
      non che 'l parlare, è troppo color vivo.
      «O santa suora mia che sì ne prieghe
      divota, per lo tuo ardente affetto
      da quella bella spera mi disleghe».
      Poscia fermato, il foco benedetto
      a la mia donna dirizzò lo spiro,
      che favellò così com' i' ho detto.
      Ed ella: «O luce etterna del gran viro
      a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
      ch'ei portò giù, di questo gaudio miro,
      tenta costui di punti lievi e gravi,
      come ti piace, intorno de la fede,
      per la qual tu su per lo mare andavi.
      S'elli ama bene e bene spera e crede,
      non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi
      dov' ogne cosa dipinta si vede;
      ma perché questo regno ha fatto civi
      per la verace fede, a glorïarla,
      di lei parlare è ben ch'a lui arrivi».
      Sì come il baccialier s'arma e non parla
      fin che 'l maestro la question propone,
      per approvarla, non per terminarla,
      così m'armava io d'ogne ragione
      mentre ch'ella dicea, per esser presto
      a tal querente e a tal professione.
      «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
      fede che è?». Ond' io levai la fronte
      in quella luce onde spirava questo;
      poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
      sembianze femmi perch' ïo spandessi
      l'acqua di fuor del mio interno fonte.
      «La Grazia che mi dà ch'io mi confessi»,
      comincia' io, «da l'alto primipilo,
      faccia li miei concetti bene espressi».
      E seguitai: «Come 'l verace stilo
      ne scrisse, padre, del tuo caro frate
      che mise teco Roma nel buon filo,
      fede è sustanza di cose sperate
      e argomento de le non parventi;
      e questa pare a me sua quiditate».
      Allora udi': «Dirittamente senti,
      se bene intendi perché la ripuose
      tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
      E io appresso: «Le profonde cose
      che mi largiscon qui la lor parvenza,
      a li occhi di là giù son sì ascose,
      che l'esser loro v'è in sola credenza,
      sopra la qual si fonda l'alta spene;
      e però di sustanza prende intenza.
      E da questa credenza ci convene
      silogizzar, sanz' avere altra vista:
      però intenza d'argomento tene».
      Allora udi': «Se quantunque s'acquista
      giù per dottrina, fosse così 'nteso,
      non lì avria loco ingegno di sofista».
      Così spirò di quello amore acceso;
      indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
      d'esta moneta già la lega e 'l peso;
      ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa».
      Ond' io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
      che nel suo conio nulla mi s'inforsa».
      Appresso uscì de la luce profonda
      che lì splendeva: «Questa cara gioia
      sopra la quale ogne virtù si fonda,
      onde ti venne?». E io: «La larga ploia
      de lo Spirito Santo, ch'è diffusa
      in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,
      è silogismo che la m'ha conchiusa
      acutamente sì, che 'nverso d'ella
      ogne dimostrazion mi pare ottusa».
      Io udi' poi: «L'antica e la novella
      proposizion che così ti conchiude,
      perché l'hai tu per divina favella?».
      E io: «La prova che 'l ver mi dischiude,
      son l'opere seguite, a che natura
      non scalda ferro mai né batte incude».
      Risposto fummi: «Dì, chi t'assicura
      che quell' opere fosser? Quel medesmo
      che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
      «Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo»,
      diss' io, «sanza miracoli, quest' uno
      è tal, che li altri non sono il centesmo:
      ché tu intrasti povero e digiuno
      in campo, a seminar la buona pianta
      che fu già vite e ora è fatta pruno».
      Finito questo, l'alta corte santa
      risonò per le spere un 'Dio laudamo'
      ne la melode che là sù si canta.
      E quel baron che sì di ramo in ramo,
      essaminando, già tratto m'avea,
      che a l'ultime fronde appressavamo,
      ricominciò: «La Grazia, che donnea
      con la tua mente, la bocca t'aperse
      infino a qui come aprir si dovea,
      sì ch'io approvo ciò che fuori emerse;
      ma or convien espremer quel che credi,
      e onde a la credenza tua s'offerse».
      «O santo padre, e spirito che vedi
      ciò che credesti sì, che tu vincesti
      ver' lo sepulcro più giovani piedi»,
      comincia' io, «tu vuo' ch'io manifesti
      la forma qui del pronto creder mio,
      e anche la cagion di lui chiedesti.
      E io rispondo: Io credo in uno Dio
      solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
      non moto, con amore e con disio;
      e a tal creder non ho io pur prove
      fisice e metafisice, ma dalmi
      anche la verità che quinci piove
      per Moïsè, per profeti e per salmi,
      per l'Evangelio e per voi che scriveste
      poi che l'ardente Spirto vi fé almi;
      e credo in tre persone etterne, e queste
      credo una essenza sì una e sì trina,
      che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.
      De la profonda condizion divina
      ch'io tocco mo, la mente mi sigilla
      più volte l'evangelica dottrina.
      Quest' è 'l principio, quest' è la favilla
      che si dilata in fiamma poi vivace,
      e come stella in cielo in me scintilla».
      Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,
      da indi abbraccia il servo, gratulando
      per la novella, tosto ch'el si tace;
      così, benedicendomi cantando,
      tre volte cinse me, sì com' io tacqui,
      l'appostolico lume al cui comando
      io avea detto: sì nel dir li piacqui!




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      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
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      Mensaje por Maria Lua Miér 10 Abr 2024, 15:37

      CANTO VIGESIMOCUARTO


      OCTAVO CIELO O ESTELAR


      ESPÍRITU S TRIUNFANTE S
      SAN PEDRO ; DANTE EXAMINADO ACERCA DE LA 1TE
      La cena pascual. Beatriz suplica a los santos viertan sobre el poeta
      el celeste rocío que aclara la inteligencia',. Los espíritus manifiestan su alegría girando en torno de Beatriz a la manera de los
      cometas. Del círculo mas luminoso sale san Pedro, y accediendo
      al ruego de Beatriz interroga al poeta sobre diversos puntos arduos de la fe. 'El poeta resuelve las cuestiones dando las razones de su creencia. La luz del gran apóstol bendice cantando
      al poeta teólogo y gira tres veces en torno suyo.


      «Olí consorcio selecto en la gran cena
      del cordero pascual, cuya comida
      siempre y por siempre el apetito os llena;
      «si de Dios por la gracia que convida,
      este mortal merece su alimento,
      antes del tiempo fijo de la vida,
      «¡ Satisfaced su inmenso sentimiento,
      y rociadle; vosotros que en la fuente
      bebéis, en donde está su pensamiento
      Beatriz dijo; y las almas, ledamente,
      globos que en polos fijos van rotando,
      cual cometas, difunden luz ingente. 12
      Como las ruedas de un reloj, girando,
      que en la primera que se pone mente,
      quieta parece, y otras van volando, 15
      los ígneos globos, así en diferente
      modo, danzando, muestran la riqueza
      de su luz, más o menos lentamente. 18
      De aquel, en que noté mayor belleza,
      vide salir un fuego venturoso,
      que ninguno quedó de más clareza; 21
      y de Beatriz en torno, fulgoroso
      giró tres veces, con cantar tan divo,
      que aun fantaseando no redigo, ansioso; 24
      y la pluma lo salta y no lo escribo,
      que no hay para idearlo humanamente,
      palabra ni color bastante vivo. «?
      «¡ Oh, santa hermana, que con ruego ardiente,
      devota pides; por tu dulce afecto
      me aparto de la esfera reluciente.» 30
      Detúvose, el espíritu selecto
      y envió a mi dona su hálito afectuoso,
      después de hablar de modo tan perfecto. 33
      Y ella: «¡ Gran luz del gran varón glorioso,
      a quien nuestro señor dejó las llaves
      que El llevó de este gaudio milagroso!
      «A este, en los puntos más o menos graves,
      puedes tentar, sobre la fe sincera,
      que te hizo andar sobre la mar cual sabes. 39
      «Si ama el bien, si bien cree y bien espera,
      no se oculta, pues tienes por delante,
      espejo fiel de la verdad entera,
      «pero si de este reino es habitante
      sólo quien tiene fe, glorificarla
      debe este ser, con voz vivificante.»
      Como contiene el bachiller su parla,
      cuando el maestro pone su problema,
      pensando en la cuestión sin aclararla,
      me armaba de argumentos sobre el tema,
      mientras ella le habló, para estar presto
      a responder a la cuestión suprema.
      «Di, buen cristiano, y pon de manifiesto:
      ¿Qué es la fe?» Yo a la luz alcé la frente,
      ante la luz que preguntaba aquesto;
      y me volví a Beatriz, quien prontamente
      me hizo señal para que yo expandiese
      afuera el agua de mi interna fuente.
      «¡Pues la gracia, permite me confiese,»
      prorrumpí, «con el alto Primipilo,
      que él haga mi pensar claro se exprese!»
      Y proseguí: «Como en veraz estilo
      tu caro hermano ¡ oh padre ! lo ha enseñado,
      —el que contigo puso a Eoma al hilo,—
      «la fe, es en sustancia lo esperado
      y argumento de cosa no presente.
      Pienso que bien su esencia he demostrado.»
      Y escuché: «Bien está, si claramente
      sabes por qué la fe se ha definido,
      sustancia y argumento juntamente.»
      «El Bien profundo», repliqué advertido,
      «que aquí me ofrece el cielo en su apariencia,
      a los ojos del hombre está escondido;
      «Pues su ser, sólo existe en su creencia,
      y como su esperanza ella contiene,
      a la sustancia el nombre da de esencia.
      «Con tal creencia, al hombre le conviene
      silogizar, con nuestra corta vista,
      por eso el nombre de argumento tiene.»
      Y escuché: «Si el saber que allá se aquista,
      hubiera tal doctrina comprendido,
      no habría ocupación para el sofista.»
      Sopló el amor, en fuegos encendidos,
      y prosiguió; «Muy bien la ley y el peso
      de tu moneda comprobada ha sido.
      «Mas dime, si en tu bolsa tienes eso»
      Yo repuse: «Tan lúcida y rotunda,
      que tiene de virtud el cuño impreso.»
      Salió la voz de aquella luz profunda:
      «¿De dónde viene esa preciosa joya
      sobre la cual toda virtud se funda?»
      Y yo: «Lluvia sin fin que desarrolla
      el espíritu santo, y que profusa
      del viejo y nuevo cuero el texto apoya,
      «silogismo y verdad es inconcusa,
      grabada en mí con tal convencimiento,
      que toda otra razón parece obtusa.»
      La luz: «Del viejo y nuevo testamento,
      ¿Qué luz o qué intuición te ha revelado,
      que contenga el divino'pensamiento?»
      Y yo: «Ser prueba ele verdad me lia dado,
      en sus obras nativas la natura,
      que ni hierro fundió, ni en yunque ha dado.»
      Respondido me fué: «¿Quién te asegura
      que tal obra existiera? Eso es lo mismo
      que probar por lo mismo que se jura.»
      «Si el mundo convirtióse al Cristianismo,»
      repliqué, «sin milagros, ese es uno,
      que vale por centenas asimismo;
      «Pues que viniste tú pobre y ayuno
      a sembrar en el campo buena planta,
      que viva fué, y hoy es silvestre pruno.»
      Y esto acabado, de la Corte santa
      por las esferas resonó un Laudamos,
      con melodía, como allá se canta
      Y aquel varón, que en tan diversos ramos
      me examinara, y conducido había
      a sus últimas hojas con reclamos,
      así recomenzó: «La gracia pía
      que tu mente alumbró, te abrió la boca,
      y la has abierto tal cual se debía;
      «si bien confirmo la verdad que evoca,
      es menester decir qué fe te asiste,
      cuando tu labio la verdad invoca.»
      «¡ Santo padre! i que ves lo que creíste,
      cuando al santo sepulcro jjenetraras,
      y a más jóvenes pies te antepusiste!»
      Yo comencé, «Quieres que en formas claras
      manifieste del todo mi creencia,
      y aun su razón también me preguntaras;
      «yo respondo: de un Dios creo en la esencia;
      solo y eterno, que los cielos mueve,
      inmóvil, con amor y diligencia.
      «No necesito prueba que lo pruebe,
      física o metafísica, ni ensalmos;
      me la da la verdad que de aquí llueve,
      «por Moisés, los profetas y los salmos,
      y el Evangelio con su sacro texto,
      ¡ que escribisteis vosotros, seres almos!
      «Creo en las Tres Personas, y con esto
      creo en su esencia, que es tan una y trina,
      que lleva el siint y el est de manifiesto.
      «Y la profunda condición divina
      de que me ocupo, en mi cabeza sella,
      con su sello, evangélica doctrina.
      «Este principio que en mí hablar destella,
      y me tiene en sus llamas encendido,
      ¡en mi cintila como en cielo estrella!»
      Como el señor que escucha complacido,
      y que abraza a su siervo, gratulando
      la noticia feliz que le ha traído,
      así en torno, bendíjome cantando,
      por tres veces, a tiempo que callara
      la apostólica luz, — a cuyo mando
      dije lo dicho; — tanto le agradara.





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      Mensaje por Maria Lua Jue 11 Abr 2024, 16:03


      CANTO XXV



      [Canto XXV, che tratta come l'auttore parla con Beatrice e con
      santo Iacopo Maggiore sopra certe questioni de le quali santo
      Iacopo solve la prima.]


      Se mai continga che 'l poema sacro
      al quale ha posto mano e cielo e terra,
      sì che m'ha fatto per molti anni macro,
      vinca la crudeltà che fuor mi serra
      del bello ovile ov' io dormi' agnello,
      nimico ai lupi che li danno guerra;
      con altra voce omai, con altro vello
      ritornerò poeta, e in sul fonte
      del mio battesmo prenderò 'l cappello;
      però che ne la fede, che fa conte
      l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi
      Pietro per lei sì mi girò la fronte.
      Indi si mosse un lume verso noi
      di quella spera ond' uscì la primizia
      che lasciò Cristo d'i vicari suoi;
      e la mia donna, piena di letizia,
      mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
      per cui là giù si vicita Galizia».
      Sì come quando il colombo si pone
      presso al compagno, l'uno a l'altro pande,
      girando e mormorando, l'affezione;
      così vid' ïo l'un da l'altro grande
      principe glorïoso essere accolto,
      laudando il cibo che là sù li prande.
      Ma poi che 'l gratular si fu assolto,
      tacito coram me ciascun s'affisse,
      ignito sì che vincëa 'l mio volto.
      Ridendo allora Bëatrice disse:
      «Inclita vita per cui la larghezza
      de la nostra basilica si scrisse,
      fa risonar la spene in questa altezza:
      tu sai, che tante fiate la figuri,
      quante Iesù ai tre fé più carezza».
      «Leva la testa e fa che t'assicuri:
      ché ciò che vien qua sù del mortal mondo,
      convien ch'ai nostri raggi si maturi».
      Questo conforto del foco secondo
      mi venne; ond' io leväi li occhi a' monti
      che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.
      «Poi che per grazia vuol che tu t'affronti
      lo nostro Imperadore, anzi la morte,
      ne l'aula più secreta co' suoi conti,
      sì che, veduto il ver di questa corte,
      la spene, che là giù bene innamora,
      in te e in altrui di ciò conforte,
      dì quel ch'ell' è, dì come se ne 'nfiora
      la mente tua, e dì onde a te venne».
      Così seguì 'l secondo lume ancora.
      E quella pïa che guidò le penne
      de le mie ali a così alto volo,
      a la risposta così mi prevenne:
      «La Chiesa militante alcun figliuolo
      non ha con più speranza, com' è scritto
      nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
      però li è conceduto che d'Egitto
      vegna in Ierusalemme per vedere,
      anzi che 'l militar li sia prescritto.
      Li altri due punti, che non per sapere
      son dimandati, ma perch' ei rapporti
      quanto questa virtù t'è in piacere,
      a lui lasc' io, ché non li saran forti
      né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
      e la grazia di Dio ciò li comporti».
      Come discente ch'a dottor seconda
      pronto e libente in quel ch'elli è esperto,
      perché la sua bontà si disasconda,
      «Spene», diss' io, «è uno attender certo
      de la gloria futura, il qual produce
      grazia divina e precedente merto.
      Da molte stelle mi vien questa luce;
      ma quei la distillò nel mio cor pria
      che fu sommo cantor del sommo duce.
      'Sperino in te', ne la sua tëodia
      dice, 'color che sanno il nome tuo':
      e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?
      Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
      ne la pistola poi; sì ch'io son pieno,
      e in altrui vostra pioggia repluo».
      Mentr' io diceva, dentro al vivo seno
      di quello incendio tremolava un lampo
      sùbito e spesso a guisa di baleno.
      Indi spirò: «L'amore ond' ïo avvampo
      ancor ver' la virtù che mi seguette
      infin la palma e a l'uscir del campo,
      vuol ch'io respiri a te che ti dilette
      di lei; ed emmi a grato che tu diche
      quello che la speranza ti 'mpromette».
      E io: «Le nove e le scritture antiche
      pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
      de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.
      Dice Isaia che ciascuna vestita
      ne la sua terra fia di doppia vesta:
      e la sua terra è questa dolce vita;
      e 'l tuo fratello assai vie più digesta,
      là dove tratta de le bianche stole,
      questa revelazion ci manifesta».
      E prima, appresso al fin d'este parole,
      'Sperent in te' di sopr' a noi s'udì;
      a che rispuoser tutte le carole.
      Poscia tra esse un lume si schiarì
      sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,
      l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì.
      E come surge e va ed entra in ballo
      vergine lieta, sol per fare onore
      a la novizia, non per alcun fallo,
      così vid' io lo schiarato splendore
      venire a' due che si volgieno a nota
      qual conveniesi al loro ardente amore.
      Misesi lì nel canto e ne la rota;
      e la mia donna in lor tenea l'aspetto,
      pur come sposa tacita e immota.
      «Questi è colui che giacque sopra 'l petto
      del nostro pellicano, e questi fue
      di su la croce al grande officio eletto».
      La donna mia così; né però piùe
      mosser la vista sua di stare attenta
      poscia che prima le parole sue.
      Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta
      di vedere eclissar lo sole un poco,
      che, per veder, non vedente diventa;
      tal mi fec' ïo a quell' ultimo foco
      mentre che detto fu: «Perché t'abbagli
      per veder cosa che qui non ha loco?
      In terra è terra il mio corpo, e saragli
      tanto con li altri, che 'l numero nostro
      con l'etterno proposito s'agguagli.
      Con le due stole nel beato chiostro
      son le due luci sole che saliro;
      e questo apporterai nel mondo vostro».
      A questa voce l'infiammato giro
      si quïetò con esso il dolce mischio
      che si facea nel suon del trino spiro,
      sì come, per cessar fatica o rischio,
      li remi, pria ne l'acqua ripercossi,
      tutti si posano al sonar d'un fischio.
      Ahi quanto ne la mente mi commossi,
      quando mi volsi per veder Beatrice,
      per non poter veder, benché io fossi
      presso di lei, e nel mondo felice!


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      Mensaje por Maria Lua Sáb 13 Abr 2024, 07:00

      CANTO VIGES1MOQUINTO


      OCTAVO CIELO O ESTELAR


      ESPÍRITU S TRIUNFANTE S
      SUSPIRO A LA PATRIA; SAN JACOBO ;
      EXAMEN ACEIiCA DE LA BSPE11A3SKA; SAN JUAN ; LUZ
      CELESTE Y OJO TERRESTRE
      Alusión del poeta a su poema sacro en que pusieron mano cielo y
      tierra, a su destierro y a su coronación futura en l,a fuente de
      su bautismo. El apóstol Santiago examina al poeta sobre la Esperanza y le .pone tres cuestiones. Beatriz contesta a una de
      ellas y el poeta a las otras dos. San Juan Evangelista se une a
      los espíritus del apóstol Santiago y de san Pedro. El Evangelista le nace saber que sólo su espíritu se baila en ol cielo, porque sólo el Cristo y la virgen María han podido subir en cuerpo
      hasta los cielos. Arrobamiento del poeta, que al contemplar a
      Beatriz queda enceguecido.



      Si aconteciera, que el poema santo,
      en el que lian puesto mano cielo y tierra
      y ha largos años me enflaquece tanto, 3
      venciese 3a crueldad, que me destierra
      del bello aprisco, en que dormí cordero
      enemigo del lobo que hace guerra, „
      con otro pelo y canto más entero,
      retornaré poeta, y en la fuente
      de mi bautismo^ mi laurel espero: 8
      ¡Su agua la fe me dio del inocente,
      y entrando en Dios, por ella mereciera,
      Pedro girase en torno de mi frente!
      Entonces, vi venir una lumbrera,
      del grupo, que dio paso a la primicia,
      que Cristo por vicario instituyera. 15
      Y mi Beatriz, colmada de leticia:
      «Mira, mira al varón,» dijo, «que asoma,
      por quien allá visitan a Galicia.» lf
      Como cuando se posa la paloma
      con su pareja, y en su amor se expande,
      y circulando dulce arrullo toma; 21
      tal el uno glorioso, el otro grande,
      con beatíficos gires se acogieron,
      alabando el manjar que el cielo mande. =4
      Congratulados, mudos se vinieron,
      y coram me, cada uno quedó fijo,
      con fuegos que mis párpados vencieron. 27
      Sonriendo Beatriz, entonces dijo:
      «ínclita vida, que la gran largueza
      de este templo, escribió con regocijo: 30
      «haz sonar la Esperanza en esta alteza,
      cual sabes, porque tú la has figurado,
      en Jesús a ios tres, con más terneza.» 33
      «Alza la frente, y mira asegurado;
      que lo que viene del humano mundo,
      conviene en esta luz ser madurado.» o«
      Este conforto, el luminar segundo
      me dirigió; y el ojo alcé a los montes,
      que antes su peso, hundióme en lo profundo. 3S
      «Pues alta gracia quiere, que tú afrontes
      a nuestro emperador, antes ele muerto,
      en el atila secreta, con sus contes,
      «para que veas con su brillo cierto
      la Esperanza, que tanto os enamora,
      y confortes con ella al mundo incierto:
      «¿Dime lo que es, y en tu alma cuál se enflora?
      ¿Cuál es su origen? ¿Cómo a ti te viene?»
      Así me habló la luz deslumbradora.
      Y aquella pía, que de sí me tiene,
      dando a mis alas vuelo tan pujante,
      mi respuesta, solícita previene:
      «No se cuenta en la iglesia militante,
      hijo, que más espere, como escrito
      está en el sol, que brilla por delante.
      «Por eso, fuéle dado desde Egipto,
      que a ver Jemsalem aquí viniera,
      antes del plazo militar preseripto.
      «Las otras dos cuestiones, en tu esfera
      bien se saben, que son para que cuente
      cuanto su gran virtud te es placentera,
      «a él dejo resolverlas llanamente,
      sin jactancia mundana ni sabihonda,
      ¡ Que la gracia de Dios llene su mente!»
      Como el alumno, que al doctor responda,
      sin trepidar, en punto en que es experto,
      de modo que a su ingenio corresponda,
      dije: «Esperanza, es esperar lo cierto
      de la gloria futura, que produce
      Gracia divina en mérito no incierto.
      «De muchos astros esta luz me luce,
      mas quien la destiló y al pecho envía,
      es el sumo cantor del sumo duce,
      «¿En ti esperen, — nos dice en su Teodía,—
      los que saben ¡Oh Padre! tu alio nombre!
      ¿Y quién no la sabrá con la fe mía?
      «Su lluvia, derramaste sobre el hombre,
      que has destilado, en este pecho, lleno
      con tu Epístola santa y tu renombre.»
      Mientras que hablaba, dentro al vivo seno
      de aquel incendio, tremolaba un lampo,
      cual relámpago brota antes del trueno;
      Y espiró: «El amor con que aun me alampo,
      que a su virtud mi espíritu somete,
      desde que con la palma dejé el campo,
      quiere que en tí se infunda y te delecte;
      y me agrada saber tu pensamiento:
      ¿Qué es lo que la esperanza te promete?»
      Y yo: «El antiguo y nuevo testamento,
      ío dicen» Y él: «Pues dilo.» Yo en seguida:
      «En las almas, de Dios el sentimiento,
      «dice Isaías; cada cual vestida
      en su tierra será con doble veste,
      y es su tierra esta pura y dulce vida.
      «Y el texto de tu hermano está conteste,
      cuando a blancas estolas se refiera,
      y esta revelación nos manifieste.»
      Y antes que estas palabras concluyera,
      un Sperent in te, arriba oía,
      que al coro celestial le respondiera.
      En seguida, una luz resplandecía,
      que si un cristal así Cáncer tuviera,
      en el invierno, un mes durara un día.
      Como entra en clama, virgen hechicera,
      haciendo a nueva esposa los honores,
      y en su inocencia, nada más espera,
      así la luz brotada de esplendores
      vino a las dos, girando en su cadencia
      con el intenso ardor de sus amores,
      y al canto se mezcló, por complacencia:
      inmóvil, mi Beatriz ante su aspecto,
      callaba como novia en su inocencia.
      «Este es quien sobre el pecho, con afecto,
      el Pelícano nuestro puso, y fuera
      sobre la cruz a grande oficio electo.»
      Beatriz estas palabras profiriera,
      inmóvil siempre, con la vista atenta,
      contemplando la espléndida lumbrera.
      Como aquel que mirar al sol intenta,
      y piensa que es el sol el eclipsado,
      y que mirando, su ceguera aumenta,
      así quedé ante el fuego, deslumhrado,
      y una voz escuché: «La luz te ciega,
      buscando aquí lo que jamás ha estado.
      «Tierra en tierra es mi cuerpo, mientras llega
      a completar el número fijado,
      que al eterno propósito se allega.
      «Con doble estola, en claustro tan sagrado,
      sólo dos luces en lo excelso miro:
      y esto, al mundo por ti sea llevado.»
      A estas palabras, el ardiente giro,
      quieto quedóse, el cántico cesando,
      que el trino daba en celestial respiro,
      cual los remos, que el agua van golpeando,
      por fatiga o por riesgo, en un momento,
      paran, al son de un pito, repesando.
      ¡ Ay! ¡ cuánto de mi mente fué el tormento
      al volverme a mirar a mi Beatriz,
      por no poderla ver, aunque me siento,
      al lado de ella, en mundo tan feliz!



      608


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      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
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      Mensaje por Maria Lua Dom 14 Abr 2024, 09:31

      CANTO XXVI


      [Canto XXVI, nel quale l'auttore ne conforta seguitare lo
      innefabile amore, e dove trova Adamo il nostro primo padre,
      dicente a lui il tempo de la sua felicitade e infelicitade.]



      Mentr' io dubbiava per lo viso spento,
      de la fulgida fiamma che lo spense
      uscì un spiro che mi fece attento,
      dicendo: «Intanto che tu ti risense
      de la vista che haï in me consunta,
      ben è che ragionando la compense.
      Comincia dunque; e dì ove s'appunta
      l'anima tua, e fa ragion che sia
      la vista in te smarrita e non defunta:
      perché la donna che per questa dia
      regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
      la virtù ch'ebbe la man d'Anania».
      Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
      vegna remedio a li occhi, che fuor porte
      quand' ella entrò col foco ond' io sempr' ardo.
      Lo ben che fa contenta questa corte,
      Alfa e O è di quanta scrittura
      mi legge Amore o lievemente o forte».
      Quella medesma voce che paura
      tolta m'avea del sùbito abbarbaglio,
      di ragionare ancor mi mise in cura;
      e disse: «Certo a più angusto vaglio
      ti conviene schiarar: dicer convienti
      chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio».
      E io: «Per filosofici argomenti
      e per autorità che quinci scende
      cotale amor convien che in me si 'mprenti:
      ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende,
      così accende amore, e tanto maggio
      quanto più di bontate in sé comprende.
      Dunque a l'essenza ov' è tanto avvantaggio,
      che ciascun ben che fuor di lei si trova
      altro non è ch'un lume di suo raggio,
      più che in altra convien che si mova
      la mente, amando, di ciascun che cerne
      il vero in che si fonda questa prova.
      Tal vero a l'intelletto mïo sterne
      colui che mi dimostra il primo amore
      di tutte le sustanze sempiterne.
      Sternel la voce del verace autore,
      che dice a Moïsè, di sé parlando:
      'Io ti farò vedere ogne valore'.
      Sternilmi tu ancora, incominciando
      l'alto preconio che grida l'arcano
      di qui là giù sovra ogne altro bando».
      E io udi': «Per intelletto umano
      e per autoritadi a lui concorde
      d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
      Ma dì ancor se tu senti altre corde
      tirarti verso lui, sì che tu suone
      con quanti denti questo amor ti morde».
      Non fu latente la santa intenzione
      de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi
      dove volea menar mia professione.
      Però ricominciai: «Tutti quei morsi
      che posson far lo cor volgere a Dio,
      a la mia caritate son concorsi:
      ché l'essere del mondo e l'esser mio,
      la morte ch'el sostenne perch' io viva,
      e quel che spera ogne fedel com' io,
      con la predetta conoscenza viva,
      tratto m'hanno del mar de l'amor torto,
      e del diritto m'han posto a la riva.
      Le fronde onde s'infronda tutto l'orto
      de l'ortolano etterno, am' io cotanto
      quanto da lui a lor di bene è porto».
      Sì com' io tacqui, un dolcissimo canto
      risonò per lo cielo, e la mia donna
      dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
      E come a lume acuto si disonna
      per lo spirto visivo che ricorre
      a lo splendor che va di gonna in gonna,
      e lo svegliato ciò che vede aborre,
      sì nescïa è la sùbita vigilia
      fin che la stimativa non soccorre;
      così de li occhi miei ogne quisquilia
      fugò Beatrice col raggio d'i suoi,
      che rifulgea da più di mille milia:
      onde mei che dinanzi vidi poi;
      e quasi stupefatto domandai
      d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.
      E la mia donna: «Dentro da quei rai
      vagheggia il suo fattor l'anima prima
      che la prima virtù creasse mai».
      Come la fronda che flette la cima
      nel transito del vento, e poi si leva
      per la propria virtù che la soblima,
      fec' io in tanto in quant' ella diceva,
      stupendo, e poi mi rifece sicuro
      un disio di parlare ond' ïo ardeva.
      E cominciai: «O pomo che maturo
      solo prodotto fosti, o padre antico
      a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
      divoto quanto posso a te supplìco
      perché mi parli: tu vedi mia voglia,
      e per udirti tosto non la dico».
      Talvolta un animal coverto broglia,
      sì che l'affetto convien che si paia
      per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;
      e similmente l'anima primaia
      mi facea trasparer per la coverta
      quant' ella a compiacermi venìa gaia.
      Indi spirò: «Sanz' essermi proferta
      da te, la voglia tua discerno meglio
      che tu qualunque cosa t'è più certa;
      perch' io la veggio nel verace speglio
      che fa di sé pareglio a l'altre cose,
      e nulla face lui di sé pareglio.
      Tu vuogli udir quant' è che Dio mi puose
      ne l'eccelso giardino, ove costei
      a così lunga scala ti dispuose,
      e quanto fu diletto a li occhi miei,
      e la propria cagion del gran disdegno,
      e l'idïoma ch'usai e che fei.
      Or, figliuol mio, non il gustar del legno
      fu per sé la cagion di tanto essilio,
      ma solamente il trapassar del segno.
      Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
      quattromilia trecento e due volumi
      di sol desiderai questo concilio;
      e vidi lui tornare a tutt' i lumi
      de la sua strada novecento trenta
      fïate, mentre ch'ïo in terra fu'mi.
      La lingua ch'io parlai fu tutta spenta
      innanzi che a l'ovra inconsummabile
      fosse la gente di Nembròt attenta:
      ché nullo effetto mai razïonabile,
      per lo piacere uman che rinovella
      seguendo il cielo, sempre fu durabile.
      Opera naturale è ch'uom favella;
      ma così o così, natura lascia
      poi fare a voi secondo che v'abbella.
      Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,
      I s'appellava in terra il sommo bene
      onde vien la letizia che mi fascia;
      e El si chiamò poi: e ciò convene,
      ché l'uso d'i mortali è come fronda
      in ramo, che sen va e altra vene.
      Nel monte che si leva più da l'onda,
      fu' io, con vita pura e disonesta,
      da la prim' ora a quella che seconda,
      come 'l sol muta quadra, l'ora sesta».










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      Mensaje por Maria Lua Lun 15 Abr 2024, 19:21

      CANTO VIGESIMOSEXTO

      OCTAVO CIELO O ESTELAR

      ESPÍRITU S TRIUNFANTE S
      EXAMEN ACERCA DE LA CARIDAD ; ADÁN; EL PRIMER PECADO ;
      LA PRIMER LENGUA; LA PRIMER MORADA
      San Juan Evangelista dirige la palabra al poeta, deslumbrado por
      su luz, y lo examina sobre la virtud teologal de la Caridad. El
      poeta diserta con argumentaciones filosóficas y textos sagrados
      sobre la naturaleza del amor divino, y la corte celestial aplaudo sus
      conclusiones. El poeta recobra la vista, reanimado por las luces
      de Bealtriz. Aparición de Adfin, quien responde a las cuestior.es
      del poeta, precisando la época de su nacimiento en el paraíso, la
      causa de su destierro y el idioma primitivo.



      Mientras que vacilaba enceguecido,
      por la fúlgida llama deslumhrado,
      sonó un respiro en el atento oído,
      diciendo: «Si en tus ojos se ha apagado
      la luz que por mi luz fuera consunta,
      de hablar y razonar no estás privado.
      «Comienza, pues, y dime adonde apunta
      el alma tuya, y ten por cierto y fía,
      que tu vista extraviada no es difunta;
      «Porque la Dona que tus pasos guía
      en esta esfera, tiene en su mirada
      la virtud de las manos de Ananía.»
      Y yo: «¡ Que presurosa o retardada,
      dé remedio a mis ojos, vivas puertas,
      por donde entró su llama siempre amada!
      «El bien que da a esta corte, dichas ciertas,
      alfa y omeg'a es, cuya escritura
      lee mi amor en sus letras nunca muertas.»
      Y aquella voz que al infundir pavura,
      produjo en mí la súbita ceguera,
      hacerme razonar aún más procura,
      diciendo: «Con más fina eernedera
      te conviene cernir. Di, por qué pones
      tu arco apuntando al blanco de esta esfera.»
      Y yo: «Por filosóficas razones,
      y autoridad que desde aquí desciende,
      tengo del grande amor las impresiones.
      «Que el bien, en cuanto bien por tal se entiende,
      encendiendo el amor, más lo sublima,
      cuanto mayor bondad en sí comprende;
      «y pues, la esencia es la que todo anima,
      que fuera de ella, el bien que se promueva,
      no es si no un rayo de su lumbre prima;
      «os necesario, que a ella más se mueva
      la inteligencia, amando, y que discierna,
      la verdad, que se funda en esta prueba.
      «Esta verdad en mi intelecto, externa,
      aquel que con su ciencia ha demostrado
      que el primo amor, sustancia es sempiterna;
      «y lo enseña el Autor que no ha fallado,
      cuando alentar quiso a Moisés diciendo:
      Todo lo bueno te será mostrado.
      «Tú también me lo enseñas precediendo
      al sublime pregón, y el alto arcano
      con alto grito abajo difundiendo.»
      Y me observó: «Por intelecto humano,
      y por la autoridad con que concuerda,
      reserva a Dios tu amor más soberano.
      «Pero dime si sientes otra cuerda,
      que a Dios te arrastre, y di con claros sones
      con cuantos dientes ese amor te muerda.»
      Bien penetré las santas intenciones
      del águila de CRISTO, y a qué honduras,
      quería dirigir mis confesiones.
      Y así recomencé: «Las mordeduras
      que convierten a Dios el alma entera,
      son de mi caridad señales puras;
      «que el ser del mundo, y el que Dios me diera,
      la muerte que sufrió porque yo viva,
      y lo que todo fiel conmigo espera,
      «con la predicha conoscencia viva,
      al sacarme del mar del amor muerto,
      me han conducido a salvadora riba.
      «Las frondas que enfrondecen todo el huerto
      del Hortelano eterno, yo amo tanto
      cuanto de bienes él las ha cubierto.»
      Así que hube callado, un dulce canto
      resonó por el cielo, y mi señora,
      repitió con el coro: ¡Santo! ¡Santo!
      Como una luz desvela punzadora
      el sentido visivo y prevalece,
      y va de fibra en fibra vibradora,
      y que despierto, lo que ve aborrece,
      ¡tan necia es la vigilia inesperada!
      hasta que el sano juicio se esclarece,
      tal por Beatriz mi vista fué lavada,
      por los rayos que su ojo despedía,
      alumbrando mil millas su mirada.
      Vi que con más poder que antes veía,
      y estupefacto pregunté quien era
      un cuarto resplandor que percibía.
      Dijo Beatriz: «Besde esa gran lumbrera,
      contempla a su hacedor el alma prima,
      que la prima virtud formó primera.»
      Gomo la hoja del árbol, que en su cima
      dobla el viento al pasar, y se endereza
      por la propia virtud que la sublima,
      tal hice yo, doblando la cabeza,
      mientras me hablaba; pero roas seguro
      de hablar sentí el deseo, con viveza,
      clamando: «Único fruto, que maduro
      nació en el mundo, ¡ Oh 'padre primitivo,
      del hombre en el pasado y el futuro!
      «Te ruego, por cuanto hay más expresivo,
      que me hables y comprendas el desvelo
      en que por escucharte me desvivo.»
      Suele animal cubierto por un velo,
      al moverse, mostrar por lo que ansia,
      manifestando al exterior su anhelo;
      de tal manera el alma se movía,
      dejando traspirar por su cubierta,
      cuanta era en complacerme su alegría.
      Y respiró: «Sin que me sea oferta
      tu voluntad, mejor que tú discierno
      la cosa que tú tengas por más cierta;
      «porque la veo en el espejo eterno,
      que en sí refleja todo lo creado,
      sin que de él se refleje nada externo.
      «Quieres saber desde qué tiempo he estado
      en el jardín excelso, qi:c tu guía
      subiendo larga escala, te ha mostrado;
      «qué tiempo lo gozó la vista mía;
      cuál de la ira de Dios la causa ha sido, ,
      y el idioma que entonces profería:
      «No ha sido por gustar fruto prohibido,
      fué por sí la razón del largo 'exilio,
      si no el haber su linde trasgredido.
      «Allí donde Beatriz te envió a Virgilio,
      por cuatro mil trescientos y dos gires
      del sol, ansié por ver este concilio;
      «le vi girar en luces de zafiros
      en su camino, novecientos treinta,
      exhalando en la tierra mis suspiros.
      «Del idioma que hablé perdióse cuenta,
      antes de aquel trabajo interminable,
      que de la gente de Nemrod se. cuenta;
      «porque ningún efecto razonable,
      por voluntad del hombre es duradero
      si Dios no lo hace para siempre estable.
      «Hablar es en el hombre don primero,
      pero de un modo u otro, a la natura,
      lo deja cual le plazca, por entero.
      «Antes de caer a la mansión oscura,
      uno, llamóse al bien que el bien contiene,
      y que aquí me circunda de luz pura:
      «después llamóse Eli, y esto conviene,
      porque la tisanza humana es vagabunda
      como la hoja del árbol que va y viene.
      «En el monte que se alza en mar profunda,
      puro viví, y en vicia deshonesta,
      de la hora prima, hasta la que es segunda,
      «si cambia el sol cuadrante en la hora sexta.»




      614


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      Dante Alighieri (1265-1321) - Página 7 Empty Re: Dante Alighieri (1265-1321)

      Mensaje por Maria Lua Ayer a las 19:01

      CANTO XXVII



      [Canto XXVII, dove tratta sì come santo Pietro appostolo,
      proverbiando li suoi successori papi, adempie l'animo de l'auttore
      di questo libro.]



      'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',
      cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso,
      sì che m'inebrïava il dolce canto.
      Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso
      de l'universo; per che mia ebbrezza
      intrava per l'udire e per lo viso.
      Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
      oh vita intègra d'amore e di pace!
      oh sanza brama sicura ricchezza!
      Dinanzi a li occhi miei le quattro face
      stavano accese, e quella che pria venne
      incominciò a farsi più vivace,
      e tal ne la sembianza sua divenne,
      qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte
      fossero augelli e cambiassersi penne.
      La provedenza, che quivi comparte
      vice e officio, nel beato coro
      silenzio posto avea da ogne parte,
      quand' ïo udi': «Se io mi trascoloro,
      non ti maravigliar, ché, dicend' io,
      vedrai trascolorar tutti costoro.
      Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,
      il luogo mio, il luogo mio che vaca
      ne la presenza del Figliuol di Dio,
      fatt' ha del cimitero mio cloaca
      del sangue e de la puzza; onde 'l perverso
      che cadde di qua sù, là giù si placa».
      Di quel color che per lo sole avverso
      nube dipigne da sera e da mane,
      vid' ïo allora tutto 'l ciel cosperso.
      E come donna onesta che permane
      di sé sicura, e per l'altrui fallanza,
      pur ascoltando, timida si fane,
      così Beatrice trasmutò sembianza;
      e tale eclissi credo che 'n ciel fue
      quando patì la supprema possanza.
      Poi procedetter le parole sue
      con voce tanto da sé trasmutata,
      che la sembianza non si mutò piùe:
      «Non fu la sposa di Cristo allevata
      del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
      per essere ad acquisto d'oro usata;
      ma per acquisto d'esto viver lieto
      e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
      sparser lo sangue dopo molto fleto.
      Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
      d'i nostri successor parte sedesse,
      parte da l'altra del popol cristiano;
      né che le chiavi che mi fuor concesse,
      divenisser signaculo in vessillo
      che contra battezzati combattesse;
      né ch'io fossi figura di sigillo
      a privilegi venduti e mendaci,
      ond' io sovente arrosso e disfavillo.
      In vesta di pastor lupi rapaci
      si veggion di qua sù per tutti i paschi:
      o difesa di Dio, perché pur giaci?
      Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
      s'apparecchian di bere: o buon principio,
      a che vil fine convien che tu caschi!
      Ma l'alta provedenza, che con Scipio
      difese a Roma la gloria del mondo,
      soccorrà tosto, sì com' io concipio;
      e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
      ancor giù tornerai, apri la bocca,
      e non asconder quel ch'io non ascondo».
      Sì come di vapor gelati fiocca
      in giuso l'aere nostro, quando 'l corno
      de la capra del ciel col sol si tocca,
      in sù vid' io così l'etera addorno
      farsi e fioccar di vapor trïunfanti
      che fatto avien con noi quivi soggiorno.
      Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
      e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto,
      li tolse il trapassar del più avanti.
      Onde la donna, che mi vide assolto
      de l'attendere in sù, mi disse: «Adima
      il viso e guarda come tu se' vòlto».
      Da l'ora ch'ïo avea guardato prima
      i' vidi mosso me per tutto l'arco
      che fa dal mezzo al fine il primo clima;
      sì ch'io vedea di là da Gade il varco
      folle d'Ulisse, e di qua presso il lito
      nel qual si fece Europa dolce carco.
      E più mi fora discoverto il sito
      di questa aiuola; ma 'l sol procedea
      sotto i mie' piedi un segno e più partito.
      La mente innamorata, che donnea
      con la mia donna sempre, di ridure
      ad essa li occhi più che mai ardea;
      e se natura o arte fé pasture
      da pigliare occhi, per aver la mente,
      in carne umana o ne le sue pitture,
      tutte adunate, parrebber nïente
      ver' lo piacer divin che mi refulse,
      quando mi volsi al suo viso ridente.
      E la virtù che lo sguardo m'indulse,
      del bel nido di Leda mi divelse,
      e nel ciel velocissimo m'impulse.
      Le parti sue vivissime ed eccelse
      sì uniforme son, ch'i' non so dire
      qual Bëatrice per loco mi scelse.
      Ma ella, che vedëa 'l mio disire,
      incominciò, ridendo tanto lieta,
      che Dio parea nel suo volto gioire:
      «La natura del mondo, che quïeta
      il mezzo e tutto l'altro intorno move,
      quinci comincia come da sua meta;
      e questo cielo non ha altro dove
      che la mente divina, in che s'accende
      l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove.
      Luce e amor d'un cerchio lui comprende,
      sì come questo li altri; e quel precinto
      colui che 'l cinge solamente intende.
      Non è suo moto per altro distinto,
      ma li altri son mensurati da questo,
      sì come diece da mezzo e da quinto;
      e come il tempo tegna in cotal testo
      le sue radici e ne li altri le fronde,
      omai a te può esser manifesto.
      Oh cupidigia, che i mortali affonde
      sì sotto te, che nessuno ha podere
      di trarre li occhi fuor de le tue onde!
      Ben fiorisce ne li uomini il volere;
      ma la pioggia continüa converte
      in bozzacchioni le sosine vere.
      Fede e innocenza son reperte
      solo ne' parvoletti; poi ciascuna
      pria fugge che le guance sian coperte.
      Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
      che poi divora, con la lingua sciolta,
      qualunque cibo per qualunque luna;
      e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
      la madre sua, che, con loquela intera,
      disïa poi di vederla sepolta.
      Così si fa la pelle bianca nera
      nel primo aspetto de la bella figlia
      di quel ch'apporta mane e lascia sera.
      Tu, perché non ti facci maraviglia,
      pensa che 'n terra non è chi governi;
      onde sì svïa l'umana famiglia.
      Ma prima che gennaio tutto si sverni
      per la centesma ch'è là giù negletta,
      raggeran sì questi cerchi superni,
      che la fortuna che tanto s'aspetta,
      le poppe volgerà u' son le prore,
      sì che la classe correrà diretta;
      e vero frutto verrà dopo 'l fiore».






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      "Ser como un verso volando
      o un ciego soñando
      y en ese vuelo y en ese sueño
      compartir contigo sol y luna,
      siendo guardián en tu cielo
      y tren de tus ilusiones."
      (Hánjel)





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